G. K. Chesterton – La vita 2 – Gli studi e la crisi

Seconda parte della biografia di uno dei più straordinari scrittori del Novecento.
Autore:
Platania, Marzia
Fonte:
CulturaCattolica.it

La media borghesia inglese di fine Ottocento aveva le sue idiosincrasie, e di queste la più virulenta era l'importanza data alla corretta pronuncia e alla corretta ortografia, vere discriminanti che ai suoi occhi la distinguevano dalle classi inferiori. Di questo ebbe a profittare Chesterton:
Grazie a questa preoccupazione, mio padre conosceva a perfezione tutta la letteratura inglese, e gran parte di essa entrò nella mia memoria, molto prima di entrare nel mio intelletto”. (GKC, Autobiografia, pag.18)
Letteratura e arte furono sempre i campi in cui più viva si manifestava la sua competenza. Dare un resoconto delle sue letture è però impresa ardua. Destò sempre meraviglia, in tutti quelli che lo conobbero, la sua straordinaria velocità di lettura e la sua prodigiosa memoria riguardo a ciò che leggeva. Sembrava avesse dedicato ad un testo solo una fugace attenzione e una scorsa veloce e si rivelava poi capace di citarlo a memoria, quando non giungeva a vederci qualcosa che nessun altro sarebbe stato capace di scorgervi. Aveva infatti anche questa dote singolare, che si potrebbe chiamare intuizione, per la quale egli coglieva con straordinaria esattezza il nocciolo di una opera o di una questione. Doti tanto più sorprendenti in lui, dal momento che per quanto riguardava la vita pratica, la sua smemoratezza e distrazione sarebbero ben presto divenute proverbiali. (Chesterton non smentì mai l'aneddoto secondo il quale egli avrebbe telegrafato alla moglie: "Sono a Market Haborough. Dove avrei dovuto essere?". La risposta della moglie fu un laconico: "A casa"). Malgrado le sue indubbie doti il suo esordio scolastico non brillò di eccessivo splendore, a causa soprattutto di quella che passava per distrazione ma era invece il suo contrario: Chesterton sembrava assente agli occhi di chi l'osservava, professori compresi, perché era tutto presente a sé stesso: era assorto nelle sue riflessioni o nell'immaginazione creatrice. Frequentò la St. Paul School da esterno, continuando a risiedere in famiglia. Fu notato dai suoi professori e soprattutto dal preside Walker solo verso la fine del suo corso di studi, grazie ai suoi contributi alla rivista dello Junior Debating Club, da lui fondato e presieduto. Si trattava di una libera aggregazioni di studenti che si riunivano a casa ora dell'uno, ora dell'altro, per discutere un argomento di carattere letterario. Chesterton vinse anche, con un componimento su S. Francesco Saverio, il premio Milton per la poesia, e finì così in gloria quel periodo che nella sua autobiografia, in un capitolo intitolato "Come essere un asino", definisce
Periodo durante il quale venivo istruito da qualcuno che non conoscevo, intorno a qualcosa che non desideravo conoscere”.
Diverse strade si aprivano ora al giovane Chesterton. Tra i suoi molti talenti scelse il disegno e si iscrisse alla Slade School of Art. Dopo un infanzia particolarmente serena e felice, giunse la nemesi, sotto forma di un periodo di profonda crisi morale ed intellettuale che occupò tutto il periodo speso alla scuola d'arte. Dal punto di vista morale Chesterton era dominato da un intenso impulso di immaginazioni morbose, che si sostanziavano tra l'altro in disegni, di demoni o altro, tanto cupi che due suoi amici sfogliando il suo quaderno si chiesero preoccupati se non stesse diventando pazzo. Questa crisi, durante la quale Chesterton si immischiò anche in pratiche di spiritismo, lo lasciò per sempre persuaso della esistenza oggettiva del peccato e del diavolo. Da notare anche il giudizio che Borges diede su Chesterton, secondo il quale c'era in lui una vena di Poe, un'attrazione per il grottesco ed il macabro, solo a stento tenute a bada dalla lucidità del pensiero e dalla forza della fede (J. L. Borges, Altre Inquisizioni, Feltrinelli, pag 90: "Tali esempi, che sarebbe facile moltiplicare, provano che Chesterton si impedì di essere Edgar Allan Poe o Franz Kafka, ma che qualcosa nella creta del suo io inclinava all'incubo, qualcosa di segreto, e cieco e centrale.[...] Soltanto la "ragione" alla quale Chesterton sottomise la sua immaginazione non era precisamente la ragione, ma la fede cattolica.") Dal punto di vista intellettuale invece la crisi si manifestò come uno scetticismo cosi profondo da cadere nel solipsismo.
