Il canto XXV del Paradiso di Dante

LECTURA DANTIS fatta nella Chiesa di Polenta (presso Forlì)
Autore:
Capelli, Valeria
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È un vero e proprio esame di maturità quello che Dante è chiamato a sostenere davanti a San Pietro, a San Giacomo, a San Giovanni, i tre apostoli prediletti che Gesù volle come testimoni della trasfigurazione sul monte Tabor e della resurrezione della figlia di Giairo, e che prese con sé quando andò a pregare nell’orto del Getsemani, dando inizio alla sua passione.
L’esame occupa i canti XXIV, XXV e XXVI del Paradiso e verte sulle tre virtù teologali, fede speranza e carità, che gli apostoli raffigurano.
Come i tre canti dell’incontro con Cacciaguida, anche questi sono i canti di Dante per eccellenza, che attestano la novità del suo “io” cristiano, solennemente riconosciuta dai tre apostoli, e il suo trionfo come poeta-profeta investito di un’altissima missione: la “renovatio” della “societas christiana”.
Il Poeta, prima di avere la visione di Dio e del Verbo incarnato, prima di tornare sulla terra a svolgere il suo arduo compito, deve dimostrare la raggiunta maturità non appena della sua intelligenza, ma anche della sua vita. In queste prove infatti egli non dice solo ciò che sa sulla fede, sulla speranza, sulla carità, ma enuncia i motivi del suo credere, amare, sperare, dichiara ciò per cui vive, lotta, soffre personalmente. Pertanto i colloqui che occupano questi canti non sono aride disquisizioni, ma emozionanti confessioni, anche se fatte attraverso il linguaggio oggettivo, apparentemente distaccato della filosofia scolastica; in definitiva sono un sublime render ragione di quell’ideale per il quale Dante e i suoi esaminatori - che non a caso sono apostoli, non teologi di professione - vivono, in perfetta comunione di concezione e di intenti.
Per l’uomo di oggi non è facile capire questo (come dimostra anche tanta parte della critica sul Paradiso) perché la nostra età è figlia della cultura moderna, che ha svuotato il Cristianesimo della sua caratteristica originale, in nome di una religiosità che s’immagina staccata dalla concretezza dell’esistenza. Così le tre virtù teologali spesso sono percepite in modo riduttivo, sentimentale e di conseguenza non cambiano l’esperienza quotidiana del vivere.
Inizia il canto col celebre prologo nel quale, con parole toccanti, appassionate, il Poeta esule si augura di poter tornare a Firenze, il bello “ovile” dove visse “agnello”, cioè fanciullo innocente, vincendo la crudeltà dei feroci “lupi” che la governano attualmente e la distruggono; e si augura di poter tornare solo in virtù della gloria conferitagli dal Poema, ispiratagli da Dio stesso, frutto di tante fatiche. Egli è consapevole che, qualora il suo desiderio si avveri, tornerà a Firenze, maturo di saggezza e di esperienza artistica, come poeta della fede, della rettitudine, della giustizia; e già si vede incoronato con l’alloro poetico nel suo “bel S. Giovanni”, proprio là dove ricevette il battesimo entrando nella vita di fede, di quella fede che ora egli possiede in alto grado, come ha riconosciuto S. Pietro al termine dell’esame.
In questi celebri versi Dante “auctor” come dice il Bosco, “esalta il suo passato di combattente contro i più forti ai quali egli era nemico perché essi erano nemici di Firenze... e insieme considera “crudeltà” quella dei governanti che lo hanno bandito e ancora non revocano il bando; dà voce alla sua coscienza dell’altezza raggiunta come poeta, e nello stesso tempo si volge a considerare tutta una vita, ormai, trascorsa nel dolore e nello studio (il poema lo ha fatto “per molti anni macro”...)”.
Dopo questo vibrato, commosso esordio riprende la narrazione. Una luce si muove verso Dante, staccandosi da quella corona di beati da cui era uscito il Principe degli Apostoli, che aveva consacrato al tempo stesso la sua fede, la sua poesia, la sua missione nel mondo; e Beatrice esorta il discepolo a guardare con ammirazione S. Giacomo.
