Attualità di S. Alberto Magno

Per una storia della scienza attraverso le figure più significative. Testi tratti da "Uomo di scienza. Uomo di fede" di Mario Gargantini
Autore:
Gargantini, Mario

Un'ingiustizia Storica
Quando percorrono lo straordinario secolo XIII, gli storici della filosofia e della teologia commettono inesorabilmente una clamoro­sa ingiustizia: sovrastati dalla figura di Tommaso d'Aquino, essi ten­dono a sorvolare sul fondamentale contributo e sull'apporto origi­nale del santo tedesco.
È un'ingiustizia in qualche modo «inevitabile», come dice Etienne Gilson, dal momento che «molto materiale che egli aveva scoper­to e raccolto si ritrova, disposto in ordine e concatenato, nella mira­bile sintesi che san Tommaso ha saputo farne. Senza la formidabile e feconda fatica del suo maestro, quel lucido ordinatore di idee che fu il discepolo avrebbe dovuto, a sua volta, consacrare la maggior parte dei suoi sforzi a cercarlo».
Quando poi si considera la storiografia di stampo neo-illuminista, si possono rinvenire ingiustizie ancora maggiori, arrivando all'assurdo di vedere citati Lutero, Calvino e Cartesio come liberatori del pen­siero occidentale e Alberto Magno come il capofila degli oscurantisti medievali.
È un «controsenso radicale - per dirla ancora con Gilson - che vizia i tradizionali apprezzamenti fatti sul Medioevo. Non ci si ac­corge che, se oggi esiste una filosofia come tale, lo si deve al paziente lavoro dei pensatori medievali».
A completare la stranezza di questa «dimenticanza», sta il con­trasto con la grandissima autorità e fama godute da Alberto in vita; significativamente echeggiate nella citazione del decimo canto del Pa­radiso dantesco e restate impresse nell'appellativo col quale è cono­sciuto: «Albertus Magnus».

Patrono degli scienziati

In questo secolo, la sensibilità di alcuni pontefici ha in parte com­pensato la distrazione degli storici.
Nel 1931 Pio XI lo ha nominato Dottore della Chiesa e lo ha pro­clamato Santo, paragonando la sua autorità filosofica e teologica a quella di san Tommaso.
Dieci anni più tardi, in un periodo in cui emergevano gli effetti devastanti di una scienza e una tecnica applicate in modo non con­forme alla dignità della persona, Pio XII ha costituito Alberto Ma­gno «celeste patrono dei cultori delle scienze naturali».
Infine, nel settimo centenario della morte, il 15 novembre 1980, nella sua Colonia, Giovanni Paolo II ne ha additato solennemente l'esempio in una memorabile celebrazione davanti a scienziati e stu­denti di tutta Europa.

La sua attualità

Nelle motivazioni addotte dai tre pontefici, si può trovare anche la vera e profonda ragione della sua attualità.
In un momento di grande fervore religioso e culturale, Alberto ha avvertito l'importanza della cultura scientifica; per primo si è accor­to del potente contributo che la scienza e la filosofia greco-arabe po­tevano offrire all'edificio della teologia cristiana in via di costruzio­ne. Pur in un differente contesto storico, l'analogia con l'oggi è cal­zante e molto avrebbero da imparare, sia i teologi che gli scienziati, dall'atteggiamento di questo santo domenicano.
Alberto infatti non si è limitato a «importare» le conoscenze scien­tifiche nell'ambito della filosofia cristiana, né tanto meno si è lascia­to prendere da complessi di inferiorità nei confronti di un patrimo­nio culturale indubbiamente ricco e più avanzato, in quei campi, di quanto finora era stato elaborato dai Padri della Chiesa. Il suo è sta­to un esempio di spirito critico e libero, forte di quella libertà che gli veniva da una solida esperienza di fede e che è indispensabile so­prattutto per il cristiano impegnato sul fronte culturale.
Libero al punto da dichiarare: «Quando essi sono in disaccordo, bisogna credere ad Agostino piuttosto che ai filosofi in ciò che concerne la fede e i costumi. Ma, se si trattasse di medicina, io prenderei piuttosto o Ippocrate o Galeno; e se si trattasse di fisica, io credo ad Aristotele perché egli conosceva la natura nel modo migliore». Critico, però, e consapevole che l'acquisizione delle conoscenze scientifiche precedenti da parte della cristianità non doveva passare attraverso il filtro della mentalità araba. Se si deve a lui la prima grande valorizzazione dell'aristotelismo, preludio al pensiero tomistico, è an­che suo merito l'aver «preparato il distacco del pensiero aristotelico dal ritocco arabo e specialmente averroistico» spianando così la strada al più illustre discepolo Tommaso.

Motivi di interesse del suo approccio

Quel che maggiormente può toccare l'interesse di noi moderni di fronte alla figura di Alberto Magno, sono alcuni tratti distintivi del suo approccio all'esperienza culturale, vissuta in continuità con l'e­sperienza di fede.

