Percorsi educativi nella Divina Commedia

Corso di aggiornamento per insegnanti delle scuole medie superiori
Autore:
Capelli, Valeria

La sapienza pedagogica della Divina Commedia è come un pozzo senza fondo: mai si finisce di scoprirla.
Nel Poema c’è un percorso educativo fondamentale, ed è quello che compie Dante, percorso nel quale convergono quelli di tante anime che incontra; e c’è un percorso che è chiamato a compiere il lettore da Dante stesso, da Dante narratore della sua vicenda, il quale propone il suo cammino esistenziale come “exemplum” da seguire. Il Poeta è e vuole essere un grande educatore; proprio per questo può essere di grande aiuto personalmente e nello svolgimento del nostro compito di insegnanti.
Certo, non è facile oggi leggere e insegnare la Divina Commedia, perché le sue parole sono così cariche di realtà, di esperienza che possono essere equivocate, possono sfuggire nella loro pregnanza semantica. Ma se noi insegnanti ci lasciamo sfiorare dalle profondità di quel linguaggio, se ne siamo toccati, commossi, è inevitabile che qualcosa di tanta grandezza, di tanta bellezza si comunichi agli studenti. Insegnare non è applicare delle tecniche; può essere anche questo, ma in primo luogo è comunicare, attraverso tutto, il proprio rapporto positivo con la realtà. La realtà, sia essa un testo poetico, una formula di chimica, un evento della società, la persona del ragazzo che si ha di fronte o il nostro stesso cuore, richiede da parte nostra un approccio positivo, costruttivo, commosso nel senso profondo del termine: solo così sì sviluppa in colui che deve essere educato il senso della realtà come qualcosa che ultimamente è fatto per lui, come qualcosa su cui proiettare uno sguardo di speranza. Questo è particolarmente importante oggi, in tempi di pensiero debole, di cultura nichilistica, che si riflettono sui ragazzi come senso di vuoto, di incertezza, come incapacità di impegno con la realtà, come tendenza a un giudizio negativo su tutto e su tutti.
Interessante è il fatto che la Divina Commedia li colpisce. Probabilmente ciò accade proprio perché Dante è il contrario dei modelli che sono loro proposti, di loro stessi: ha un pensiero forte, una cultura “certa”, una identità precisa e si propone con decisione. Anche se non capiscono, se ultimamente non accettano, sono colpiti: forse perché avvertono confusamente di aver bisogno di tutto questo.
C’è però una condizione necessaria perché ciò si verifichi, come si è già detto; ed è che la lettura del Poema tocchi profondamente me, che ho il compito di renderlo accessibile a loro. Per questo il vero problema della scuola, al di là di tutte le riforme strutturali che si possono o si devono fare, al di là di tutte le tecniche di insegnamento che si possono o anche si devono usare, è quello di noi docenti, della nostra umanità, della nostra capacità di insegnare. Quello che insegno deve essere per me un’esperienza di umanità, di verità, di bellezza nel momento in cui l’insegno e di fronte alle persone a cui l’insegno; allora, come per osmosi, vibrerà anche l’umanità dei ragazzi, ovviamente in proporzione della loro apertura di cuore e di mente.
Ma ripercorriamo, per sommi capi, la vicenda educativa di Dante. Per avere una prima chiave di comprensione del Poema occorre fare un’importante distinzione, sottolineata oggi da tutti i critici, fra Dante che scrive (l’“auctor”) e Dante personaggio, attore dei viaggio (l’“agens”). Il grande educatore è l’“auctor”, Dante che descrive se stesso come attore di un percorso educativo.
Per educare occorre avere una proposta educativa, l’ipotesi di un percorso che si basi su una precisa idea della realtà e dell’uomo in particolare. Il Poeta, giunto alla fine del suo viaggio, sa ormai che cosa è la realtà, che cosa è l’uomo perché ha imparato, con l’aiuto delle sue guide, a conoscere.se stesso e il mondo. Virgilio, Beatrice, San Bernardo gli hanno chiarito, con una saggezza fondata, a diversi livelli, su una tradizione millenaria di valori, la sua esperienza di uomo chiamato a vivere l’avventura della realtà nelle sue profondità ultime.