Abbondando in latinismi, e con un delicato paragone (i colombi che manifestano l’un altro il loro affetto), il Poeta descrive l’accoglienza che si fanno reciprocamente, mostrando letizia e affezione profonda e lodando Cristo, il pane divino che in cielo li nutre. Terminate le manifestazioni d’affetto, ciascuna anima si ferma davanti a Dante, così splendente da sopraffare la sua vista. Allora Beatrice, sorridendo, invita San Giacomo a interrogare il Poeta sulla speranza.
Ed ecco l’apostolo rivolgersi in tono affabile, incoraggiante all’esaminando tutto reverente e invitarlo ad alzare la testa verso di lui e San Pietro, perché chi sale dalla terra al cielo deve rafforzare, alla luce dello splendore dei beati, la sua facoltà visiva.
È evidente che questa “maturazione” non è solo un fatto fisico, ma indica una crescita spirituale. Il cristiano cresce guardando coloro che testimoniano nella loro vita le meraviglie di Dio: così accade a Dante, che fa esperienza del divino fissando il volto sempre più sorridente e splendente di Beatrice, man mano che salgono di cielo in cielo; che incontra tanti beati; che addirittura assiste al trionfo di Cristo e di Maria, che dialoga con S. Pietro, S. Giacomo, S. Giovanni.
Sollecitato dalla parole di S. Giacomo, il Poeta alza gli occhi verso i due apostoli ma li deve abbassare per la luce eccessiva che essi emanano: “Levai li occhi a’ monti” dice Dante con metafora scritturale che sottolinea la grandezza spirituale delle due anime che ha di fronte (si ricordi Ezechiele 36, “Monti di Israele, ascoltate le parole del Signore”; e soprattutto il bellissimo salmo CXX: “Alzo gli occhi verso i monti: / da dove mi verrà l’aiuto? / Il mio aiuto viene dal Signore, / che ha fatto cielo e terra”).
S. Giacomo poi così prosegue: poiché Dio gli concede, per sua grazia, di incontrare prima della morte i più alti dignitari del suo regno nella parte più segreta della sua corte, così che, dopo aver visto la realtà del Paradiso, egli possa rafforzare in sé e negli altri quella speranza che in terra accende negli animi l’amore del vero bene, dica ora cosa è la speranza, in qual misura egli la possiede e da quali fonti gli è giunta. Ecco i versi danteschi: “Poi che per grazia vuol che tu t’affronti / lo nostro Imperadore, anzi la morte, / ne l’aula più secreta co’ suoi conti / sì che, veduto il ver di questa corte, / la spene, che là giù bene innamora, / in te e in altrui di ciò conforte, / di’ quel ch’ell’è, di’ come se ne ’nfiora / la mente tua, e di’ onde ti venne”. È da sottolineare nel discorso dell’apostolo da un lato la stretta relazione che egli pone fra la speranza e la carità (la carità è generata dalla speranza) e dall’altro il rilievo che dà alla missione di speranza che Dante deve svolgere nel mondo, a proposito della quale egli usa, non certo a caso, la stessa espressione usata per designare la missione di S. Paolo nel canto II dell’Inferno (qui l’apostolo dice al Poeta: ti è fatto vedere il Paradiso perché “la spene, che la giù ben innamora, / in te e in altrui di ciò conforte...”; e là si afferma che S. Paolo fu rapito in cielo “per recarne conforto a quella fede / ch’è principio e la via di salvazione” vv. 29-30). Il riferimento, che spesso ritorna nel Poema, a S. Paolo evidenzia che Dante concepisce la sua missione in relazione analogica con quella dell’apostolo dei gentili.
Poste dunque le tre domande, corrispondenti a quelle di S. Pietro nel canto precedente, inizia l’esame che, rispetto a quello sulla fede, si svolge più velocemente, in modo più mosso, meno rigidamente scolastico.
Subito c’è un imprevisto: l’interferenza di Beatrice che risponde al posto del discepolo alla seconda domanda per evitare - come dirà dopo - che egli, dichiarando la misura della sua speranza, faccia un’affermazione che possa sembrare presuntuosa. La Chiesa in terra - ella dice - non ha alcun figlio con più speranza di Dante, come si può leggere nella luce di Dio; per questo gli è concesso di venire, dall’“Egitto”, cioè dall’esilio mondano a “Gerusalemme”, cioè al Paradiso, prima che sia posto termine alla sua vita terrena, a quella vita che è una “milizia” (Il linguaggio militaresco è di origine paolina, mentre sono bibliche le metafore dell’Egitto e di Gerusalemme).
