Soffrire con un perché

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Salvatore Bernardello, Studio su san Paolo

Paolo si rende conto che anche le sue comunità erano partecipi del suo dolore e delle sue persecuzioni (cf 1Tes 2, 14; 3, 2-5; 2Cor 1, 3s).
A loro fa anzitutto constatare che nessuna avversità avrà mai il potere di sopraffare la presenza cristiana: «Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti ma non uccisi» (2Cor 4, 8s; cf 1Cor 4, 8-11).

Li esorta a resistere, a non lasciarsi mai intimidire, ad essere fieri nel dare testimonianza, anche se incompresi: «Ora è il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!... Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, ma non messi a morte; afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto» (2Cor 6, 2-10).

Osa chiedere loro di imitarlo nel vincere il male ricevuto con il bene dato: «Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo» (1Cor 4, 12). Ai Romani consiglierà di “non rendere a nessuno male per male…Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene” (12, 17-21).

Già si è detto quale posto Paolo riservi alla sapienza e potenza che proviene dal mistero della Croce (vedi p. 17) e dalla speranza (vedi pp. 23s). Paolo sa fornire una profonda ragione teologica al dolore innocente che non risparmia il cristiano: è l’imitazione di Cristo Crocifisso, che ci chiama a morire con Lui per risorgere con Lui, partecipando attivamente al mistero redentivo della sua Pasqua: «E se siamo figli, siamo anche eredi, eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria» (Rom 8, 17; cf Fil 3, 10s).
Della sofferenza mette in luce la misteriosa fecondità apostolica: «A causa del mio vangelo, io soffro fino a portare le catene come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata. Perciò sopporto ogni cosa per gli eletti, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù… Certa è questa parola. Se moriamo con Lui, vivremo anche per Lui» (2Tim 2, 9-11).
Una partecipazione alla Croce cui è chiamata tutta la Chiesa, corpo di Cristo, che ne è anche prima beneficiaria: « Perciò sono lieto nelle sofferenze per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo, che è la Chiesa» (Col 1, 24). Nel discorso di addio ai capi della Chiesa di Efeso, ha ancora ben chiaro anche che le «catene e tribolazioni» che l’attendono a Gerusalemme fanno parte del «servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio» (cf At 20, 22-24); le sue sofferenze sono per l’opera di Cristo (cf 2Tim 1, 9-12) e per la Chiesa (cf 2Tim 2, 8-10; Col 1, 24s). Fanno parte della sua amorevole testimonianza a Cristo (cf il commento di s. Giovanni Crisostomo, a p. 43).

Ed è così che l’apostolo - senza morbosità autopunitive o volontarismi stoici – arriva a testimoniare una tipica originalità della speranza vissuta nella comunione cristiana, la gioia della consolazione nel dolore: «Come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Quando siamo tribolati, è per al vostra consolazione… Come siete partecipi delle sofferenze, così lo siete anche della consolazione» (2Cor 1, 4-7); «Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione» (2Cor 7, 4).
Arriverà «a vantarsi ben volentieri delle sue debolezze, perché dimora in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni e nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole è allora che sono forte» (2Cor 12, 9s); «nella piena fiducia che, come sempre, anche ora Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia» (Fil 1, 20).