La rivelazione progressiva della propria realtà umana, a cui in primo luogo queste presenze lo introducono, può essere detta dalla frase di S. Agostino che è come il compendio del significato del viaggio della Commedia (e al tempo stesso del significato del viaggio della vita per ogni uomo del Medioevo e per ogni cristiano di ogni tempo, come giustamente rileva il Singleton): “Ci hai fatto per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”. Su questa conoscenza della natura dell’uomo, del suo cuore, del suo destino si fonda l’ipotesi educativa del Poema.
Talvolta Dante dichiara questa antropologia esplicitamente: si veda Par. VII, 142-144: “Ma vostra vita sanza mezzo spira / la somma beninanza e la innamora di sé sì che poi sempre la disira…” o Par. II, 19-20: “La concreata e perpetua sete / del deiforme regno cen portava...”, o la seconda parte di Par. I, in cui si paria di un “impeto primo”, di un impulso naturale che porta l’uomo verso Dio e si paragona tale impulso a una corda “che ciò che scocca drizza a segno lieto” (il desiderio di Dio ci è dato non per la nostra dannazione, ma per la nostra realizzazione, felicità. Si veda anche Par. IV, 124 sgg.); o Purg. XXI, 1-3: “La sete natural che mai non sazia / se non con l’acqua onde la femminetta / samaritana domandò la grazia …” Qui viene esplicitata anche la via per raggiungere la meta, cioè Cristo). Gli esempi si potrebbero moltiplicare: infatti tutte le anime che Dante incontra nell’Inferno, nel Purgatorio, nel Paradiso, sono esemplificazioni, al positivo o al negativo, di questa struttura originaria dell’uomo.
Vediamo come si svolge tale cammino per il Poeta. Il personaggio Dante compare “ex abrupto”, proprio all’inizio, come un uomo che si accorge (“mi ritrovai”) di essersi smarrito in una “selva oscura” (la selva è metafora comune nel Medioevo, usata nel Convivio da Dante stesso per indicare la vita nel peccato, la foresta dell’errore in cui l’adolescente s’inoltra per inesperienza). Quel “mi ritrovai”, con cui fulmineamente il narratore passa dalla condizione universale (“il cammin di nostra vita”) a quella individuale, inaugurando peraltro la narrazione in prima persona nella letteratura romanza (come rileva il Contini sulle orme del Singleton), dice un primo sussulto della coscienza. Egli prova paura, angoscia, nella sua grande solitudine, perché in quel lungo “sonno”, in quel periodo di dimenticanza ha smarrito “la verace via”, la via del bene; in altre parole ha perso, in primo luogo, il senso profondo di sé e non sa più vivere secondo la sua natura razionale. Dante ha bisogno di qualcuno che lo aiuti a ritrovarsi, che lo educhi alla esperienza della realtà. Ma non lo capisce subito; tanto è vero che tenta da solo di ritrovare la via verso la verità della vita (simboleggiata dal colle illuminato dal sole). Ma ecco che tre fiere, chiaro simbolo del male, gli si parano davanti ed egli torna indietro a precipizio, impaurito, verso la selva.
E quando gli compare innanzi una figura umana chiede aiuto. Questa è la prima serietà che ritrova Dante: riconoscere che non ce la fa da solo, nel “gran diserto” della sua vita, e che ha bisogno d’aiuto. L’ombra si presenta: è Virgilio, l’antico poeta venerato da Dante e dal Medioevo come cantore del “pius” Enea e dell’Impero e come profeta di Cristo. Virgilio gli propone di fare un “altro viaggio”: “altro” rispetto a quello che Dante immagina, che ogni uomo può progettare, che Ulisse ha tentato; “altro” perché - come egli rivelerà nel canto II - è voluto da Dio e presuppone una guida; “altro” perché nei tre regni dell’aldilà.