Beatrice poi dichiara di lasciare a Dante stesso la risposta alle altre due domande, che non saranno difficili per lui e non gli daranno occasione di vanto. Egli dunque, aiutato dalla grazia di Dio, parli.
Allora Dante, come un discepolo che risponde prontamente e di buon grado al maestro in ciò in cui è ben preparato per dimostrare la sua bravura, dice che la speranza è l’attesa certa della futura beatitudine, prodotta dalla grazia divina e dai meriti acquisiti precedentemente. Le sue parole sono la traduzione in poesia della definizione della speranza di Pietro Lombardo, ormai consacrata dall’uso nelle scuole di teologia.
Poi il Poeta risponde alla terza domanda affermando che da molti autori biblici deriva a lui questa verità sulla speranza ma che la infuse prima di tutti nel suo cuore colui che fu il massimo poeta di Dio, Davide, autore dei Salmi. Egli appunto dice in un salmo: “Sperino in te coloro che conoscono il tuo nome” (IX, 11); e chi non lo conosce - aggiunge Dante - se ha la mia stessa fede cristiana? Egli prosegue dichiarando che, insieme a Davide, l’apostolo stesso che ha di fronte gli infuse la speranza tramite la sua epistola, tanto che ne è ricolmo ed è in grado di riversare sugli altri uomini questa luminosa pioggia di grazia (essa è evocata da verbi come “distillo”, “stillasti”, “stillar” e da ultimo da un crudo latinismo: “repluo”: “tu mi stillasti, con lo stillar suo / ne la pistola poi; sì ch’io son pieno / e in altrui vostra pioggia repluo”).
Mentre il Poeta parla, dentro quell’anima fiammeggiante scintilla con guizzi improvvisi una luce simile a un baleno (domina anche in questo canto la poesia della luce): così l’Apostolo esprime la sua soddisfazione per le risposte. Poi aggiunge: l’amore di cui avvampo ancora nei confronti della virtù che mi accompagnò in vita fino al martirio e alla fine dell’esistenza terrena esige che io parli ancora a te, che dimostri di amarla davvero; e che tu dichiari ciò che la speranza ti promette.
Ecco la quarta domanda: l’oggetto della speranza. Dante risponde che il Vecchio e il Nuovo testamento manifestano il fine a cui tendono le anime investite dalla grazia divina (“che Dio s’ha fatte amiche”) e questo fine mi mostra che cosa promette la speranza, cioè la beatitudine eterna. Isaia dice che ciascuna anima in patria sarà rivestita “di doppia vesta”, cioè della veste spirituale e di quella corporale, e che la sua patria è il Paradiso (“questa dolce vita”); e S. Giovanni manifesta questa rivelazione in modo assai più ampio e chiaro nell’“Apocalisse”, là dove parla delle anime dei beati rivestiti di candida luce “E io “Le nove e le scritture antiche / pongon lo segno, ed esso lo mi addita / de l’anime che Dio s’ha fatte amiche. / Dice Isaia che ciascuna vestita / ne la sua terra fia di doppia vesta: / e la sua terra è questa dolce vita; / e ’l tuo fratello assai vie più digesta, / là dove tratta de le bianche stole, / questa revelazion ci manifesta”.
In sintesi Dante, rifacendosi a Isaia e a S. Giovanni, risponde quello che dice S. Tommaso nella “Summa Theologica”, cioè che l’oggetto della speranza è la beatitudine eterna e che la beatitudine non è solo dell’anima, ma anche del corpo risorto.


