"Perelandra" 6 - "Il mito divenne Fatto"

Lewis non è scrittore ingenuo da “pulp magazines”, bensì coltissimo divoratore di libri e curioso indagatore dell’umana avventura. Per questo motivo sono reperibili sotto traccia vaste risonanze - dagli archetipi di Jung ai Classici della letteratura e alle sterminate conoscenze mitologiche
Fonte:
CulturaCattolica.it

Le quattro fasi della storia
Ma anche “Le lettere di Berlicche”, il libro del grande successo planetario di Lewis, che immagina la corrispondenza tra il giovane e inesperto diavolo Malacoda e lo zio Berlicche, che lo consiglia sul modo di tentare il giovane a lui affidato, ha una parte rilevante in “Perelandra”. Infatti secondo Thomas Howard, uno dei più profondi conoscitori dell’opera lewisiana, “la principale preoccupazione in Perelandra è la tentazione” (12), con tutte le domande che essa porta con sé: “quale sia la natura di un mondo ove esista la tentazione, e cosa implichi nei confronti delle cose il fatto che si debba permettere la tentazione, e quale sia la natura del Bene perché ci debba essere tale sua allettante e contraffatta alternativa, e come il Male proponga la propria offerta e così via”. (13) Tutte questioni di immensa rilevanza esistenziale, che Lewis affronta intrepidamente, da coltissimo e geniale convertito quale egli è. Howard rilegge in modo estremamente acuto la storia, scorgendovi quattro fasi: l’ambientazione (un Eden incontaminato), la minaccia (l’assedio di Weston alla Signora Verde), la lotta (il terribile duello tra Ransom e Weston), e l’epilogo (il Trionfo dell’obbedienza e la grande liturgia cosmica della Danza). Nei primi due romanzi della sua Trilogia, Lewis accetta la sfida vertiginosa di immaginare un piano divino che comprenda più mondi abitati (Marte e Venere), illuminando così da una nuova prospettiva (“Lontano da…”) la condizione umana. E tenta di rispondere a domande, peraltro ipotetiche, sulla vita e sull’intelligenza extraterrestre: su Malacandra c’erano certo degli hnau (creature razionali) di forme fantastiche, come i sorn, i hrossa e i pfifltriggi, ma questi appartenevano a un mondo estremamente vecchio, pur se innocente. “Da quando il nostro Diletto si è fatto Uomo” (pag. 103), “come potrebbe la Ragione assumere una forma diversa in un altro mondo?” (pag. 77). Questo dice la Signora Verde a Ransom: Cristo è ormai il modello di ogni creatura intelligente. E il dramma che potrebbe scivolare nella catastrofe su Perelandra (una nuova rovinosa Caduta) sarà evitato da Ransom (il cui nome significa “riscatto”! Come la liberazione dalla mano dei rapitori) con una lotta fisica e non spirituale. Questa furiosa mischia crea certo qualche disagio in noi, abitanti di un mondo di inaudita brutalità, ma educati alla non-violenza di gandhiana memoria. Ma in primo luogo Ransom combatte contro un Non-Uomo, un corpo umano ormai preda e strumento del Diavolo. E in secondo luogo, come afferma Howard, “la distinzione tra carne e spirito, naturale e soprannaturale, storia e mito, è solo una distinzione provvisoria e contingente. Questo combattimento non differisce in sostanza da tutte le dispute con la miscredenza, l’apostasia e la tentazione”. (14) Si tratta, in altre parole, di un esorcismo all’ennesima potenza.
Anche l’esplicito riferimento al Cristianesimo disturba alcuni lettori del romanzo, almeno a leggere i commenti sulle pagine letterarie di Internet. Lewis lo afferma tranquillamente: “Perelandra… è principalmente per i miei correligionari” (15). Ma è ancora Howard a metterci sulla pista giusta: “Non si cancella una storia o una poesia solo perché presuppongono delle idee che l’uomo occidentale non prende più seriamente in considerazione. Se seguissimo questa linea dovremmo cancellare tutti, da Omero a Tolstoj”. (16) Lewis senza forzature parenetiche, dall’interno di una storia affascinante, mette a tema Bellezza ed Orrore, Paradiso ed Inferno, questioni di estrema rilevanza per la nostra esperienza terrena.

Mitopoiesi
Nella prima parte di questa riflessione sulla Trilogia cosmica di Lewis abbiamo tratteggiato in modo sintetico l’importanza del mito per l’approccio alla realtà e, di conseguenza, per la modalità creativa del nostro autore (17). Ne parla in modo esaustivo Paolo Gulisano nel suo brillante saggio su Lewis:
“Alle radici di Narnia, di Berlicche, dei romanzi di fantascienza, dei tanti saggi di apologetica cristiana, c’è dunque questo amore per la fantasia, per il mito, che non è rimasto lontano da noi, irraggiungibile mistero, ma è diventato Fatto” (18) Myth became Fact (Il Mito divenne Fatto), intitolò Lewis un breve saggio contenente le considerazioni suscitategli dalla lettura di Chesterton e dalle conversazioni con Tolkien. Questo apre un immenso campo di esplorazione, anche perché Lewis non è scrittore ingenuo da “pulp magazines”, bensì coltissimo divoratore di libri e curioso indagatore dell’umana avventura. Per questo motivo sono reperibili sotto traccia vaste risonanze - dagli archetipi di Jung ai Classici della letteratura e alle sterminate conoscenze mitologiche - in ogni particolare delle sue opere. Ma la conversione diede un alveo e una direzione a tutto questo lavorio sotterraneo.
Un aspetto che rimane intatto in questo nostro primo approccio a “Perelandra” è il rapporto di Lewis con la scienza, e la sua polemica con alcune direzioni imboccate dai moderni scienziati. Ma di questo dovremo riparlare.

NOTE
12. THOMAS HOWARD, Narnia e oltre. I romanzi di C. S. Lewis (Narnia and Beyond. A Guide to the Fiction of C. S. Lewis, 2006), Marietti 1820, Genova-Milano 2008, pag. 90.
13. Id. Ibid.
14. Id Ibid. pag. 113
15. C. S. LEWIS, “Una risposta al Professor Haldane”, in “Altri mondi”, Ed. Paoline 1969, pag. 129.
16. THOMAS HOWARD, Op. cit. pag. 53.
17. Cfr. E. LEONARDI, La trilogia spaziale di C. S. Lewis – Lontano dal pianeta silenzioso, in “Future Shock” n. 73, pag. 20.
18. PAOLO GULISANO, C. S. Lewis – Tra Fantasy e Vangelo, Ed. Ancora, Milano 2005, pag. 14.