Dante d’impulso decide di seguire l’amato poeta e maestro; ma subito sopravviene in lui un dubbio: un viaggio così l’avevano compiuto S. Paolo ed Enea, uomini scelti da Dio per un missione grandiosa; ma per lui non sarebbe una follia intraprendere tale cammino? Vedendolo esitante, timoroso, Virgilio gli svela la congiura d’amore nei suoi confronti, in Cielo, di “tre donne benedette”, Maria, Lucia, Beatrice; e gli dice che Beatrice stessa è scesa nel Limbo a pregarlo di portargli aiuto.
Riaffiora in questo momento, nel Poeta, la memoria dell’incontro determinante della sua vita, quello appunto con Beatrice, nel quale egli aveva fatto un’esperienza nuova, forte di sé, sentendosi amato da Dio attraverso di lei. Allora decide definitivamente di seguire Virgilio nell’arduo cammino. La grandezza di Dante, a questo punto della sua storia, sta nell’aderire al respiro di verità, di libertà di un incontro ormai lontano nel tempo, dimenticato, che ora gli viene discretamente riproposto. Egli ha il coraggio di anteporre questo incontro ad anni di pregiudizio, di errori; ed ecco che subito affiora una prima se pur confusa intuizione della vita come vocazione e come compito nel mondo.
Già in questa vicenda iniziale emerge la sapienza pedagogica di Dante.
Il realismo cristiano e umano che caratterizza la sua mentalità, come quella dell’uomo medievale, infonde la convinzione che l’uomo sia educabile fino alla morte. L’educazione non riguarda appena il bambino o l’adolescente, ma l’uomo di qualunque età. Dante ha 35 anni quando inizia questo cammino alla sequela di Virgilio (poi di Beatrice, infine di S. Bernardo).
L’incontro con Virgilio fa emergere subito l’aspetto più importante della vicenda: la salvezza giunge all’uomo dal di fuori, attraverso degli incontri. Non c’è traccia di autoeducazione nella Commedia: la verità della vita si fa attraverso l’incontro con un maestro che evoca al fascino della verità, che la testimonia esistenzialmente. E questo è un metodo cristiano e umano. Platone non sarebbe Platone se non avesse incontrato Socrate; gli apostoli non sarebbero gli apostoli se non avessero incontrato Gesù Cristo; Dante non sarebbe Dante se non avesse incontrato, in mezzo a tanti altri incontri importanti, ma non così determinanti per la sua vita, Beatrice. E con Beatrice anche Virgilio. L’autentica novità nella vita è portata da un avvenimento di cui si fa esperienza, da un avvenimento dovuto all’irrompere di presenze significative. Potremmo qui chiederci: siamo noi, per i nostri alunni, presenze significative, presenze che portano una novità, che provocano a un’esperienza?
Ma procediamo. Estremamente importante è comprendere, dal punto di vista che abbiamo scelto, il motivo della definitiva decisione, da parte di Dante, di seguire Virgilio, che tutti sappiamo essere simbolo della ragione.
L’uomo non si muove, non cammina, non costruisce se non a partire da una positività, da una certezza in cui riposa e da cui trae energia per affrontare la realtà. La prima certezza, quella assolutamente indispensabile, è la certezza del proprio “io”. Ma il senso di sé viene a coincidere con qualcosa a cui si appartiene: è pertanto la certezza affettiva, la certezza di essere voluto, amato, che permette all’uomo come al bambino di dire “io” con verità, di andare verso la realtà, di usare la ragione.
Virgilio offre a Dante questa certezza con la sua rivelazione; e Dante ritrova il senso di sé, la forza per intraprendere il cammino che gli è proposto, una prima capacità di usare e di seguire la ragione.
Si potrebbero fare altri esempi ricorrendo al poema dantesco. Mi limito solo a ricordare quanto avviene nel canto XXVII del Purgatorio. Arrivato all’ultima cornice, quella dei lussuriosi, Dante deve passare attraverso una cortina di fuoco, altrimenti non può procedere. Sa che è giusto, ma non si muove, nonostante le esortazioni, gli incoraggiamenti di Virgilio: “E io pur fermo e contra coscienza”. Solo quando il maestro gli dice che di là lo aspetta Beatrice, egli si getta nelle fiamme. Virgilio comprende e lo consola nel dolore di quella purificazione: “Lo dolce padre mio, per confortarmi, / pur di Beatrice ragionando andava...”(vv. 52-53).