Dopo che Dante ha finito di rispondere, si sente dall’alto cantare il salmo davidico “Sperino in te” e a questo canto si uniscono tutte le corone dei beati. Poi in mezzo a loro una luce diviene così splendente che per dirne la luminosità il Poeta fa un’impossibile ipotesi astronomica: se - egli dice - la costellazione del Cancro avesse una stella così luminosa, d’inverno ci sarebbe un mese di un solo ininterrotto giorno. Il muoversi di quello splendore verso le due anime che danzano al ritmo del loro canto, ispirato ad ardente carità, l’inserirsi nel loro canto e nella loro danza gli suggeriscono un’altra similitudine, non astratta, ma realistica, terrena, se pur di delicata levità; quella di una fanciulla che, piena di gioia, si alza ed entra nella danza non per vanità ma per rendere onore alla novella sposa. Intanto Beatrice tiene lo sguardo, silenziosa e immobile, su quelle anime luminose; poi essa dice a Dante che lo splendore che si è aggiunto per ultimo è colui che posò il capo sul petto di Gesù (il “nostro pellicano”: il pellicano, che col suo sangue risuscita da morte i figli, nella tradizione cristiana è figura di Cristo che si è sacrificato per la salvezza degli uomini) nell’ultima cena, colui che fu scelto da Gesù stesso per prendere il suo posto di figlio presso Maria. Beatrice continua a fissare i tre apostoli, ancora di più dopo aver parlato: ella è come affascinata, presa da un profondo incanto spirituale come la “sposa tacita”.
A questo punto anche Dante fissa intensamente lo splendore di S. Giovanni; ma come colui che si sforza di guardare un’eclissi parziale di sole e in tale tentativo rimane abbagliato, così egli diviene come cieco nel fissare quel lume fiammeggiante. Allora l’Apostolo si rivolge a lui con questa domanda: “Perché ti accechi nello sforzo di vedere una cosa che qui non c’è, cioè il mio corpo? Esso è in terra ed è terra; e rimarrà laggiù con tutti gli altri corpi umani fino al giorno del giudizio universale. In Paradiso ci sono solo Maria e Gesù in anima e corpo: questo riferirai agli uomini quando tornerai sulla terra”. Qui il Poeta (che fra l’altro mostra quanto fosse forte la credenza della assunzione in Cielo di Maria, anche se il dogma non era stato ancora proclamato) vuole sfatare una leggenda diffusa nel Medioevo, cioè che S. Giovanni fosse salito al Cielo in anima e corpo; leggenda dovuta a una errata interpretazione di un passo del Vangelo di S. Giovanni stesso in cui l’Apostolo dice che, a causa di una frase pronunciata da Cristo su di lui (“Se voglio che egli rimanga finché io venga, che te ne importa? [Gv 21, 22 sgg.]), si era diffusa fra i discepoli la voce che egli non dovesse morire.
A queste parole la danza dei tre apostoli fiammeggianti si ferma e con essa il soave coro delle tre voci. L’improvviso arresto del canto e della danza, paragonato all’arrestarsi subitaneo del remeggio sull’acqua al fischio del capociurma, riporta repentinamente, con una similitudine quanto mai realistica, dai beati cori del Cielo al faticoso “remare” di noi mortali su questa terra. Il limite umano è sperimentato in questo preciso momento anche da Dante, che rimane sgomento quando, sopraffatto dalla luce di S. Giovanni, si volge per guardare Beatrice e non la vede, sebbene sappia di essere vicino lei e in cielo, nel regno della beatitudine. Ancora una volta egli si mostra incapace di vedere la realtà nella sua verità; e deve essere aiutato da Beatrice, la donna che “ha ne lo sguardo / la virtù ch’ebbe la man d’Anania” (Par. XXVI, 11-12), ad adeguarsi al livello di realtà che ha di fronte. Così il canto - afferma il Getto -, che si era aperto con un sospiro che dal cielo scendeva verso la terra, si chiude con un sospiro verso il cielo, che muove dalla realtà terrestre di Dante, il quale avverte in sé ancora il limite del nostro mondo”.
Il canto può essere diviso in tre parti, strettamente connesse fra loro: l’esordio celebre, l’esame sulla speranza, la comparsa di S. Giovanni.
Iniziamo dall’esame sulla speranza che ci permette di cogliere l’unità profonda di tutto il canto e dei tre canti fra di loro.
La virtù che qui viene celebrata attraverso domande e risposte colloca questo canto in posizione centrale rispetto a quello dedicato alla fede (il XXIV) e a quello dedicato alla carità (il XXVI); infatti la speranza nasce dalla fede e a sua volta genera la carità; insieme poi le tre virtù teologali costituiscono - come si è già detto - la vita del cristiano consapevole di sé, la vita di quell’uomo nuovo che ormai Dante è diventato.
