I personaggi di G. K. Chesterton - L’investigatore 2 – Sherlock Holmes e Padre Brown

Se per Sherlock Holmes l'investigazione è l'unica ragione di vita, tanto da cadere nella malinconia e ricorrere all'uso di droghe in sua mancanza, per Padre Brown non è che un accidente, una conseguenza della sua missione di prete.
Autore:
Platania, Marzia
Fonte:
CulturaCattolica.it

Il rapporto di padre Brown con la polizia è, a differenza di quello di Holmes, un rapporto spesso di collaborazione: ma non è una collaborazione tra eguali, è una collaborazione del superiore con l'inferiore, un chinarsi della superiore giustizia divina a prestare la sua saggezza a quella umana. Padre Brown ossequia la legge umana come figura di quella divina, ma non serve la prima, poiché appartiene alla seconda. Un'altra profonda differenza risponde anche alla curiosità di sapere come un prete finisca per fare il detective. Se infatti per Sherlock Holmes l'investigazione è l'unica ragione di vita, tanto da cadere nella malinconia e ricorrere all'uso di droghe in sua mancanza, per Padre Brown non è che un accidente, una conseguenza della sua missione di prete. “Egli si alzò in piedi bruscamente e si guardò intorno: "Noi dobbiamo toccare tali uomini non con le molle, ma con una benedizione", egli disse, "noi dobbiamo dire loro una parola che li salverà dall'inferno. Rimaniamo solo noi per liberarli dalla disperazione, quando la vostra carità umana li sfugge. Continuate sul vostro sentiero fiorito, perdonando tutti i vostri vizi preferiti, ed essendo generosi verso i vostri delitti alla moda, e lasciateci nelle nostre tenebre, vampiri della notte, a consolare coloro che realmente hanno bisogno di consolazione, coloro che fanno cose veramente indifendibili, cose che né il mondo, né loro stessi possono difendere, e che nessuno, tranne un prete, saprà perdonare. Lasciateci con gli uomini che commettono vili e ripugnanti e reali delitti, vili come san Pietro quando il gallo cantò. E tuttavia venne poi l'alba”. (GKC, I racconti di Padre Brown, pag. 748).
E' la sua missione di prete, la sua missione di salvare l'uomo dal male, che obbliga il prete a conoscere e occuparsi di criminali, ed è la sua missione di portatore della Verità che lo impegna a risolvere gli enigmi: "Io conosco il Dio sconosciuto", disse il piccolo prete con una inconsapevole imponenza nella sua certezza, alzandosi simile ad una gigantesca torre di granito, "conosco il suo nome: è Satana. Il vero Dio si fece carne e dimorò tra noi. Ed io vi dico che dovunque voi troviate uomini dominati unicamente dal mistero, questo mistero non è che iniquità. [...]. Se voi credete che qualche verità sia insopportabile, sopportatela". (Ibidem, pag. 331).
Il vero Mistero è qualcosa che si vede, e tuttavia non si comprende: "Voglio dire che siamo dalla parte del rovescio dell'arazzo", rispose Padre Brown, "le cose che qui accadono sembrano che non abbiano nessun significato; parlo di ciò che avverrà in un altro luogo". (Ibidem, pag. 145).
II mondo, questo mondo non è il luogo del significato, non ha in sé il proprio significato: è il retro dell'arazzo dove le linee non permettono che di scorgere a malapena il disegno: e tuttavia il disegno c'è. II compito dell'uomo è allora quello di cercare il significato, di districarsi nel labirinto dei segni, per leggere tra le righe del mondo: ecco perchè Padre Brown non può lasciare insoluto un mistero: perchè Dio si è fatto uomo, il significato si è reso palese, ed è Cristo stesso. II mistero che resta nascosto nell'ombra è un mistero iniquo: il sacro Mistero è nella luce, sotto gli occhi di tutti. Ancora opposto è poi tra Holmes e Padre Brown l'aspetto più caratterizzante di un investigatore, il metodo d'indagine. Non vedremo certo Padre Brown intento a classificare vari tipi di cenere di sigari, come il suo più famoso collega: egli si basa su tutt'altro genere di evidenza: “Io posso sempre afferrare l'evidenza morale più facilmente di altri fatti” (Ibidem, pag. 263), dice di se stesso. L'evidenza morale si può definire come il prodotto di tanti piccoli fatti, che di per sé potrebbero non avere nessun significato, ma che tutti insieme conducono verso una conclusione che infine convince in modo irresistibile, benché se si dovesse difendere in modo argomentativo, non se ne sarebbe forse capaci. E' il metodo che ognuno di noi usa, dovendo giudicare degli altri. L'animo degli altri ci rimane precluso, ma dai piccoli segni noi giungiamo a conoscerlo, e a sapere se una certa azione possa o no prorompere da un tale animo: il gesto, anche l'omicidio, reca in sé l’impronta del proprio autore, cosi come il creato porta in sé l'impronta del Creatore. Uno sguardo allenato coglie così tanto l'uno quanto l'altro. Ecco un esempio: "Due cose piccolissime", disse infine, "Una è assai insignificante e l'altra molto vaga, ma così come sono esse non provano che Boulnois sia l'assassino." Egli volse il suo viso chiaro e rotondo verso le stelle e continuò, assorto: "Consideriamo per prima l'idea vaga. Io do molta importanza alle idee vaghe. Tutte le cose che "non sono evidenti" sono quelle che mi convincono di più. Penso che una impossibilità morale sia la più grande di tutte le impossibilità. [...]. Vi prego di credere che io non penso che Boulnois non possa essere così cattivo. Chiunque può essere cattivo, tanto cattivo quanto lo voglia. Noi possiamo governare la nostra volontà morale, ma generalmente non possiamo mutare le nostre inclinazioni istintive, ed il modo di fare le cose. Boulnois può commettere un assassinio, ma non questo assassinio. Egli non avrebbe afferrato la spada di Romeo, togliendola dalla sua romantica guaina, o trucidato il suo avversario sulla meridiana come se fosse un altare, o abbandonato il suo cadavere tra le rose, o gettato via la spada tra i pini. Se Boulnois uccidesse qualcuno, lo farebbe quietamente e tristemente, come egli fa qualunque altra cosa dubbiosa, come bere il decimo bicchiere di porto o leggere un licenzioso poeta greco. La forma romantica non è di Boulnois". (Ibidem, pag. 392).