Non si educa se non dentro un rapporto affettivo; e neppure si istruisce se non si dà al ragazzo una certezza affettiva, almeno la certezza che lui è importante per noi, che vogliamo il suo bene. L’incertezza affettiva compromette il rapporto con la realtà, anche con la pagina che si deve studiare, e impedisce l’uso della ragione: questa grande verità, che i primi canti dell’Inferno ci ricordano, dovrebbe essere tenuta sempre presente soprattutto da genitori e da insegnanti.

Ma chi è veramente Beatrice per Dante? E che cosa significa che Virgilio è la ragione? Inoltre: perché Beatrice non va direttamente a salvare il Poeta nella “selva oscura”, ma manda Virgilio? Per rispondere a queste domande rileggiamo gli ultimi canti del Purgatorio, centrali per la comprensione di tutta la vicenda di Dante.
Sulla cima della montagna del Purgatorio, nel Paradiso terrestre, si fa incontro al Poeta Beatrice in persona ed egli sperimenta la grande potenza dell’antico amore. Ma ella, sul carro che simboleggia la Chiesa, circondata dalle Virtù e dagli angeli, lo apostrofa duramente, rinfacciandogli i suoi peccati. Questi sono da lei così sintetizzati: “e volse i passi suoi per via non vera, / imagini di ben seguendo false / che nulla promission rendono intera” (Purg. XXX, 130-132). Dante ha inseguito beni terreni in una prospettiva autonoma, come assolutizzandoli (è questo il grande tema del Purgatorio e, radicalizzato, dell’Inferno), e ha sperimentato che essi non rispondono, al pari degli idoli biblici, al desiderio profondo del cuore. Come papa Adriano V, steso a terra bocconi nella cornice degli avari, egli potrebbe dire: “Vidi che lì non s’acquetava il core” (Purg. XIX, 109). Quali fossero questi peccati non è detto con precisione: deduciamo da altri punti del Poema che si era trattato di un traviamento morale e anche intellettuale, filosofico. Ma il peccato dei peccati, quello che aveva dato origine a tutti gli altri era stato l’aver dimenticato, dopo la sua morte, Beatrice stessa, che sempre lo aveva condotto ad amare il bene. Dio (si vedano la parte finale di Purg. XXX e la prima parte di Purg. XXXI). Che cosa significa questo veramente? Beatrice, la fanciulla di cui giovanissimo Dante si era innamorato, gli aveva fatto fare - come già si è detto - un’esperienza di sé nuova, una esperienza che poi, alla luce della cultura stilnovistica e cristiana, Dante rilegge con nuova profondità.
Già nella Vita Nuova Beatrice è di più della donna angelicata del Guinizelli perché è vista in vitale relazione con Cristo, come nota il Singleton; ma ancor più chiaramente e profondamente nella Commedia, pur rimanendo la donna di cui il Poeta è innamorato, essa è segno, “figura” di Cristo e della Chiesa. La sua immagine poetica, il suo meraviglioso sorriso che domina la cantica più grande, il Paradiso, sono puro senso della Presenza, puro senso della storicità del cammino della salvezza, da cui è definitivamente fugato ogni sospetto di estetismo.
L’originalità della prospettiva culturale della Commedia è tutta qui: nel senso di Dio come concreta presenza, che si fa incontro all’uomo attraverso presenze umane e cambia concretamente la vita. E questa è anche l’originalità della prospettiva culturale cristiana, del metodo cristiano. L’uomo è raggiunto da Dio attraverso un luogo, uno spazio, un volto, che può essere anche quello della donna amata. Ciò è scandaloso per la mentalità razionalistica dell’epoca moderna che non a caso non ama Dante, o per quella della nostra epoca, che lo stima, ma raramente lo capisce a fondo. È difficile oggi comprendere che l’attaccamento di Dante a Beatrice, se lo si prende sul serio dal punto di vista umano, non è appena un fenomeno sentimentale, ma nasce più profondamente da un giudizio di stima e quindi è un fenomeno pieno di ragione, così come era pieno di ragione l’attaccamento di Pietro a Gesù Cristo, così come è profondamente razionale l’attaccamento a una persona che è per noi autorità autentica perché ci rende più capaci di vivere, di affrontare la realtà.
