I personaggi di G. K. Chesterton: il poeta 5 – L’essenza della poesia

Se fossero soltanto sé stesse, le cose non sarebbero nulla. Il poeta coglie la loro insensatezza in sé stesse ma attraverso la bellezza risale al loro vero significato. Le cose sono limitate, ma il loro limite è proprio ciò che dà loro identità, compiutezza, e solo dentro questa la bellezza.
Autore:
Platania, Marzia
Fonte:
CulturaCattolica.it

Questa è l'essenza della poesia per Chesterton: l'intuizione che le cose non sono soltanto le cose. Ad un certo punto Gale discute con lo scienziato, poi rivelatosi l'assassino, che "guardava gli angeli con occhi di ornitologo". Questi afferma di non capire la bellezza, per lui un fiore è soltanto un fiore, perché un poeta dovrebbe celebrare un fiore e non per esempio un mollusco? Mette poco conto notare che Dorian Wimpole celebrava per l'appunto i molluschi, ed era ciononostante vero poeta, il che già risponde alla obiezione. Ma Gale osserva che tutti gli esseri “a generalizzarli sono noiosi, ma a guardarli con semplicità rimangono sempre sorprendenti”. (GKC, Il Poeta e i Pazzi, pag. 73).
E poco dopo: “Meglio sacrificare se stessi, [...] meglio fare qualsiasi cosa che pronunciare la terribile bestemmia che fa tremare le stelle, piuttosto che dire che si tratta "soltanto" di un pesce. Questo è altrettanto male del dire che l'altra cosa è soltanto un fiore.”(Ibidem, pag. 79).
Se infatti fossero soltanto sé stesse, le cose non sarebbero nulla. Il poeta coglie la loro insensatezza in sé stesse ma attraverso la bellezza risale al loro vero significato. Le cose sono limitate, ma il loro limite è proprio ciò che dà loro identità, compiutezza, e solo dentro questa la bellezza.
Il limite non è perciò soltanto negazione, prigionia, caducità, morte, ma condizione, positività, vita. E in che cosa consiste esattamente la libertà? Certo, prima e al di sopra di tutto, è la facoltà di una cosa di essere se stessa. Essere sé stessi e cioè liberi è già in sé una limitazione. “Siamo limitati dal cervello, dal corpo; se scappiamo, cessiamo di essere noi stessi e forse cessiamo di essere anche qualsiasi altra cosa” (Ibidem, pag. 63), commenta Gale davanti ad un folle amante della libertà, che ha iniziato col liberare un canarino dalla gabbia, ha proseguito "liberando" i pesciolini rossi dalla loro boccia, uccidendoli, e infine ha tentato di "liberare" tutti loro, facendo esplodere la casa. In un altro caso si tratta di scoprire che fine abbia fatto un artista di fama, misteriosamente scomparso. “Egli per mezzo di una fanatica volontà di essere libero era riuscito ad ottenere tutto. Era giunto a provare ogni sensazione, ogni esperienza, ad immaginare ogni cosa, per quanto inverosimile. E trovò, come trovano tutti gli uomini che gli rassomigliano, che una libertà illimitata segna di per se stessa certi limiti. [...] Non soltanto voleva fare ogni cosa, voleva anche essere ognuno. Per il panteista Dio è tutto; per il cristiano Egli è Qualcuno. Ma questa specie di panteista non vorrà darsi alcun limite per mezzo di una scelta. Desiderare ogni cosa significa in ultima analisi non desiderare nulla. [...] Qui non rimangono che due soluzioni; l'una è la via che precipita dalle scogliere, la cessazione dell'essere, e l'altra consiste nel volere essere qualcuno [...] incarnarsi in un vero essere umano [...] incominciare da capo a vivere da persona viva!” (Ibidem, pag. 162).
E' ciò che ha fatto l'artista in questione, scambiandosi i panni col proprio fratello.
Il problema della poesia è il problema del limite. Il razionalismo conclude o alla coincidenza di limite e male, e quindi alla necessità del male, oppure alla sua negazione. Per questo gli antichi e i selvaggi, cioè coloro che non hanno vissuto il razionalismo illuminista, erano ancorché superstiziosi, più ragionevoli dei moderni e quindi anche più felici. “Non erano forse più felici di voi? Era perché credevano nel male, nelle influenze maligne, nella cattiva fortuna, forse, nel male sotto ogni sorta di simboli stupidi ed ignoranti, ma tuttavia come in qualcosa che si deve combattere. Vedevano almeno le cose scritte in bianco e nero, e la vita come quel campo di battaglia che è veramente, ma voi siete infelici perché non credete nel male”. (Ibidem, pag. 127).
Il male esiste, ma non si identifica tout court con il limite. Se così fosse, sarebbe inevitabile. La possibilità della poesia riposa sul fatto che la forma sia non una condanna, ma una opportunità. Il male e la caducità che la affliggono non devono poter intaccare la possibilità che attraverso la forma sia possibile cogliere ciò che il poeta intuisce esservi al di là. Inoltre solo attraverso l'interpretazione della realtà che è offerta dalla poesia è possibile salvaguardare la dimensione eroica e quindi epica della vita umana: solo se il male è reale ma non necessario si apre all'uomo il dramma di contrastare la sua azione nel mondo.
Quale sia il ruolo del poeta in questa lotta lo lasciamo dire alle appassionate parole del poeta: di fronte all'uomo, il cui dramma ha origine nel fatto di essere ateo, il poeta, il genio: "Il genio non deve essere eccentrico" gridò eccitatissimo "Il genio deve essere centrico, deve tenersi al centro del cosmo, non ai margini".(Ibidem, pag. 17).
Deve richiamare l'uomo qualunque al centro, al fondamento, alla verità più profonda del reale, il suo significato trascendente: che solo può dare all'uomo la capacità di agire per salvaguardare il bene e la propria felicità: “Un uomo deve avere la testa nelle nuvole e la mente occupata a cogliere fiori nel paese delle fate, per riuscire a compiere questa impresa del tutto pratica”. (Ibidem, pag. 25).