Afferma Ch. Peguy: “Per sperare occorre avere ricevuto una grande grazia”. La grande grazia da cui la speranza cristiana nasce è la certezza della fede, di quella fede che è “sustanza di cose sperate” come Dante dice nel canto XXIV riportando le parole di S. Paolo. La connessione tra fede e speranza così è spiegata da S. Tommaso: “Il principio fondamentale delle nostre speranze è determinato dal consentimento alla fede, la quale contiene per virtù tutte le cose da noi sperate”. E Dante stesso prosegue il discorso sulla fede nel canto XXIV con l’affermazione che i profondi misteri che gli sono rivelati per grazia divina qui in Paradiso sono nascosti sulla terra e sono creduti solo per fede; su questa fede si fonda la speranza, che è, come egli afferma in questo canto, “uno attender certo / de la gloria futura, il qual produce / grazia divina e precedente merto”. In altre parole: la fede è una certezza del presente, la certezza - come tutto il Paradiso dichiara - che Dio in Cristo è in tutta la realtà: in Beatrice, nelle anime, in un raggio di sole che illumina un prato, ma anche nella circostanza dell’esilio; la speranza è una certezza del futuro fondata su quella certezza del presente che è la fede. Il contenuto poi della speranza è la beatitudine eterna, la verità della vita che già ha inizio su questa terra (come dimostra la stessa vicenda di Dante), nella misura in cui l’uomo si offre a Dio, gli obbedisce (questo è il “merto” a cui allude il Poeta). È il Vangelo stesso che promette al cristiano che lotta per riconoscere Dio in ogni momento e aspetto della esistenza, “la vita eterna” e “il centuplo quaggiù”.
La speranza è fondamentale nella vita dell’uomo: è questa virtù che fa muovere, che rende creativi, che mobilita verso il destino, che fa accettare anche realtà negative come il dolore e la morte e fa portare la croce con letizia, che rende possibile un cammino senza sosta nella certezza che Dio, come possiede in Cristo fin da ora la storia, così si manifesterà in tutto e in tutti, vincendo ogni male, a cominciare dal nostro. Questa tensione inarrestabile, senza limiti che è la speranza cristiana, produce la carità che è amore a Dio e ai fratelli (“la spene che là giù bene innamora”, dice S. Giacomo).
Come la fede, anche la speranza si fonda sulla Rivelazione, sui testi sacri: cade in errore, come il Poeta sottolinea nel canto XXIV, chi ne vuole prescindere. Duramente egli condanna, in particolare in questa cantica, il razionalismo di una certa filosofia che, nel tempo precedente la composizione del Poema, aveva in qualche modo toccato anche lui; ma sarebbe profondamente errato vedere in questo suo atteggiamento una diminuzione della dignità della ragione. In Dante non c’è l’antinomia tra fede e ragione che i tempi moderni hanno generato. La ragione, in quanto esigenza di significato totale, attende una risposta adeguata al suo bisogno di verità; in tal senso è originalmente, strutturalmente protesa all’ipotesi della Rivelazione. Che il Mistero, che Dio si faccia incontro all’uomo è secondo la natura del cuore e della ragione. Il fatto dell’Incarnazione è dunque una trascendente risposta all’urgenza più profonda dell’uomo. Questa è l’antropologia dantesca e questo è il rapporto tra ragione e fede nella Commedia.
Il richiamo pressante che il Poeta fa, in questi canti, alla Rivelazione, non toglie nulla alle prove “fisice e metafisice”, ma le conferma autorevolmente, in modo inoppugnabile, a partire dalla ragionevolezza suprema della fede. Egli combatte soltanto la superbia della ragione, quella che ha portato Adamo al “trapassar del segno” (Par. XXVI, 117) ed esalta la ragione umile, che si lascia inverare, superare, compiere e diventa fede.
