Diversabile, un'ulteriore barriera?

Autore:
Imprudente, Claudio
Fonte:
CulturaCattolica.it ©

Ci scrive il nostro amico Italo Francesco B., per denunciare come nell'anno europeo dedicato al disabile, si sia coniato un neologismo, a suo avviso "brutto" per indicare i disabili, "diversabili" appunto.
Avendo noi chiamato l'area dedicata all'anno Europeo dei disabili, "I diversabili", ed essendone io la responsabile, mi sono sentita chiamata in causa, e visto che delle critiche ritengo si debba sempre fare tesoro, ho riflettuto a lungo su questa scelta.
Forse fatta con leggerezza?
No, in redazione ne abbiamo parlato a lungo e ci ha convinto all'uso di questo termine Claudio Imprudente, Presidente dell'Associazione "Centro Documentazione Handicap" di Bologna e direttore editoriale della rivista HP Accaparlante, che in una lettera inviata al papa per il giubileo dei disabili ed in molte altre occasioni, ha usato il termine "diversabili" dandone tra l'altro ampia spiegazione. (vedi l'articolo - Perché il termine diversabile)
Non so se come Italo Francesco dice, l'uso di questo termine si presenti come un'economia di pensiero, io credo piuttosto, che spesso la prodigalità dei termini, nasconda un disagio.
Nella nostra società, non si utilizzano più vocaboli come: spazzino, cieco, sordo, muto, vigile urbano… non erano offensivi ed erano esaustivi di ciò che si voleva indicare.
La complessità dei termini che li hanno sostituiti, siamo sicuri che sia servita a migliorare le cose?
Operatore ecologico, non vedente, non udente, poliziotto municipale… siamo sicuri che non nasconda un disagio, una voglia di far apparire le cose quelle che non sono?

Non so se sia possibile, non utilizzare quelli che Italo Francesco definisce "termini separanti", ma penso che diversabile non sia un termine separante, in quanto ci unisce tutti, rilevando proprio la nostra unità nella diversità, siamo tutti uguali, perché diversi gli uni dagli altri per capacità e sensibilità.
Inoltre, non credo che tale termine sia irrispettoso della dignità delle persone.

Ho un cognato disabile, se parlando con il mio interlocutore, ometto il "particolare" questo non potrà capire come mai parlo di un ragazzo di 25 anni che si comporta come un bambino di quattro, se non specifico quale sia la sua diversabilità, il mio interlocutore, non saprà mai, se invitarci ad andare al luna park o allo stadio, possa essere una bella idea o se invece ci procuri solo dei disagi.

Io credo non dobbiamo avere paura delle parole, ma della nostra paura di guardare la realtà nella sua interezza e complessità, in futuro troveremo termini migliori per definire il vasto mondo della diversabilità? Benissimo, ma per ora il nostro sforzo deve essere proprio quello di aiutarci a guardare non solo alle difficoltà, ma alle risorse che questo mondo rappresenta per tutti.




"Diversabile", ecco un brutto neologismo

Credo sia molto importante denunciare come bell'anno europeo dedicato alla persona-cittadino disabile, si stia creando un'ulteriore barriera.
Questa è in apparenza meno visibile, ma è più subdola, perché nella novità maschera una visione negativa e separante proprio delle persone che invece, si vorrebbe aiutare a essere integrate nella complessità della vita sociale. Nel corso degli anni dal temine minorato si è passati a quello di handicappato, poi di disabile ed ora si parla di persone con abilità diverse. Per quest'ultima definizione riduttiva e generica, come tutte le definizioni relative alla persona, si è recentemente coniato il neologismo, quasi un barbarismo, diversabile.
Ci chiediamo se questo termine avrà mai la dignità per essere inserito nel famoso Vocabolario della Crusca, ma procediamo oltre.
Se è vero che ogni questione è una questione linguistica, come afferma il filosofo Ludwig Wittgenstein, allora l'uso del nuovo termine si presta ad alcune considerazioni. La prima è che esso si presenta come un'economia di pensieri, definizione del fisico Ernst Mach, ossia si usa il termine riduttivo per risparmiare fatica nel dire la complessità, cioè persona-cittadino con abilità diverse. La seconda è che la parola non tiene conto che ogni persona è un essere unico e irripetibile e che di conseguenza ognuno ha abilità diverse. Ne segue che tutti, compresi i rappresentanti di stracca pedagogia burocratica e autoreferente, sono "diversabili". Temo che dietro a ciò si mascheri una visione separante, che finirà per proporre percorsi differenziati, rinunciando alla grande conquista solo italiana in Europa di un autentico tentativo di integrazione scolastica e sociale, occhieggiando
magari a modelli finlandesi, speriamo non a quelli della rupe Tarpea. La terza è che il termine crea
un'ulteriore barriera, è, se va bene, un linguaggio per soli addetti che in convegni o tavole rotonde dimenticano la realtà proprio di quelle persone verso le quali dicono di dirigere i loro sforzi per l'integrazione. Infine, sarebbe l'ora di evitare l'uso di termini separanti, che contribuiscono ad appesantire la vita di quelle persone per le quali la ragione e il cuore si deve adoperare per una migliore qualità della vita. Forse smettendo di chiamarle con termini differenti, riusciremo a compiere il miglior servizio all'anno dedicato a favorire l'integrazione, che inizia anche quando si usa un vocabolario adeguato e rispettoso della dignità delle persone!