Ma torniamo sulla cima del Purgatorio, a Dante che sta per ricevere il perdono dei suoi peccati, del suo peccato più grave: la dimenticanza di Beatrice.
Spezzando il legame col segno della misericordia di Dio nella sua vita, Dante aveva smarrito la fede come esperienza viva, nell’istante, della Presenza. Dio, anche se presente al suo pensiero (spesso egli parla di Dio nelle opere che scrive in questo periodo, ad esempio nel Convivio) era diventato astratto, un orizzonte lontano, non era più l’oggetto coscientemente perseguito dal cuore e dalla mente nelle varie circostanze della vita.
La separazione del cielo dalla terra, che aveva reso il suo sentimento religioso vago, astratto (tanto che egli si era lasciato soggiogare dal fascino della corrente razionalistica del suo tempo, l’averroismo), aveva reso anche la sua vita meno vera, meno umana, meno razionale; e la realtà era diventata per lui paurosa come una “selva oscura”. Si era ottenebrata in lui l’intelligenza, cioè la capacità di percepire il reale tenendo conto di tutti i suoi fattori, e anche il cuore, in cui l’intelligenza ha il suo fondamento. Dante deve ora essere aiutato a riprendere consapevolezza della realtà, cioè a ritrovare innanzi tutto la ragione. Ecco allora che il Cielo gli manda Virgilio. Ma perché proprio Virgilio?
Il grande poeta, nella cui opera la coscienza precristiana ha raggiunto una apertura vertiginosa al mistero, per il Medioevo rappresentava il vertice assoluto dell’umanità e della razionalità antica. Inoltre, storicamente, fu certo una rilettura dell’Eneide che scosse fortemente Dante dal suo “sonno”, mostrandogli un eroe pagano più religioso, più umano, più razionale, nel cammino dell’esistenza, di lui che era cristiano. Dunque Virgilio poteva giustamente essere esaltato come maestro di umanità, di razionalità (ovviamente si tratta della ragione in senso premoderno, antico e cristiano, della ragione sottomessa all’esperienza, della ragione come apertura al mistero della realtà e non come misurazione della realtà).
Ma a questo punto occorre rifarsi le domande iniziali: perché Virgilio è mandato a Dante prima di Beatrice? Perché Beatrice stessa lo va a cercare nel Limbo per inviarlo al suo “fedele” infedele?
Tocchiamo qui il nodo culturale ed educativo più interessante di tutto il Poema, su cui vale la pena soffermarsi.
L’uomo è “sete”, come abbiam visto, è “disio”, “impeto” verso qualcosa che lo compia; è un incompiuto che cerca il suo compimento. A questa situazione umana Dio ha risposto venendo in terra; ma per poter percepire la risposta come risposta bisogna che l’uomo senta se stesso, le urgenze della sua umanità, il grido del suo cuore. Dice il grande studioso americano R. Niebhur: “Niente è più incredibile della risposta a una domanda che non si pone”. È il rinnegamento del cuore che rende indifferenti alla risposta, che impedisce di sperimentare Cristo come risposta. Ecco perché Beatrice non può andare subito da Dante: perché il Poeta non ha ancora ritrovato l’orientamento naturale del cuore al bene, alla felicità, a Dio, l’originaria tensione della ragione alla verità. Solo quando avrà ritrovato la posizione umana, l’atteggiamento razionale, potrà fare esperienza della fede come compimento delle urgenze della ragione e del cuore.
Virgilio guida Dante attraverso l’Inferno e il Purgatorio perché gli deve insegnare a essere uomo, a comprendere tutta la dignità dell’umano e tutta la dignità della ragione, della ragione come coscienza del mistero della realtà. Che la realtà è più grande di noi, che deborda dalla nostre misure; che ogni cosa ha un punto di fuga verso un orizzonte inafferrabile, che è segno del mistero; infine che vale la pena vivere solo per il mistero basta la ragione per comprenderlo, basta Virgilio, basta essere poeti, anche atei dichiarati o agnostici come Leopardi e Montale. Questa è appunto la lezione di Virgilio-ragione, che si risolve in un “umanar” perché la razionalità è appunto il modo di vivere dell’uomo.
