Il senso religioso

Fonte:
Centro Culturale Rebora

L'appendice e i primi quattro capitoli del teso Scuola di religione ripropongono quasi interamente il testo Il senso religioso scritto da Luigi Giussani e pubblicato dall'editrice Jaca Book di Milano nel 1986.

Appendice: questioni di metodo

Vengono proposte tre basilari premesse. Nella prima, il realismo, si invita ad una osservazione attenta, intera e appassionata del reale. Così si prende coscienza della 'esperienza elementare' dell'uomo: le sue evidenze ed esigenze costitutive (esigenza di verità, felicità, amore, giustizia), che rendono tutti gli uomini partecipi del medesimo paragone e impeto nell'affronto del reale.
La seconda premessa, ragionevolezza, porta a considerare i modi con cui si sviluppa la nostra ragione intesa come capacità di rendersi conto della realtà secondo la totalità dei suoi fattori. Tra questi modi appare fondamentale quello della 'certezza morale': la capacità di giungere attraverso indizi molteplici ad una certezza in merito a verità decisive per l'esistenza che non sono riducibili ad elementi considerabili con metodi matematici-logici-sperimentali. È questo il metodo con cui procedere per cogliere il Mistero Ultimo della realtà.
La terza premessa, moralità nel conoscere, tende a precisare il ruolo del 'sentimento' in questo processo conoscitivo. Il sentimento infatti è inevitabile quando si tratta di questioni che interessano l'essere stesso del soggetto; tuttavia non rende impossibile la conoscenza se è in accordo con la ragione nel processo di conoscenza dell'oggetto in questione.

Capitolo 1: il senso religioso

'Partire da se stessi': è questo l'imperativo con cui si inizia il cammino di scoperta del reale. Evitare dunque di ragionare su concetti astratti (opinioni, disquisizioni, etc): al centro deve essere l'io, colto nel momento in cui incontra la realtà e si paragona con essa seriamente (io-in-azione).
In questo impegno con la vita si incontra da una parte la 'tradizione' (ciò che si riceve dal passato) e dall'altra il 'presente' (la realtà attuale di sé). La tradizione è il patrimonio in cui ci viene trasmessa l'esperienza degli altri; il presente è il luogo in cui l'io prende coscienza di ciò che lo costituisce. In questo modo emerge nel presente la straordinaria evidenza di un duplice fattore operante in noi: quello 'materiale' e quello 'non-materiale'.
Il senso religioso è il fenomeno in cui si esprime nel modo più chiaro il fattore 'non-materiale' che ci costituisce.
La natura di questo senso religioso è quella di essere una grande domanda in cui ad esprimersi è il nostro stesso io. Domanda inevitabile, strutturale, insopprimibile. Domanda che esige una risposta esauriente, non parziale o superficiale.
Di fronte a questa grande domanda sperimentiamo la sproporzione del nostro io in merito alla possibilità di trovarne la risposta. Questa sproporzione appare paradossalmente sempre più grande quanto più progredisce la nostra conoscenza del reale. La conseguenza di questo fatto è quella profonda tristezza-nostalgia che caratterizza ogni uomo che sia serio di fronte alla vita. L'io in effetti appare come una 'promessa': da qui la sua permanente 'attesa'. Essa diventa dimensione di ogni gesto che l'uomo compie.
La conclusione è che se non si ammette l'esistenza di una risposta -benchè insondabile- si sopprime la domanda stessa che è l'uomo e la sua ragione.

Capitolo 2: atteggiamenti irragionevoli di fronte all'interrogativo ultimo

Giussani indica sei atteggiamenti irragionevoli in cui comunemente l'uomo cade di fronte alla grande domanda che emerge dalla sua ragione e dal suo cuore.
Nelle prime tre (negazione teoretica del senso stesso della domanda; sostituzione di essa con un irrazionale volontarismo; negazione pratica o atarassia) si tenta una negazione radicale (svuotamento) della domanda stessa, come se fosse priva di significato o di peso esistenziale.
Nelle seconde tre (riduzione a sentimento; negazione disperata della risposta; proiezione alienante della risposta nel futuro) si tenta di ridurre la domanda negando che abbia possibilità di risposta, pur considerandone il grande peso esistenziale.
Le conseguenze di questi atteggiamenti irragionevoli sono pesanti: la rottura con il passato (non c'è più legame tra l'esperienza degli uomini, privata di ogni significato), l'incomunicabilità e la solitudine (non ci si mette insieme per una più attenta sequela del Mistero Ultimo, ma solo per istintività, sentimentalità passeggera o sfruttamento reciproco), la perdita della libertà (l'uomo viene ridotto a prodotto dei suoi antecedenti biologici).
La conclusione è che la vera libertà consiste nella piena realizzazione di sé, cioè nella scoperta-incontro con l'Infinito, negando il quale si nega l'uomo stesso.

