I personaggi di G. K. Chesterton: l’uomo comune 2 – Humphrey Pump e le osterie

L'uomo comune era, una volta, facilmente il primo che si trovava per la via, era cioè tutto un popolo, visibile, vivente, ordinario; ora a causa della civiltà industriale è diventato raro e si incarna in individui che la circostante follia rende eccezionali.
Autore:
Platania, Marzia
Fonte:
CulturaCattolica.it

Questa dissipazione moderna, questa filosofia incalzante per la quale Dio non c'è e se c'è, non c'entra, rende estremamente difficile trovare un "uomo comune": la maggior parte degli uomini sono degli "anormali", dei fissati. E' talmente poco comune, questo uomo comune, che anche nella fantasia la sua complessità si sdoppia in due personaggi: ciascuno di essi è di per sé, decisamente poco ordinario; ma insieme identificano la posizione dell'uomo comune, che era, una volta, facilmente il primo che si trovava per la via, era cioè tutto un popolo, visibile, vivente, ordinario; che ora a causa della civiltà industriale è diventato raro e si incarna in individui che la circostante follia rende eccezionali. Ho già accennato ad uno di loro: Dalroy, protagonista di “L'osteria volante”; l'altro è il suo compagno, un oste dall'improbabile nome di Humphrey Pump, detto Hump Pump. Il cattivo lord Ivywood, che vedremo trattando del politico, ha deciso, formalmente per rispetto della superiore cultura musulmana, ma in realtà per odio del popolo, di cancellare l'esistenza delle osterie. L'osteria è l'unica tradizione tipicamente popolare e tipicamente inglese: voler cancellare l'osteria è voler cancellare il popolo inglese, che nell'osteria certo beve, ma più di tutto chiacchiera e si racconta, canta i suoi canti, la sua tradizione.
Nelle chiacchiere d'osteria vivono ancora le fate e gli gnomi, il naturale antidoto all'arido materialismo moderno; nei canti popolari rivive il sano patriottismo, che non tanto s'inorgoglisce dei successi, quanto riassapora le proprie umiliazioni, ribadisce il rifiuto del male e piange i propri morti. Per difendere questo bene supremo si infiamma il sangue caldo dell'irlandese Patrick Dalroy, quando la legge viene per chiudere l'osteria "La vecchia nave", di proprietà dell'amico Pump, e testimone del suo fanciullesco idillio con la bellissima Lady Giovanna. Approfittando del bizantinismo della legge, che non vieta le osterie, ma vieta a Pump di avere un'insegna di osteria sopra il locale adibito a tale uso, e vieta di servire bevande alcoliche in assenza dell'insegna, Dalroy, sradicata l'insegna con la sua enorme forza fisica, e presa la fuga, trasforma "La vecchia nave" in una osteria volante: ovunque pianta l'insegna, con l'aiuto di un barilotto di rum e di una forma di formaggio salvati dalla distruzione, nasce un’osteria e rinasce anche il popolo inglese, con la sua rozza cordialità e la sua franchezza.
L'equipaggio della osteria volante è così formato dall'indispensabile rum, dal non disprezzabile formaggio, dall'asino acquistato ad un calderaio e dal transfuga cane Quoodle, di proprietà di Lord Ivywood, e infine dai due eroi, Dalroy e Pump.
Il primo e da un certo punto di vista il più importante dei due è Pump; egli è infatti significativo fin dall'essere nella trama del romanzo solo l'umile spalla dell'irruente Dalroy. Per conoscere il suo aspetto fisico sarebbe sufficiente guardare il guardacaccia di quelle stampe di caccia dell’Ottocento inglese, e d'altra parte il nostro oste è uomo dalle mille attività e capacità, tra cui non ultima, come ogni buon inglese che si rispetti, il bracconaggio. “Pump era uomo di particolare destrezza che sembrava avere cento mani come Briareo: egli faceva ogni cosa da sé, ed ogni cosa, in casa sua, aveva alcunché di diverso dalle cose che si trovavano nelle altre case. Era anche furbo come Pan [...]. Egli era intimamente inglese”. (GKC, L'osteria volante, pag. 40).