È affascinante questa difesa a oltranza della ragione che fa Dante; affascinante e ostinata almeno quanto quella della libertà. E viene da chiedersi se lo scarso successo fra i giovani di certa educazione “cristiana” non dipenda dal non tenere in adeguato conto i fattori dell’umano, dal non riuscire pertanto a far sperimentare Cristo come risposta alle istanze più profonde della ragione e del cuore, a far scoprire la vita cristiana come l’esperienza del “centuplo” di umanità.
Ancora una notazione. Proprio perché Virgilio è consapevole della dignità della ragione è anche umile. Egli attende un intervento superiore che gli porti soccorso là dove sperimenta la sua impotenza (si vede ad esempio l’inizio del canto VIII dell’Inferno) e sa di non potere capire a fondo il mistero della realtà, sa che è la fede l’occhio che penetra quel mistero e lo dichiara più volte: “Ed elli a me: “Quanto ragion qui vede, / dir ti poss’io; da indi in là t’aspetta / pur a Beatrice, ch’è opra di fede” (Purg. XVIII, 46-48); oppure: “E se la mia ragion non ti disfama / vedrai Beatrice, ed ella pienamente / ti torrà questa e ciascun’altra brama” (Purg. XV, 76-78); o ancora: “State contenti, umana gente, al “quia”; / che, se potuto aveste veder tutto, / mestier non era partorir Maria” (Purg. III, 37-39).
Dunque Beatrice giunge quando Dante, divenuto ormai cosciente, attraverso l’insegnamento di Virgilio e i tanti incontri fatti, della sua attesa di uomo, può sperimentare che la fede risponde alle esigenze umane più di ogni altra ipotesi; anzi che potenzia vertiginosamente la ragione, la capacità affettiva, la libertà (ricordo che il nesso ragione-fede è fondamentale per S. Tommaso, il cui insegnamento Dante segue - anche se non in modo esclusivo - e per la cultura di quei secoli).
Ora Beatrice, che gli ha chiesto di pentirsi dei suoi peccati per perdonarlo, che gli ha fatto pagare tutto il prezzo esistenziale necessario (vergogna, umiliazione, confusione, sacrificio delle sue misure umane) per trasformare il suo amore per lei, in fondo ancora carnale, in amore vero, libero, orientato al destino, cambia atteggiamento, gli offre la sua amorosa amicizia. E il Poeta, perdonato, sorretto da una certezza affettiva immensamente più profonda, può essere introdotto a un livello infinitamente più vero della realtà. Egli, da questo momento, comincia a fare quell’esperienza esaltante, che in Par. I è detta dal verbo “trasumanar”. È l’esperienza del divino, di Cristo, che egli fa innanzi tutto attraverso la persona di Beatrice.
Il metodo è semplice: Dante si educa nel rapporto con Beatrice come il bambino si educa nel rapporto con i genitori, guardandoli con amore, imitandoli. La grandezza, la persuasività del metodo educativo cristiano sta proprio nel fatto che esso si fonda sulla natura, non su principi e regole astratte.
Già nel Paradiso terrestre è guardando Beatrice, che guarda il grifone (simbolo di Cristo), che Dante fa esperienza del divino: “Mille disiri più che fiamma caldi / strinsemi li occhi a li occhi rilucenti, / che pur sopra ’l grifone stavan saldi. / Come in lo specchio il sol, non altrimenti / la doppia fiera dentro vi raggiava, / or con altri, or con altri reggimenti” (Purg. XXXI, 118-123). E sarà sempre così nel Paradiso: Beatrice contempla il sole, la luce splendente, metafora di Dio; il Poeta contempla Beatrice sempre più bella (la bellezza nella Commedia è tomisticamente splendore della verità) e vola, sale di cielo in cielo facendo l’esaltante esperienza della corrispondenza totale, debordante, di ciò che viene incontrando con le urgenze più profonde della sua umanità: “Ciò ch’io vedeva mi sembrava un riso / de l’universo; per che mia ebbrezza / intrava per l’udire e per lo viso. / Oh gioia! oh ineffabile allegrezza! oh vita integra d’amore e di pace! / oh sanza brama sicura ricchezza!” (Par. XXVII, 4-9). E in questa esperienza egli si sente cambiare, “trasumanar”, cioè sorprende in sé il “centuplo” di intelligenza, di affettività, di libertà.
