I personaggi di G. K. Chesterton - Il maniaco 4 – L’adoratore della violenza

Se per il pacifista era la sua stessa concezione dell'amore a farne un uomo incapace d'amore, per l'adoratore della violenza il procedimento è l'inverso: è per essere lui stesso un debole che egli adora la forza.
Autore:
Platania, Marzia
Fonte:
CulturaCattolica.it

Il secondo maniaco conferma questa interpretazione in quanto mostra la stessa contraddizione tra la teoria che si professa e l’esperienza che si vive e la stessa eterogenesi dei fini. Egli è un adoratore della violenza e i due duellanti lo incontrano, paradigmaticamente, subito dopo l’incontro col pacifista. Questi aveva se non altro un aspetto adeguato alla parte, imponente e ieratico per quanto contraddistinto da quella attenzione particolare al proprio benessere che fungeva da prima spia di quel ripiegamento su di sé che è l’opposto dell’amore che professava. Non così l’adoratore della violenza che è invece piccolo di statura e quasi femmineo nelle sue apparenze per via dei lunghi capelli che ricadono “in due gonfie masse ricciute simili alle lunghe trecce delle donne in certi quadri preraffaelliti“. (GKC, La Sfera e la Croce, pag. 97).
Impressione accentuata dalla sua voce acuta. Questa bizzarra apparizione accoglie e incoraggia i due perplessi fuggiaschi che si sono nascosti agli occhi della polizia usufruendo del suo giardino. Saputo chi sono offre loro cibo e riparo per la notte e la protezione del suo giardino per svolgervi il duello il giorno dopo, essendo ormai l’imbrunire. Questa entusiastica accoglienza trova la sua spiegazione nel giardino stesso il mattino successivo: nel suo centro troneggia infatti un idolo di pietra dei Mari del Sud che simboleggia la forza.
Non per nulla io vi ho condotti in questo giardino: ho seguito il capriccio di un’antica divinità, prospera e spietata... Sì, forse è la sua volontà, perché egli ama il sangue: e su questa pietra, in faccia a lui, centinaia di uomini sono stati sgozzati in mezzo alle orge feroci delle isole del Sud. Qui, in questa maledetta terra di vigliacchi, non mi avrebbero certo consentito di ammazzare degli uomini sul suo altare. Solamente qualche gatto e qualche coniglio, di quando in quando“. (Ibidem, pagg. 103-104)
L’idolo di pietra incarna il principio che lo strano ometto ritiene reggere il mondo: “Qui voi potrete ancora ricorrere a quella terribile e semplice giustizia che è l’unica forza domini ed equilibri il mondo…una violenza tranquilla e costante. Vae Victis! Abbasso i vinti! La vittoria è il fatto supremo“. (Ibidem, pag. 105)
Naturalmente MacJan non può ammettere che il duello sia fatto servire ad un fine così estraneo, non può acconsentire a che il suo sangue sia il tributo versato ad un idolo di pietra invece che al Dio dei suoi padri. Infuriato egli sfida a duello il loro ospite che al pari dell’altro maniaco è troppo preso dalla propria teoria per arrivare a comprendere quella di chi ha di fronte anche solo quanto basta a prevederne le reazioni. Egli rimane sbigottito dalla sua violenta reazione e quando anche Turnbull incalza:
Ignobile vigliacco!”, ruggì Turnbull lasciando libero sfogo al suo furore, “Battetevi dunque, se amate tanto la battaglia! Battetevi, se amate tanto questa immonda filosofia! Dal momento che vincere è tutto, siate dunque vincitore! Se il debole deve soccombere, rassegnatevi a morire! Battetevi, o vigliacco! Battetevi, se no, fuori di qui!”. E camminò su Wimpey, gli occhi fiammeggianti“. (Ibidem, pag. 106)
E l’adoratore della cieca forza bruta, che sacrificava al suo idolo di pietra gatti e conigli, vedendo avanzare i due, fugge: “Allora, strillando e incalzato da un folle terrore, si buttò a fuggire. “Incalziamolo!” gridò Turnbull a MacJan che stava raccogliendo da terra l’altra spada. “Inseguiamolo per tutta l’Inghilterra, fino al mare! Addosso! Addosso!”. L’ometto fuggiva come un coniglio fra i cespugli fioriti, inseguito dai due. [...] Salirono così tre pendii, ne discesero quattro, lo inseguirono lungo uno stradale, poi per una landa coperta d’alte felci, per un bosco, lungo un’altra strada, fino alla riva d’una vasta palude. Ma quando Wimpey portato dalla folle fuga arrivò davanti a quella palude, l’impeto della sua corsa era tale che non poté fermarsi a tempo e, barcollando, fece qualche passo, poi scivolò e cadde lungo disteso in quell’acqua fangosa. L’adoratore della forza e della vittoria si rialzò in fretta e furia e diguazzando disperatamente, con l’acqua al ginocchio, attraversò la palude e si lasciò cadere disfatto sulla sponda opposta. Turnbull s’era seduto sull’erba, preso da un folle e irresistibile riso”. (Ibidem, pag. 107).
Se per il pacifista era la sua stessa concezione dell’amore a farne un uomo incapace d’amore, per l’adoratore della violenza il procedimento è l’inverso: è per essere lui stesso un debole che egli adora la forza.
Il forte non adora la forza, ne usa. L’uomo non diventa eroe per un’astratta deificazione dell’eroismo, ma per la reale adesione ad una causa, come Adam Wayne. Solo il debole adora la forza, per questo l’improvvisa fuga del maniaco non deve sorprenderci. Notiamo però in lui il ritorno delle caratteristiche del maniaco: una spiegazione dei perché ultimi del cosmo inadeguata, la conseguente incapacità di comprendere il mondo, in questo caso i due duellanti la cui furia lascia il poveretto esterrefatto e infine l’ottenimento del fine contrario a quanto si era voluto, l’eterogenesi del fine. Infatti egli voleva assistere al duello per godersi la sconfitta del perdente, e per poco non ha dovuto subirlo; voleva che il duello avesse modo di compiersi e invece lo interrompe: infatti i due iniziano a parlare della sua perversa dottrina e quindi di riflesso delle proprie e decidono di approfondire il loro contrasto filosofico in una osteria, davanti ad una birra: “Il pazzo che voleva riconciliarci ci ha incoraggiati a batterci. Nulla di più naturale dunque che il pazzo che ci spingeva a batterci, saldi la nostra amicizia. Alla vostra salute!”. (Ibidem, pag. 112).