Capitolo 3: itinerario del senso religioso

Ma come sorge la grande domanda in noi? C'è un itinerario che il nostro io compie quasi come una progressione.
Tutto comincia dall'incontro-impatto con la realtà: sorge lo stupore per la presenza delle cose, perché non le abbiamo fatte noi, ci sono date, sono 'altro' da noi e suscitano in noi un'attrattiva. Questa realtà si dimostra subito dopo come un 'cosmo', una realtà ordinata, strutturata secondo un disegno stupefacente. E, procedendo in questo sguardo al reale, esso ci appare come 'provvidenziale' all'io.
Il momento decisivo è quando l'io riguardo a sé prende coscienza di essere lui stesso dato a sé: io non mi do l'essere, dipendo da 'altro'. Ecco allora cos'è l'io: tu-che-mi-fai, essendo questo 'tu' la realtà misteriosa che mi genera e che mi genera come un 'io'. Sorge qui un dialogo che si chiama preghiera: scoprire al fondo di sé un altro.
Infine l'io si accorge di avere dentro di sé una legge non scritta che fa dire 'questo è bene, questo è male': non ce la diamo noi, è data, quasi imposta da altro.
Così la strada per arrivare al riconoscimento del Mistero Ultimo -cioè la strada della religiosità- è l'impegno con la realtà, considerata in tutta la sua ampiezza. La realtà è infatti ana-logia: parola che rimanda più in su.

A questo punto si è scoperto il concetto di segno: una realtà che rimanda ad un'altra realtà, una realtà il cui significato è un'altra realtà. È come una provocazione. Negare questa altra realtà sarebbe irrazionale.
Il rimando a questa altra realtà è esigito soprattutto dal segno potente che è il nostro io quando è considerata nel suo carattere esigenziale: la vita dell'io è esigenza di verità, felicità, giustizia, amore. Rimanda energicamente ad 'altro'.
Questo altro è senza volto, ma per indicarlo il termine più adeguato è il 'Tu'. Infatti il nostro io è ultimamente esigenza di un 'tu', come dimostra l'esperienza quotidiana (nulla ci appaga come il 'tu').
Questo 'Tu' rimane comunque ignoto; sorge l'idea di Mistero: è la percezione di un esistente ignoto, irraggiungibile, cui tutto il movimento dell'uomo è destinato, perché anche ne dipende.
Anche i termini che usiamo per indicarlo (in-finito, in-effabile, im-menso…) sono solo 'negazioni' per avvicinarsi ad un concetto inesprimibile: sono aperture al Mistero.

La ragione è costretta ad ammettere l'esistenza di questo 'incomprensibile'. Ma la libertà dell'uomo può rifiutare questo riconoscimento.
La libertà è necessaria perché l'uomo possa essere se stesso, raggiungere liberamente il suo destino, riconoscerlo liberamente. Essa pone di fronte ad una opzione decisiva: o vado di fronte alla realtà spalancato e desideroso di conoscerla, oppure ci vado chiuso in una mia misura. È una opzione quotidiana.
Questa libertà si gioca nell'interpretazione di quel grande 'segno' che è tutta la realtà, il mondo.
Il problema fondamentale è dunque l'educazione della libertà come responsabilità, cioè come capacità di rispondere alla grande chiamata della realtà. Richiede un atteggiamento insieme di domanda e di positività (cioè ammettere la possibilità della risposta).
L'uomo si incontra qui con l'esperienza del rischio. Esso non è la mancanza di ragioni, ma una debolezza quasi psicologica e strutturale a seguire l'indicazione della ragione. Questa debolezza viene superata solo attraverso il fenomeno della comunità.