Beatrice che risplende al suo sguardo, che lo conforta, che lo incita a manifestare il suo desiderio, a guardare, a chiedere, a pregare, che lo riprende benevolmente quando egli cade in errore, quando non vede la realtà così come gli si presenta (Par. III, 25-27: “Non ti maravigliar perch’io sorrida”, / mi disse “appresso il tuo pueril coto, / poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida...”), Beatrice che lo introduce ai tanti incontri con i beati, gli comunica sempre più la Verità, la ricchezza di tutto un passato che rivive nella sua presenza e attraverso la sua presenza. “Che cosa è la verità?” si chiedeva S. Agostino. E rispondeva, cogliendo la natura del Cristianesimo, del metodo scelto da Dio per comunicarsi all’uomo: “Vir qui adest”, un uomo che è presente, una presenza.
Anche Dante pellegrino ormai è consapevole di ciò; per questo sconfinata è la sua gratitudine per Beatrice. Egli la esprimerà, con estrema commozione e intensità, nel canto XXXI del Paradiso, in quella preghiera di ringraziamento che è come un anticipazione analogica della fervente e grandiosa preghiera di S. Bernardo alla Madonna. La sintesi è in questo verso: “Tu m’hai di servo tratto a libertade…” con cui il Poeta fa alla donna amata l’elogio più grande che un uomo possa fare, nel riconoscimento del bene più prezioso che ella gli ha fatto trovare: la sua libertà appunto, la verità del suo io.
In questa impresa di salvezza la grazia di Dio inonda il Poeta attraverso presenze umane, in primo luogo attraverso la donna amata; ma anche lui deve collaborare offrendo il desiderio del suo cuore, la tensione della sua intelligenza e del suo sguardo, l’impegno della sua libertà. Per poter salire, per poter fare questa esperienza di novità di vita egli non deve mai dimenticare la sua umanità, la sua attesa profonda di uomo. Perché Cristo è risposta - non si sottolineerà mai abbastanza questo che è l’assunto di fondo del viaggio della Commedia e al tempo stesso dell’educazione cristiana - solo per l’uomo che si pone coscientemente di fronte a quella domanda immensa, imperitura, inesausta che è il suo cuore, che è la sua ragione.
Affinché egli tenga desta la sua umanità, Beatrice sempre lo sollecita a formulare il suo desiderio in domanda e a paragonarsi con quanto incontra: “Per che mia donna: “Manda fuor la vampa / del tuo disio”, mi disse, “sì ch’ella esca / segnata bene de la interna stampa: / non perché nostra conoscenza cresca / per tuo parlare, ma perché t’ausi / a dir la sete, sì che l’uom ti mesca” (Par. XVII, 7-12).
L’esito, come ho già detto, è un’esperienza di cambiamento, un sentimento immensamente più profondo e grande del proprio io, che può essere sintetizzato dalle parole piene di affettività, di gratitudine che Dante rivolge a Cacciaguida: “voi mi levate sì, ch’i’ son più ch’io” (Par. XVI, 18).
La gioia della beatitudine, di questo livello sovrabbondante di intelligenza della realtà, di libertà, di amore, penetra in lui sempre più mentre sale di cielo in cielo; e si rafforza l’esperienza dell’io nella consapevolezza ormai certa della vita come vocazione e come compito nel mondo. Vocazione e missione trovano proprio nel Paradiso (che è la cantica per eccellenza di Dante personaggio) una conferma autorevole, oltre che in Beatrice, in Cacciaguida e, ancor più solennemente, in S. Pietro.
