I personaggi di G. K. Chesterton: il politico 5 – La “Hybris” del potere

"Io non comprendo ciò che i cristiani chiamano umiltà. Se lo potrò, diventerò il più grande uomo della terra: e credo che lo potrò".
Autore:
Platania, Marzia
Fonte:
CulturaCattolica.it

Malgrado tutto ciò, Lord Ivywood è il politico, vale a dire un uomo che come Barker si illude soltanto di avere in pugno la realtà e invece è destinato al fallimento, o meglio, poiché nulla destava più l'antipatia di Chesterton che le cose definite inevitabili e il destino dipinto come immutabile, che è destinato a fallire nella logica dei romanzi che si vuole che terminino col lieto fine. Perchè Lord Ivywood va drammaticamente vicino alla vittoria, se non fosse per i due dell'osteria volante, individui che è forse arduo trovare nella realtà.
Lord Ivywood, insomma, condivide con Barker una sostanziale debolezza, di cui è emblema, se non la sua sconfitta, perché le battaglie hanno sempre esito incerto, o non varrebbe la pena di combatterle, la sua finale follia, esteriorità visibile della follia della sua posizione, della sostanziale irragionevolezza della sua posizione filosofica. Debolezza ancor più emblematica, perchè non si può attribuirla, come forse si potrebbe per Barker, ad un suo difetto personale, un difetto di intelligenza o una mancanza di carattere. La sua intelligenza è riconosciuta dalla sua corte, ma anche da Dalroy suo nemico, e da Lady Giovanna, sensibilissimo ago della bilancia dei suoi meriti. Né tanto meno il suo è un difetto di volontà, poiché questa veramente non gli manca, ed egli nutre addirittura una ambizione che a tratti si tinge di hybris:
"Io non comprendo ciò che i cristiani chiamano umiltà. Se lo potrò, diventerò il più grande uomo della terra: e credo che lo potrò". (GKC, L’osteria volante, pag. 371)
Afferma tranquillamente parlando a lady Giovanna; poi nel corso della discussione con suo cugino, il poeta Wimpole, a proposito del limite dice delle limitazioni umane:
"No, non le conosco [...] Io voglio camminare là dove nessun uomo ha mai camminato e trovare qualche cosa oltre le lacrime e il riso. La mia strada sarà mia, tutta mia. [...] Penserò ciò che era impensabile prima che lo pensassi; amerò ciò che non viveva prima che io l'amassi. Sarò solo, come il primo uomo." (Ibidem, pag. 309)
Quando infine Dalroy e Pump lo affrontano nella "farmacia", ipocrita osteria per ricchi che vende liquori vietati sotto sembianze di medicine:
"Credete forse di potere rifare il mondo a vostro piacimento?"
"Il mondo è fatto male", disse Filippo con strano accento, "ed io lo voglio rifare".
Proprio mentre stava parlando, i vetri della porta caddero infranti; e i globi colorati si spezzarono, come se delle sfere di cristallo celeste cadessero in frantumi, alle sue bestemmie
”. (Ibidem, pag. 350)