Un dubbio metafisico mi faceva sentire come se tutto fosse un sogno. [...] Tuttavia non ero pazzo, nel significato medico o fisico della parola, semplicemente spingevo lontano, fin dove voleva andare, lo scetticismo del mio tempo. E mi accorsi subito che voleva andare un bel po’ più in là di quanto andasse la maggior parte degli scettici. Quando gli atei sciocchi mi dicevano che non v’era nulla all'infuori della materia, io li ascoltavo con una specie di orrore calmo e superiore e con il sospetto che non ci fosse nulla all'infuori della mente. [...]. L'ateo mi diceva, pomposamente, che non credeva nell'esistenza di Dio, e v'erano momenti nei quali io non credevo neppure nell'esistenza dell'ateo". (GKC, Autobiografia, pag. 92).
Il mondo che aveva attorno non lo aiutava certo ad uscire da quel "cieco suicidio spirituale". L'opinione pubblica e la temperie filosofica del tempo erano dominate dallo scetticismo, dal materialismo, dall'evoluzionismo, che non offrivano appigli ai suoi sforzi. Il mondo dell'arte che egli frequentava alla Slade School of Art era dominato dall'Impressionismo, e Chesterton leggeva anche l'Impressionismo come scetticismo.
Esso illustrava lo scetticismo nel senso di soggettivismo. Era suo principio che, se tutto quel che si poteva vedere di una mucca era una linea bianca e un’ombra porporina, si doveva riprodurre soltanto la linea e l'ombra: in un certo senso, si doveva credere soltanto nella linea e nell'ombra, piuttosto che nella mucca. [...] Quali che possano essere i meriti di quella maniera d'arte, è chiaro che come maniera di pensiero essa ha qualche cosa di altamente soggettivo e scettico. Si presta naturalmente all'insinuazione che le cose esistono solo come noi le percepiamo, o che le cose non esistono del tutto”. (GKC, Autobiografia, pag. 91).
Pochi spunti si offrivano al giovane Chesterton per reagire contro questa sua crisi insieme esistenziale e filosofica: il primo fu l'amicizia che, come sottolinea Maisie Ward nella sua biografia, (M. Ward, G. K. Chesterton, Londra, 1945, pag. 16 e seguenti) Chesterton concepisce in questo frangente come una unione quasi mistica, che pone fra le più eccelse realtà della vita. Un secondo fattore fu la scoperta della poesia di W. Withman e il conforto di quei pochi altri autori di moda che non erano pessimisti, come Browning e Stevenson. La lettura di Withman folgorò Gilbert a tal punto che per un certo periodo i suoi scritti furono di puro stile withmaniano e rifletterono le tesi di questi, rifiutando la credenza nella positiva esistenza del male e abbracciando il suo entusiastico ottimismo. Tuttavia questo non poteva bastargli: l'ultima citazione mette in rilievo una caratteristica precipua di Chesterton. Egli non può fare a meno di riferire ogni cosa alla filosofia, alla concezione dell'uomo che essa sottende, alla visione del mondo che presuppone. Questa incapacità di separare il piano della vita concreta da quello della riflessione filosofica fu la grande forza di Chesterton. Per lui il pensiero informa l'azione e l'azione verifica la teoria. Per questo egli lottò per uscire dallo scetticismo che l'avviluppava: perché era una dottrina realmente e oggettivamente insostenibile, nel senso letterale che la vita non poteva reggere una simile posizione senza finire nella disperazione e nel suicidio. Ciò che egli poteva trarre da Withman era però solo un sentimento della vita opposto a questo, non delle ragioni per preferire l'uno all'altro. Il suo intelletto aveva bisogno di solide ragioni che giustificassero l'ottimismo di Withman, senza le quali non avrebbe potuto farlo proprio. Questa esigenza di chiarezza intellettuale fu il terzo e decisivo fattore che lo condusse fuori della crisi. La realtà positiva della amicizia e la diversa temperie spirituale riscontrabile in Withman, Browning e Stevenson non furono quindi che l'esile appiglio esterno che diede modo di esplicitarsi ad un movimento che era eminentemente interiore. Egli usava le parole di Withman per esprimere qualcosa che sentiva urgere dentro di sé, e che si ribellava violentemente allo scetticismo nell'attimo stesso in cui Chesterton era pienamente convinto, in tutta sincerità, che ciò che lo scetticismo proclamava fosse vero. A salvare Chesterton dal baratro del solipsismo fu l'estrema serietà con cui egli considerava sé stesso dal punto di vista filosofico, serietà grande almeno quanto la scherzosità con cui trattava la propria persona sotto altri riguardi. Egli scelse di andare a fondo di questa rivolta, di ascoltare ciò che essa suggeriva, di rintracciarne l'origine e la consistenza, di seguirne i risvolti e le implicazioni, fino ad elaborare una filosofia fondata su queste basi ed aggredire con l'arma da lui forgiata lo scetticismo che l'opprimeva. L'infelicità di questo periodo lo costrinse a prendere sul serio e a indagare su cosa poggiasse il desiderio di felicità dell'uomo e a elaborare quindi una teoria che rendesse conto e difendesse la possibilità per l'uomo, per ogni uomo di essere felice. Non semplicemente felice ma ragionevolmente e quindi solidamente felice.