Frammenti d’amor perduto (Una proposta antica per il nuovo millennio) - 1

E' possibile parlare d'amore oggi? E soprattutto quando diciamo "amore", questa parola è intesa da chi la utilizza con lo stesso significato? Non ci troviamo piuttosto di fronte a una babele dove ciascuno dà a questo termine il significato che più gli fa comodo?

Difficile dare risposte definitive a simili domande, ma forse è possibile trovare qualche frammento di verità, e lo è senz'altro facendosi guidare da un straordinario libretto, di un autore straordinario, di cui poco si sa e si dice a scuola...
Autore:
Mereghetti, Claudio
Fonte:
CulturaCattolica.it

1.
E' possibile parlare d'amore oggi? E soprattutto quando diciamo "amore", questa parola è intesa da chi la utilizza con lo stesso significato? Non ci troviamo piuttosto di fronte a una babele dove ciascuno dà a questo termine il significato che più gli fa comodo?
Difficile dare risposte definitive a simili domande, ma forse è possibile trovare qualche frammento di verità, e lo è senz'altro facendosi guidare da un straordinario libretto, di un autore straordinario, di cui poco si sa e si dice a scuola (e poco si saprebbe se non fosse per la non molto lontana uscita cinematografica delle Cronache di Narnia): Clive Staples Lewis, e il suo I quattro amori.
Frammenti, flash, provocazioni, per avviare una riflessione e una ricerca personale di risposte veramente ricche, coerenti, coese, sulla realtà più profonda e vera dell'amore, quella ormai appunto perduta, svilita, degradata dal pensiero debole attuale. Concezione perduta e antica, ma pur sempre viva nelle pagine della letteratura d'amore di tutti i tempi, che vorrei rileggere e riconsiderare alla luce delle riflessioni che faremo ripercorrendo i contenuti del libretto di Lewis, per scoprire che acquistano un significato, un valore e una fecondità forse sorprendenti, che è poi – io credo – il vero e più profondo fine dell'insegnamento della letteratura: fornire valori, occasioni di arricchimento interiore, possibilità di crescere, in una parola non competenze, ma verità con la quale sola vale la pena di misurarsi.
Non per convincere qualcuno, ma perché ciascuno sappia sviluppare un proprio pensiero forte capace di opporsi, anche eroicamente quando servisse, alle mille forme di pensiero debole che oggi la società ci propone con sofisticati meccanismi di manipolazione.
Sulla scia di quello che Dante fece con l'amor cortese: quando, resosi conto che, per quanto religione di nobili cuori, ormai di religione – falsa – si trattava, lo condannò, relegandolo con Francesca nel luogo che compete a chi dio non è, ma vuole diventarlo e si fa adorare: l'inferno. Con quella stessa forza morale dovremmo sfidare il pensiero debole oggi diffuso, e denunciare l'effimero elevato a divinità: è difficile, ma è da eroi. Impossibile? No, ma è necessario comportarsi come suggerisce Thomas Mann nella Montagna incantata.



L'uomo non vive soltanto la sua vita personale come individuo, ma – cosciente o incosciente – anche quella della sua epoca e dei suoi contemporanei, e qualora dovesse considerare dati in modo assoluto e ovvio i fondamenti generali e obiettivi della sua esistenza ed essere altrettanto lontano dall'idea di volerli criticare quanto lo era in realtà il buon Castorp, è pur sempre possibile che senta vagamente compromesso dai loro difetti il proprio benessere morale. Il singolo può avere di mira parecchi fini, mete, speranze, previsioni, donde attinge l'impulso ad elevate fatiche e attività; se il suo ambiente impersonale, se l'epoca stessa, nonostante l'operosità interiore, è in fondo priva di speranze e prospettive, se furtivamente gli si rivela disperata, vana, disorientata; e al quesito formulato, coscientemente o no, ma pur sempre formulato, di un ultimo significato, ultrapersonale, assoluto, di ogni fatica e attività, oppone un vacuo silenzio, ecco che proprio nel caso di uomini dabbene sarà quasi inevitabile un'azione paralizzante di questo stato di cose, la quale, passando attraverso il senso morale psichico, finisce con l'estendersi addirittura alla parte fisica e organica dell'individuo. Per aver voglia di svolgere un'attività notevole che sorpassi la misura di ciò che è soltanto imposto, senza che l'epoca sappia dare una risposta sufficiente alla domanda "a qual fine?", occorre o una solitudine e intimità morale che si trova di rado ed è di natura eroica, o una ben robusta vitalità.