Dal punto di vista generale

Può risultare molto istruttivo per i cristiani di oggi, chiamati a con­frontarsi con una cultura sempre più vasta e specializzata, l'atteggia­mento di Alberto che si è preoccupato di conoscere e assimilare bene l'enorme bagaglio delle conoscenze antiche prima di emettere giudizi e valutazioni. Il suo è stato un grande lavoro di raccolta e documen­tazione, animato dal desiderio di non perdere quanto poteva rivelar­si utile all'edificazione della civiltà cristiana.
Il materiale da lui raccolto, come si è già detto, ha fornito il sup­porto indispensabile all'opera di san Tommaso; ma la sua documen­tazione è andata oltre a quanto si ritrova nella «Summa» tomistica e, sempre secondo Gilson, «se è vero che il tomismo era una delle sue possibili continuazioni, l'albertinismo ne aveva delle altre e an­che maggiormente fedeli alla sua prima ispirazione».
Peraltro tutti concordano nel giudicare Alberto non un compila­tore come tanti della sua epoca; e neppure un semplice « commenta­tore». Gli va piuttosto riconosciuta la qualifica di autore, cioè di
uno capace di sviluppare una linea di pensiero personale e originale.
La grande novità epistemologica di Alberto può ben essere indi­cata nel termine realismo, che lo porta a confrontare continuamente ciò che legge con la propria esperienza diretta, fino al punto di fargli più volte contestare esplicitamente l’«ipse dixit»: «...dice così, ma io ho visto...».
Infine va notato il carattere unitario e integrale della sua vicenda di pensatore e di credente, che non gli ha fatto mai smarrire il senso delle proporzioni e della intrinseca parzialità di ogni singolo sapere. La sua fama di sapiente, che gli aveva guadagnato il titolo di «Doctor universalis», non aveva mai messo in ombra la sua personalità di santo, con una intensa vita interiore e una ricchezza di meditazio­ni sull'Eucaristia e sul culto mariano uniche nel suo secolo.
Significativo in proposito è quanto egli stesso scrive nel Prologo alla «Summa Theologica»: «Nelle scienze, specialmente sacre, si ot­tiene di più con la pietà e la preghiera che con lo studio».

In campo scientifico

Sul versante strettamente scientifico i motivi di interesse di Alberto sono molteplici.
Qualcuno lo ha definito «empirista critico», anche se il riferimento all'empirismo può suonare riduttivo.
In effetti Alberto ha riscoperto e rilanciato il ruolo decisivo del­l'osservazione nelle scienze naturali.
Sostenuto forse anche da un'innata curiosità e da uno spirito «esploratore», egli non ha mai smesso di osservare e annotare quan­to gli capitava sotto gli occhi nei suoi frequenti spostamenti. E, anti­cipando esigenze tipiche della nostra epoca informatica, ha colto l'im­portanza di una puntuale e corretta descrizione e «documentazione». Le sue descrizioni, soprattutto in biologia, sono state un riferimento autorevole per parecchi secoli.
Accanto all'osservazione, emerge in Alberto una prima bozza del­l'idea di «esperimento», cioè di procedimento teso a comprovare nei fatti l'adeguatezza di ipotesi teoriche.
È ancora presto per parlare di metodo sperimentale ed è fuori luogo cercare in lui la paternità di una forma di conoscenza che, pur con una lunga gestazione, vedrà piena luce solo nel secolo di Galileo. Era però una radice preziosa che, unitamente a quelle piantate in Inghil­terra da Roberto Grossatesta e Ruggero Bacone, avrebbero potuto fiorire ben diversamente. Secondo lo Stadler: «...se lo sviluppo delle scienze naturali avesse proseguito la strada intrapresa da Alberto, avrebbe evitato un giro di trecent'anni».
Viceversa si può anche affermare che se la cosiddetta rivoluzione scientifica secentesca si fosse compiuta all'interno di un clima cultu­rale e religioso come quello medievale, avremmo forse risparmiato le degenerazioni scientiste e riduzioniste degli ultimi tre secoli e ma­gari anche alcune tragiche conseguenze pratiche delle scoperte scien­tifiche moderne.
C'è ancora un aspetto interessante da rimarcare nell'approccio scientifico albertino, tanto più d'attualità in un momento in cui sta tornando di moda la cosmologia.
Tanto Alberto era preciso e deciso nelle descrizioni naturalistiche, così era prudente di fronte alle grandi sintesi cosmologiche. Poco pro­penso a scommettere sull'origine del mondo per la parola altrui e, d'altra parte, consapevole che la fisica si applica alla realtà sensibile una volta che ne sia constatata l'esistenza: le scienze della natura pre­suppongono la cosmogonia e hanno ben poco da offrire in risposta alle grandi domande sull'origine e il destino dell'universo.

Lo statuto di una intellettualità cristiana

Grande è stato il contributo di Alberto Magno alla cultura e alla stessa cristianità del Duecento: sintetizzabile nella riscoperta della ra­zionalità, nella valorizzazione delle scienze naturali, nella distinzio­ne tra la filosofia e la teologia.
Ancora maggiore può essere il suo apporto per la definizione di quello che Giovanni Paolo II, nella commemorazione di Colonia, ha indicato come «lo statuto di una intellettualità cristiana». Che non vede nel libero lavoro investigativo della ragione scientifica soltanto pericoli e minacce; che è consapevole di dover cogliere la verità al­l'interno di un complesso «intreccio di conoscenze aperte e comple­mentari ». Convinto che la fede presuppone e conferma «i diritti propri della ragione naturale».