La speranza è importantissima per Dante: essa domina tutta la sua esistenza e la sua opera, è la sua stessa vita; è la virtù che nella sventura gli permette di camminare ugualmente verso il suo destino e di svolgere la sua grande missione. L’uomo procede nel tempo in mezzo ad eventi anche tristi che lo possono portare alla delusione, al “disdegnoso gusto” che spinse al suicidio Pier della Vigna, oppure possono rivelare in lui la forza della speranza cristiana, di quella speranza che sostenne i santi, che sostenne Romeo di Villanova e Dante stesso, che la possiede in sommo grado. Dichiara infatti Beatrice: “La Chiesa militante alcun figliuolo / non ha con più speranza, com’è scritto / nel Sol che raggia tutto nostro stuolo...” Beatrice, con questo altissimo elogio, sottolinea che il Poeta ha ricevuto un grande dono a cui ha corrisposto (la “grazia divina” e il “merto”); non dice che egli non commette errori, che è senza peccato, ma che, pur passando attraverso tutte le contraddizioni, i dolori, le tentazioni del suo tempo, e anche attraverso il peccato, ha mantenuto, mantiene la speranza. È evidente che Dante, nella sua vita e nella sua opera, ha voluto soprattutto testimoniare la speranza, consapevole che questa è la virtù che contraddistingue il cristiano che, come ogni uomo, cammina in mezzo alle travagliate vicende dell’esistenza. Ma nella dichiarazione di Beatrice c’è anche un’altra sottolineatura da cogliere: Dante è figlio della Chiesa, cioè si concepisce come appartenente a un popolo, quello cristiano che ha i suoi santi, i suoi pastori, degni o indegni che siano. In altre parole il Poeta non è l’individuo che si erge nella sua solitudine come campione di speranza; ma la forza della sua fede e della sua speranza deriva dall’appartenenza profondamente vissuta a Cristo nella Chiesa attraverso i sacramenti e concretissime presenze che ne sono il segno.
Si è parlato di due speranze in Dante, una terrena espressa all’inizio del canto e una celeste, la speranza della beatitudine eterna: in verità non c’è in lui che una sola speranza, la speranza cristiana, questo nuovo modo di guardare il futuro che investe tutte le cose. “Speranza” è una parola umana che dice l’attesa di soddisfare un desiderio; la speranza cristiana è questa stessa parola umana che è stata come illuminata nella sua origine misteriosa e nel suo destino da Dio stesso in Cristo; e alla sua luce anche i desideri umani rivelano una profondità diversa, un contenuto ultimo diverso.
Quando Dante, all’inizio del canto, manifesta la sua speranza di tornare in Firenze solo in virtù della sua gloria poetica, esprime un desiderio umano. Ma lo esprime come “auctor”, quando ha già terminato il viaggio, dopo che S. Pietro, S. Giacomo, S. Giovanni hanno riconosciuto la sua fede, speranza e carità; dopo che oltre che da Beatrice e da Cacciaguida, è stato investito da S. Pietro stesso del compito di richiamare gli uomini alla verità, quando ha già avuto la visione di Dio uno e Trino e una sia pur fugace intuizione del mistero dell’Incarnazione; quando ormai è del tutto certo che Dio porta, porterà a compimento, attraverso tutte le circostanze della sua vita, la promessa di felicità che gli ha posto in cuore.
Anche il ritorno in patria ormai è da lui guardato in altro modo, desiderato con un respiro diverso, perseguito con una nuova libertà interiore. Dante sa che Dio è dentro quel particolare evento in cui egli ha fissato umanamente la sua speranza e che risponderà alla sua esigenza fondamentale di felicità, di compimento, sia pure nei tempi e nelle forme che Lui stesso stabilisce. Per questa certezza l’esperienza terrena fiorisce nell’eterno. Sarà doloroso se non potrà rientrare nella sua città, ma se la crudeltà dei “lupi” che stan distruggendo Firenze glielo impedirà, egli accetterà questa sventura in vista di un bene più grande che Dio non mancherà di realizzare in lui. Chi spera cristianamente ha in sé la disponibilità al sacrificio della propria volontà (figura di questa speranza, nel Purgatorio, è ad esempio Arnaut Daniele, che così si presenta: “Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan...” (Purg. XXVI, 142), ma per un di più che non è solo la beatitudine nell’aldilà, bensì già una esperienza nell’aldiquà, caratterizzata dalla pace che dona l’umile accettazione del volere di Dio (“en la sua volontade è nostra pace” aveva detto Piccarda). È quest’offerta di sé, questo libero assenso alla volontà di Dio, in cui consiste l’idea cristiana di “merito”, che sottende l’ardente umanissimo desiderio di Dante espresso all’inizio del canto: se lo dimenticassimo, non comprenderemmo questi famosi versi, la natura dell’attesa che li fa vibrare, e vedremmo un dualismo inesistente nel Poeta.