Il nostro mondo, l’“aiuola che ci fa tanto feroci” non è mai dimenticato da Dante, che non è un filosofo platonico o neoplatonico, ma un cristiano che si strugge per Dio e per gli uomini, che sa di dover combattere su questa terra insanguinata, piena di ingiustizia, la sua battaglia. In Paradiso egli impara a leggere, a giudicare in altro modo la confusione terrena: la degenerazione del Papa e dell’Imperatore, degli ordini monastici, dei signori italiani, dei capi politici dei Comuni, il suo stesso esilio, frutto della politica delle fazioni.
Afferma R. Guardini: “Dentro l’esperienza di un grande amore, tutto diventa avvenimento nel suo ambito”; tutto cioè diventa esperienza di positività, di costruttività, anche l’esperienza più umanamente, bruciante. È l’abbraccio misericordioso di Dio ciò che Dante ormai sperimenta attraverso l’incontro con tanti santi esultanti nella gloria, a cominciare da Beatrice; e in questa esperienza tutta la realtà, tutta la storia trova la sua verità, la sua positività. Virgilio non poteva compiere questo miracolo di fronte al male, al dolore nella sua radicalità; Beatrice lo può, Cacciaguida lo può, perché solo Dio lo può. Perfino l’esilio acquista ora una connotazione esistenzialmente positiva per il Poeta: lo scacco, l’ingiustizia, vissuti a imitazione di Cristo, fanno partecipare alla sua vittoria già su questa terra, producendo un mutamento interiore, una nuova grandezza d’animo feconda di frutti per tutti gli uomini.
Nulla sfugge a questa dilagante positività là dove domina il sentimento della divina presenza: neppure le colpe più brucianti che uno può avere commesso. Lo dice bene, ad esempio, il trovatore Folchetto, grande peccatore convertito, divenuto poi vescovo di Marsiglia: “Non però qui si pente, ma si ride / non de la colpa, ch’a mente non torna, / ma del valor ch’ordinò e previde” (Par. IX, 103-105). Tutto converge al bene per coloro che amano Dio.
Quasi alla fine del viaggio un’altra guida, un grande santo particolarmente devoto alla Madonna (Maria ha una parte importantissima nella Commedia e viene esaltata più volte - si vedano soprattutto i canti XXXI, XXXII e XXXIII del Paradiso - con versi stupendi) e particolarmente caro a Dante, S. Bernardo, si sostituisce a Beatrice. Egli rivolge una fervida preghiera alla Vergine perché interceda presso Dio per Dante e sta accanto a lui nel momento supremo del viaggio, quello dell’“ultima visione”. Ciò che ora Dante deve contemplare sono le realtà ultime, supreme: è l’unità di tutte le cose in Dio, è l’unità e trinità di Dio. A questo punto, sollecitato da S. Bernardo, egli acutizza fino all’estremo il suo desiderio e il suo sguardo, che proprio nel guardare s’avvalora sempre più, cresce di intensità. Ciò che ultimamente polarizza la sua attenzione è la figura umana dentro il cerchio che rappresenta il Verbo: vorrebbe capire come in Cristo l’umano si unisce al divino, ma le sue forze sono più che mai inadeguate; sennonché, per una speciale grazia divina, ne ha l’intuizione per un attimo. Ciò basta per far sì che già aderisca a Dio con tutte le sue facoltà interiori e che si senta perfettamente libero, pronto a tornare sulla terra a compiere la sua ardua missione.
Il percorso educativo che Dio stesso gli ha fatto fare ha raggiunto il suo punto culminante nella visione dei Verbo incarnato che ha colmato d’incanto le attese più profonde della sua umanità. Tutta la sua vita, in seguito, e tutta la sua grande opera poetica saranno appese al mistero dell’uomo-Dio, a quel mistero per cui ogni attimo della esistenza e della storia, anche il più oscuro, acquista significato; a quel mistero in cui trova risposta l’anelito più profondo del cuore di ogni uomo e di ogni cultura; a quel mistero il cui riconoscimento pertanto - il Poeta ha composto le tre cantiche per dircelo - è l’atto più razionale che l’uomo possa compiere.

P.S.: Per ulteriori approfondimenti e per la bibliografia si rimanda a Valeria Capelli, La Divina commedia. Percorsi e metafore, Jaca Book, Milano.