Capitolo 4: ragione e rivelazione

L'energia della ragione tende a entrare nell'Ignoto: tende a conoscere ciò che ha intuito come l'inarrivabile, il Mistero. Scoprire il Mistero, entrare in esso, è il motivo della ragione, la sua forza motrice. È il rapporto con quell'al-di-là che rende possibile anche l'avventura dell'al-di-qua.
L'Ulisse dantesco è il simbolo di tutto ciò. Dominatore del mare nostrum, sente l'esigenza di andare oltre le colonne d'Ercole, al di là delle quali la saggezza comune poneva solo vuoto e pazzia. La mentalità positivista cerca di scoraggiare questo ardimento dando per sicuro solo ciò che si misura all'interno dei confini stabiliti. Ma oltre le colonne d'Ercole sta l'oceano del significato: è nel loro superamento che uno comincia sentirsi uomo.
Nella Bibbia troviamo una pagina ancora più grande: la lotta di Giacobbe con Dio. Il patriarca rimane segnato da questa lotta, che mostra tutta la statura dell'uomo; una lotta senza vedere il volto dell'altro.
Ma rimanere sospeso alla volontà di questo ignoto 'signore', che giunge a me attraverso le circostanze, è una posizione vertiginosa per la ragione.
Un eccessivo attaccamento a sé ('amor proprio') spinge la ragione a dire: "ecco, ho capito, il Mistero è questo". E così l'uomo esalta il proprio punto di vista: un particolare viene pompato a definire la totalità. Il senso religioso viene corrotto, costretto a identificare il suo oggetto con qualcosa che l'uomo sceglie, con qualcosa di 'comprensibile' a sé.
Il problema è cosa sia la ragione: o l'ambito del reale o un varco sul reale, un varco sull'essere nel quale non si è mai finito di entrare. Pretendere invece di essere la misura di tutto significa pretendere di essere Dio.
Il particolare con cui la ragione identifica la spiegazione di tutto la Bibbia lo chiama idolo: qualcosa che sembra Dio e non lo è. Ne segue una corruzione dell'umano descritta da San Paolo (Romani 1,22-31). Nella misura in cui gli idoli sono esaltati l'umano viene meno. Per la Bibbia l'origine della violenza come sistema di rapporti, cioè la guerra, è l'idolo.
Come idolo l'uomo sceglie qualcosa che 'capisce' lui. La razza, il partito, il capo, in nome del quale tutto è lecito.
Ma l'idolo non fa mai unità e totalità senza dimenticare o rinnegare qualcosa.

Esistenzialmente l'uomo è spinto ad interpretare male il segno che è la realtà, cioè prematuramente, impazientemente. L'intuizione del rapporto col Mistero si corrompe in presunzione.
Per questo San Tommaso d'Aquino dice che è necessaria per gli uomini una "divina rivelazione". E prima di lui Platone invocava "l'aiuto della rivelata parola di un dio". All'estremo della coscienza appassionata e sofferta dell'esistenza si sprigiona questo grido dell'umanità più vera, come una implorazione, una mendicanza.
È l'ipotesi della rivelazione.
Già il mondo è in se stesso, in quanto segno, una rivelazione del Mistero. Ma in senso proprio "rivelazione" non è il termine di una interpretazione che l'uomo fa sulla realtà: si tratta di un possibile fatto reale, un eventuale avvenimento storico. Un fatto che l'uomo può riconoscere o non riconoscere. Un fatto per cui Dio entra nella storia dell'uomo come un fattore interno alla storia, come una presenza dentro la storia, che parla come parla un amico: "il punto d'intersezione del senza tempo col tempo" (Eliot).
· Una simile ipotesi prima di tutto è possibile. Negare la possibilità di questa ipotesi è l'ultima estrema forma di idolatria, l'estremo tentativo che la ragione compie per imporre a Dio una propria immagine di Lui. "A Dio nulla è impossibile" (Luca 1).
· In secondo luogo questa ipotesi è estremamente conveniente. Perché si incontra con il desiderio più autentico dell'uomo. Horkheimer: "Senza la rivelazione di un dio l'uomo non riesce più a raccapezzarsi su se stesso".
· In terzo luogo ci sono due condizioni che questa ipotesi deve rispettare:
- deve essere una parola comprensibile all'uomo
- il risultato della rivelazione deve essere l'approfondimento del Mistero come mistero, non deve essere una riduzione del mistero. Sapere che Dio è padre, come ha rivelato Cristo, è illuminante, ma nello stesso tempo rimane il mistero, rimane più profondo: Dio è padre, ma è padre come nessun altro è padre. Il termine rivelato porta il mistero più dentro di te.
L'impossibilità di una rivelazione è il dogma fondamentale del pensiero illuministico, il tabù predicato da tutta la filosofia liberale e dai suoi eredi materialisti. Ma l'ipotesi della rivelazione non può essere distrutta da alcun preconcetto. Occorre che nell'uomo rimanga quell'apertura originale del cuore verso questo fatto possibile.