I personaggi di G. K. Chesterton: l’ateo 1 – La sfida di James Turnbull

L’ateo e il mistico sentono entrambi che il problema di Dio è essenziale e decisivo per l’esistenza, ma in merito alla esistenza di Dio l’ateo è tanto fanaticamente per la negazione quanto il mistico lo è per l’evidenza. La negazione dell’ateo è però di una strana natura: non è tanto una incredulità, quanto una sfida. Certo non un’indifferenza.
Autore:
Platania, Marzia
Fonte:
CulturaCattolica.it

L’Ateo è l’avversario del Mistico, l’Evan MacJan del romanzo “La Sfera e la Croce“, che abbiamo già incontrato. Il suo nome è James Turnbull; scozzese d’origine, come il suo avversario, ma londinese di adozione, ha i capelli rossi, prezioso indice del suo interno ardente fanatismo, che potrebbe passare inosservato dacché cova sotto un aspetto ordinario e un atteggiamento di solido buonsenso (buonsenso che sarà ricco di consigli e spesso salverà anche l’impulsivo e poetico MacJan durante la loro fuga). Complici per necessità, avversari per posizione filosofica, essi sono complementari come caratteri: finiranno avvinti da una strana fratellanza; hanno infatti qualcosa di profondo in comune: sono gli ultimi due Inglesi che ritengono l’esistenza o meno di Dio un problema che abbia a che fare con la vita di tutti i giorni, un problema soprattutto ed eminentemente pratico.
Entrambi sentono che il problema di Dio è essenziale e decisivo per l’esistenza, ma in merito alla esistenza di Dio l’ateo è tanto fanaticamente per la negazione quanto il mistico lo è per l’evidenza. La negazione dell’ateo è però di una strana natura: non è tanto una incredulità, quanto una sfida. Certo non indifferenza, non è l’indifferenza del giudice (che non ritiene si debba parlare dei “sentimenti più intimi” di qualcuno); infatti della non-esistenza di Dio Turnbull parla in continuazione e dirige anche un giornale, “L’Ateo“, colmo di presunte dimostrazioni di questa non-esistenza. E’ infatti l’editoriale di questa pubblicazione, affisso sulla porta della sede de “L’Ateo“, che scatena le ire di MacJan, paragonando offensivamente la Madonna a certe figure della mitologia assiro-babilonese protagoniste di connubi con la divinità: nell’ardore di dimostrare la sua tesi l’ateo non esita infatti a caricarsi del peso di una esotica e meticolosissima erudizione. Il rifiuto di Dio da parte dell’ateo non è per nulla distratto, bensì furiosamente appassionato: una sfida, dicevamo. Turnbull usciva delle volte dalla redazione a mostrare minacciosamente i pugni alla cattedrale di San Paolo, e si stupiva che le sue accuse veementi e le sue indiscutibili argomentazioni contro il Cristianesimo non scuotessero il mondo. Per lui “questa indifferenza del pubblico non era né triste né insensata, ma semplicemente sconcertante e inesplicabile[...] Le sue bestemmie diventavano ogni giorno più appassionate; ed ogni giorno più spessa la polvere le ricopriva. E Turnbull aveva l’impressione di vivere in un mondo d’idioti“. (GKC, La Sfera e la Croce, pag. 34).
Quando MacJan piomba nella polverosa redazione sfondando il vetro della porta, in quel momento soltanto la vita di Turnbull si compie: una sfida ha senso solo se accolta e rilanciata. “La faccia di Turnbull si illuminò come di una nuova aurora. Sotto i suoi capelli e la sua barba rossa, egli diventò pallidissimo per l’improvvisa sconosciuta gioia che lo invase. Dopo venti anni di una fatica solitaria e sterile, ecco finalmente la ricompensa...” (Ibidem, pag. 40).
Una sfida presuppone la realtà di ciò che si sfida. Di più, si potrebbe già notare come la posizione di MacJan sia in sé compiuta: per quanto egli accetti la sfida, esisterebbe tranquillamente anche senza di essa: la sua fede può fare a meno della Cattedrale di San Paolo. Non così Turnbull: egli è sbilanciato, nel suo tendere i pugni alla massa incombente dell’edificio sormontato dalla Croce, e cadrebbe se esso improvvisamente cedesse: senza di esso sarebbe insensato il suo gesto, sarebbe sprecata tutta la sua vita, quei venti anni di una fatica solitaria e sterile, che trova la sua ultima giustificazione in quella stessa cosa che combatte, restandogli inesorabilmente legata. La sua posizione non ha consistenza poiché non è originale, ma nasce da una reazione. La sfida presuppone e quindi ammette l’esistenza dello sfidato: e ciò che Turnbull sfida non sono i cristiani in generale. Dice infatti a MacJan: “Io credevo davvero che tutti i cristiani fossero degli ipocriti e avevo per loro una certa indulgenza. Ma sento che voi siete sincero e per questo vi odio”. (Ibidem, pag. 60).