La stessa cosa vale per ciò a cui egli affida la sua speranza di tornare in Firenze, quel Poema che Dio stesso gli ha ispirato. Di questo egli è certo; non è certo invece del fatto che esso possa vincere la crudeltà dei fiorentini, ma anche a tal proposito c’è un’accettazione previa in lui, accettazione che sottende la commozione profonda e la speranza dei celebri versi: “Se mai contingua che ’l poema sacro / al quale han posto mano e cielo e terra, / sì che m’ha fatto per molti anni macro, / vinca la crudeltà che fuor mi serra / del bello ovile ov’io dormi’ agnello, / nimico ai lupi che li danno guerra; / con altra voce ormai, con altro vello / ritornerò poeta...”.
Alla fine dell’esame sulla speranza la narrazione si apre al tema della carità con l’apparizione dell’anima splendente di S. Giovanni, l’apostolo della carità.
Ma il nuovo incontro serve anche a completare la trattazione del tema della speranza.
Già Dante aveva detto, riferendosi a parole del profeta Isaia, che la speranza promette la beatitudine eterna non solo dell’anima ma anche del corpo, cioè il pieno compimento della nostra umanità.
L’insistenza con cui il Poeta fissa lo splendore da cui è fasciato S. Giovanni per vedere se egli ha anche il corpo, non è la curiosità di un appassionato di sottili questioni teologiche, ma è parte della speranza di Dante, che è proteso nel desiderio della beatitudine totale, quella che investe appunto anima e corpo. La speranza peraltro non sarebbe del tutto vera se non fosse certezza che anche il corpo risorgerà, che si ricomporrà l’unità della persona. Più volte nella Commedia Dante insiste sul tema della resurrezione dei corpi; anzi tale dogma, insieme con quelli dell’Unità e Trinità di Dio e dell’Incarnazione, è fondamentale nel Poema. Ricordiamo in particolare i versi con cui Salomone, nel canto XIV del Paradiso, risponde alla domanda di Dante sulla condizione dei beati dopo la resurrezione della carne: “Come la carne gloriosa e santa / già rivestita, la nostra persona / più grata fia per esser tutta quanta” (vv 43-45); e i versi bellissimi e umanissimi in cui i beati manifestano il desiderio di riprendere la carne spinti dagli affetti umani: “Tanto mi parver subiti e accorti / e l’uno e l’altro coro a dicer ‘amme’, / che ben mostrar desio d’i’ corpi morti: / forse non pur per lor, ma per le mamme, / per li padri e per li altri che fuor cari / anzi che fosser sempiterne fiamme” (vv. 61-66).
Tornando al canto è evidente anche in quest’ultima parte che il tema della speranza è il tema della vita e della poesia di Dante, il quale per essa assume il più audace compito poetico e morale che mai uno scrittore abbia assunto: ravvivare nell’umanità smarrita la speranza nella città terrena e nella città celeste. Questo è il dono che il Poeta fa agli uomini: la sua sublime poesia sostanziata di speranza cristiana cioè del più grande dono che lui stesso ha ricevuto dallo Spirito Santo; quella poesia in cui, proprio in virtù della speranza, umano e divino, tempo ed eterno, dolore terreno e letizia paradisiaca sono indissolubilmente uniti.

Bibliografia

M. Porena, “Il canto XXV del Paradiso” in La mia lectura Dantis, Guida, Napoli, 1932;
R. Montano, Dante filosofo e Poeta, Conte G. B. Vico Editrice, Napoli, 1985 pp. 422-429;
G. Getto, “Il canto XXV del Paradiso” in Aspetti della poesia di Dante, Sansoni, Firenze, 1966;
E. Pasquini, La terzultima palinodia dantesca in “Atti dell’Accademia delle Scienze di Bologna”, 1985, XXII pp. 73-82;
A. Tartaro, Certezze e speranza nel XXV del Paradiso, in “L’Alighieri”, 1983, pp. 9-12.