E' questo il primo ingrediente della proposta, come vedete antica, per il nuovo millennio.

2.
Provate ora – e questa è invece la prima provocazione – a pensare, o meglio ancora a scrivere, la risposta a questa domanda: che cos'è l'amore?
Sono certo che, se fossimo gli uni in presenza degli altri e potessimo leggere le risposte di ciascuno, potremmo raggrupparle così: quelle che fanno riferimento al mondo delle emozioni e nelle quali leggeremmo termini come sentimento, passione, piacere, soddisfacimento dei bisogni, felicità; e quelle, su un versante diverso, nelle quali l'accento è posto sui concetti di dono di sé, oblazione, sacrificio… addirittura e finalmente di amore come atto libero della volontà in una relazione intima tra persone.
Mi pare che una risposta, sulla base della quale sviluppare il nostro discorso, la si possa ritrovare in una splendida pagina di E. Morgan Forster, da Camera con vista: si tratta delle battute con le quali Lucy spiega a Cecilio che vuole rompere il fidanzamento.


Ma agli occhi di Cecil, ora che stava per perderla, Lucy pareva sempre più desiderabile. Invece di guardarla distrattamente, ora la studiava, per la prima volta da che erano stati fidanzati…
Il suo cervello si riprese dallo choc e, in un impeto di autentica devozione, esclamò: "Ma io ti amo, e credevo mi amassi anche tu".
"No, non ti amavo", disse lei. "All'inizio ho creduto di amarti. Mi dispiace, avrei dovuto rispondere di no, anche alla tua ultima proposta di matrimonio"…
"Non mi ami, è evidente. E forse fai bene. Ma mi farebbe un po' meno male, se sapessi perché".
"Perché", le venne spontanea una frase, e decise di dirla. "tu non sai mantenere un rapporto di intimità con nessuno".
Negli occhi di lui comparve un'espressione inorridita.
"Non intendevo dire proprio questo. Ma tu mi fai delle domande, anche se io ti imploro di non farlo, e devo pur dire qualcosa. Comunque si tratta di questo, più o meno. Quando non eravamo che semplici conoscenti mi consentivi di essere me stessa, ma ora non fai che proteggermi". La sua voce s'alzò di tono. "Non voglio essere protetta. Voglio decidere da sola cosa è giusto e cosa si addice a una signora. Volermi proteggere significa insultarmi. Forse non sono in grado di affrontare da sola la verità, ma devo riceverla di seconda mano per tuo tramite? Il posto di una donna! Tu disprezzi mia madre… io lo so… perché è convenzionale e parla sempre di pudding, ma, buon Dio!", e si alzò in piedi, "convenzionale, caro Cecil, sei tu, perché tu capisci le cose belle, ma non sai che fartene; e ti trinceri dietro l'arte e i libri e la musica, e vorresti che io facessi la stessa cosa. Ma io non mi farò soffocare, nemmeno dalla musica più esaltante, perché la gente è più esaltante ancora, ma tu non mi consenti di conoscerla. Ecco perché voglio rompere il fidanzamento. Tu eri nel tuo elemento finché ti attenevi alle cose, ma quando sei passato alle persone…". Qui si interruppe.

Dunque amare è prima di tutto saper stabilire una relazione di intimità con qualcuno. Una relazione di esseri liberi, di volontà libere che ricercano la beatitudine l'uno dell'altro, desiderando reciprocamente prenderne parte. Una relazione che ci dà ragione di esistere, come ha affermato sorprendentemente J.P. Sartre in L'essere e il nulla:



Questo è il nucleo della gioia d'amore: noi vi ci sentiamo giustificati di esistere.


