I personaggi di G. K. Chesterton: il politico 4 – Lord Ivywood

Lord Ivywood è l'unico personaggio di Chesterton non passibile di redenzione. Auberon Quin si riconcilia post mortem con il suo opposto/complementare Adam Wayne, Turnbull l'ateo si converte, ma Lord Ivywood morirà pazzo.
Autore:
Platania, Marzia
Fonte:
CulturaCattolica.it

Il secondo personaggio che incarna la posizione del politico è Lord Ivywood; tra i personaggi negativi dei romanzi di Chesterton questi, avversario di Pump e Dalroy in “L'osteria volante”, merita una posizione di tutto rilievo. Egli infatti è l'unico personaggio umano non passibile di redenzione. Auberon Quin si riconcilia post mortem con il suo opposto/complementare Adam Wayne, Turnbull l'ateo si converte, ma Lord Ivywood morirà pazzo.
Dicevamo nella premessa che Chesterton non fa mai ai suoi personaggi, anche a quelli negativi, il torto di diminuire il loro valore. A Lord Ivywood, personaggio negativo per eccellenza, nulla nega in fatto di virtù: egli possiede grandezza, nobiltà, intelligenza, ricchezza, bellezza. Lord Ivywood ha quindi, rispetto a Barker, tutta un'altra statura: è uno dei grandi della terra. Ha dalla sua parte, oltre al potere, al titolo nobiliare e alla ricchezza anche molte virtù personali: un intelligenza acuta, una straordinaria facilità di eloquio, anzi uno stile oratorio che letteralmente affascina gli uditori.
Egli aveva, al pari di Pitt e di Gladstone, la improvvisazione della dizione: le sue parole rotolavano regolarmente e andavano a finire al loro posto, come tanti soldati di un esercito ben disciplinato in rapida avanzata”. (GKC, L’osteria volante, pag. 163).
Un volto di nobile e classica bellezza, per quanto un po’ fredda, rafforza l'impressione che i suoi discorsi destano negli uditori, di trovarsi davanti ad una umanità superiore.
Egli possedeva al massimo grado la così detta nobiltà negativa e, a differenza di Nelson e di tanti altri grandi eroi, non conosceva la paura. Non era possibile conquistarlo colla sorpresa: rimaneva calmo e raccolto anche quando gli altri perdevano la testa”. (Ibidem, pag. 346)
Due scarne citazioni bastano già a notare che, ogniqualvolta debba paragonarlo a qualcuno, Chesterton lo paragona a uno dei maggiori statisti ed eroi nazionali inglesi, proiettandolo da subito nell'empireo della politica. Infatti all'inizio del romanzo egli è l'ambasciatore plenipotenziario inglese ai colloqui che chiudono con un nulla di fatto che è una sostanziale sconfitta la guerra contro i Turchi. Già da subito però un dubbio si insinua: perché se sue sono le alate parole che passeranno ai posteri, non sue sono le decisioni che vengono prese, ma del muto ambasciatore tedesco, simbolo dell'alta finanza, che in scarni bigliettini suggerisce la risposta, che il Lord poi indora con la sua abile dialettica: fra i due però non c'è contrasto, poiché sono entrambi indifferenti al popolo, sulla cui testa prendono decisioni. Questo paragrafo avrebbe potuto intitolarsi altrettanto bene “l'affarista o il finanziere”. Abbiamo scelto “il politico”, perché a questa categoria appartengono i personaggi che agiscono, ma sempre queste due categorie si tengono a braccetto.
Tornando a Lord Ivywood, la sua grandezza é ben letta da Lady Giovanna, donna divisa da una scelta che deve compiere, che é
“...la scelta tra una ambizione ed una memoria. E la questione, che faceva oscillare il piatto della bilancia, era che l'ambizione si sarebbe probabilmente materializzata e la memoria, no. Eterno problema, dacché Satana divenne il re del mondo”. (Ibidem, pag. 256)
La scelta tra la memoria dell'amore giovanile per lo spiantato e poco affidabile Dalroy, e l'ambizione di divenire la sposa di Lord Ivywood, rende Lady Giovanna giudice assai attento delle virtù e dei difetti di quest'ultimo, e non c'è dubbio che egli desti in lei, se non amore, una grande ammirazione. Soprattutto quando Lord Ivywood, pur ferito ad una gamba dal proiettile dell'irato Pump, si precipita seppure claudicante a Londra, in Parlamento, per fermare con una nuova legge il volo dell'osteria volante. E Lady Giovanna non può che ammirare il suo stoicismo e la sua ferrea volontà:
Lo ammirò come non lo aveva mai ammirato prima [...] Sentì che c'era in lui qualche cosa degna della loro antica razza, e che in lui soffiava quel vento divino che si chiama Volontà”. (Ibidem, pag. 260)