Paolo, chiamato ad andare ai pagani

Fonte:
CulturaCattolica.it
Berchem, Paolo e Barnaba

Con l’eccezionale chiamata alla fede in Cristo, il neoconvertito Paolo riceve anche il mandato missionario, che da persecutore lo rende testimone. Glielo comunica per primo proprio Anania, al quale Cristo l’ha indirizzato: «Alzati, ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare» (At 9, 6; 22, 10). Gli verrà confermata, tre anni dopo, durante l’estasi avuta nel tempio di Gerusalemme (cf At 22, 17-21).
* Il mandato che gli viene assegnato viene specificato come missione alle genti pagane. È il Signore stesso a dirlo ad Anania: «Va’, perché egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinnanzi ai popoli, ai re e ai figli d’Israele» (At 9, 15). A sua volta, Anania lo fa sapere a Paolo, «predestinato … a vedere il Giusto e ad ascoltare una parola dalla sua stessa bocca»: «Gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto ed udito» (At 22, 14). E nell’estasi: «Va’, perché io ti manderò lontano, tra i pagani» (At 22, 21).
Nella testimonianza che darà davanti ad Agrippa, il suo mandato è già messo in bocca a Cristo stesso sulla via di Damasco, che lo sollecita a non opporre resistenza alcuna al disegno di Dio che lo riguarda: «Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo… Ti sono apparso infatti per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto e di quelle per cui ti apparirò ancora. Per questo ti libererò dal popolo e dai pagani, ai quali ti mando ad aprir loro gli occhi, perché passino dalle tenebre alla luce e dal potere di satana a Dio e ottengano la remissione dei peccati e l’eredità in mezzo a coloro che sono stati santificati per la fede in me» (At 26, 16-18).\
* Come per gli altri apostoli – e per ogni cristiano, fin dal battesimo – anche per Paolo la vocazione è dunque inseparabile e contestuale alla missione: l’agire è connesso all’essere e così la vita ritrova unità. È ampiamente giustificata la sua autopresentazione: «Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti» (Gal 1, 1; cf 1, 11s; cf Rom 1, 1; 1Cor 1,1).
Così, la conversione provocata dall’incontro con il Risorto non si riduce ad una esperienza sconvolgente, ma privatistica: «L’uomo greco non aveva alcun Dio che lo prendesse a suo servizio e lo mandasse come suo inviato. Solo l’uomo giudeo è consapevole che una rivelazione contiene una missione» (L. Baeck, Vita di s. Paolo). Accade al fariseo Saulo ciò che accadde a Mosè (cf Es 3, 20) e ai profeti (cf Is 6, 8s; Ger 1, 4-19). Senza frapporre indugi, il vigore e lo zelo del fariseo d’ora in avanti saranno posti al servizio dell’annuncio di Cristo, con dedizione totale: «È per me una necessità il farlo. Guai a me, se non evangelizzassi» (1Cor 9, 16).
Al termine della riflessione su quanto avvenne sulla via di Damasco, comprendiamo perché la liturgia della Chiesa abbia dedicato una festa particolare alla Conversione di s. Paolo, apostolo, il 25 gennaio di ogni anno.