E ci si può sentire giustificati senza libertà? E' cioè davvero pensabile che una tale relazione venga determinata da biologiche affinità elettive, come le chiama Goethe? O generata da attrazioni fatali? O travolta da passioni dirompenti? Sì, si dice oggi, per convincerci che la responsabilità non è mai nostra. Che quel che conta è seguire l'istinto, essere spontanei, che non ci sia troppo impegno personale, e soprattutto sofferenza; ma questa c'è comunque. Lo sapevano già Saffo e Catullo.


Carme 85
Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.
Non lo so, ma sento che ciò accade, e mi tormento.

Carme 8
Smetti di agire da stolto, sventurato Catullo,
e ciò che tu vedi finito ritieni perduto…
Non inseguire chi fugge, non vivere in pena,
soffri con animo fermo, sopporta, resisti…
Guai a te, sciagurata, che vita ti attende?
Ormai chi verrà alla tua soglia? A chi apparirai attraente?
Ora chi amerai? Di chi si dirà che sei?…
Ma tu irremovibile, Catullo, resisti.


La libertà autentica implica infatti la responsabilità della scelta e ogni scelta autentica implica una rinuncia (l'università, il matrimonio…): per questo, amore e sofferenza sono strettamente collegati, l'uno senza l'altro sarebbero intollerabili (l'uno insipido, l'altra troppo sapida). La nostra autentica capacità d'amare è direttamente proporzionale alla nostra capacità di soffrire: perché tante persone, poco più di un anno fa, si sono affannate ad andare a Roma per la morte di GP II? Perché attraverso la sua sofferenza hanno scoperto quanto veramente li amasse.
L'amore però, ci spiega Lewis, ha due nature: l'amore dono (lavorare, fare progetti, risparmiare per il benessere della famiglia…) e l'amore bisogno (quello di un bambino che si rifugia tra le braccia della madre quando si sente solo o spaventato). Quest'ultimo rappresenta l'esatto riflesso, a livello di coscienza, della nostra autentica natura: l'uomo, infatti, viene al mondo indifeso, giunge alla consapevolezza di sé e scopre la solitudine, ha un bisogno degli altri che è insieme fisico, emotivo, intellettuale, non può fare a meno di loro se vuole arrivare alla conoscenza, anche soltanto del proprio essere. Questo nostro amore-bisogno è, proprio come diceva Platone, "figlio dell'indigenza".
E' questo tipo d'amore una forma di mero "egoismo", come spesso si dice? Dobbiamo dunque cercare di sopprimerlo? Facendolo, faremmo violenza a noi stessi e al nostro essere, oltre che a numerose lingue che comunque utilizzano il verbo amare per descrivere situazioni di questo genere. Al contrario, il venir meno nella nostra coscienza del senso di bisogno degli altri è un brutto sintomo spirituale, è il marchio del vero egoista, di colui che è convinto che sia bene per noi stare da soli. Come avviene al Faust di Marlowe, che non ha più dubbi, non ha più bisogno di nessuno e diviene così preda di Mefistofele. Cosa che non avviene in Goethe, perché lì Faust è continuamente tormentato dal dubbio, chiede non già il potere sugli altri, ma – ed è ciò per cui siamo al mondo – la felicità, che non può darsi in solitudine.


Faust – … Ti ordino di servirmi fin ch'io viva; di eseguire tutto ciò che io, Faust, ti comanderò, foss'anche di far crollare la luna dalla sua orbita e far sì che l'Oceano sommerga il mondo…
Mefistofele – Io non sono che un servitore di Lucifero e non potrei seguirti senza il suo consenso. Nulla potremo fare se non ciò ch'egli comanderà…
Faust – … Ed ora che ho ottenuto tutto quanto bramavo, me ne starò immerso nello studio e nella meditazione dell'arte mia, finché Mefistofele non torni… Quando Mefistofele mi starà a fianco, quale Dio potrà mai nuocermi? Faust tu sei al sicuro da ogni pericolo: non avere più dubbi


Se è vero che i sintomi sono segni visibili che qualcosa di non visibile sta comunque avvenendo, non avere più dubbi è "brutto segno". E' un po' come non sentire più la fame (anche in Dante la digestione è metafora dell'acquisizione della vera conoscenza) e questo è il secondo ingrediente della proposta: di dubbio in dubbio, avanzare verso la verità.

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