Il luogo della verifica: l'esperienza umana

Fonte:
Centro Culturale Rebora

Abbiamo svolto un percorso che dal senso religioso dell'uomo ci ha portato ad incontrare l'avvenimento di Cristo e la sua pretesa di essere la realizzazione di ciò per cui la vita è fatta. Abbiamo visto come questo avvenimento si prolunga nella storia attraverso il fenomeno della Chiesa; infine abbiamo cercato di identificare i fattori fondamentali di questo fenomeno e la coscienza che la Chiesa ha di sé come realtà umana che veicola il divino.

Ora dobbiamo porci una domanda fondamentale: tutto questo risponde al vero?
Il fenomeno della Chiesa è inconfondibilmente identificato, ma il messaggio per cui essa eccede la sua fenomenicità è vero o no? La Chiesa è veramente il prolungarsi di Cristo nel tempo e nello spazio?

Per rispondere a queste domande dobbiamo anzitutto chiarire i criteri necessari per poter dare una risposta.

Ciò che la Chiesa reclama come fattore giudicante

La Chiesa, come Gesù, si rivolge a quella che abbiamo chiamato ne Il senso religioso la esperienza elementare: vale a dire quel complesso di evidenze ed esigenze originali… con cui l'essere umano si protende sulla realtà.
La proposta della Chiesa vuole entrare nel dramma dell'universale confronto in cui l'uomo è proiettato da quelle evidenze ed esigenze.
Questa è la sfida della Chiesa: essa scommette sull'uomo, ipotizzando che il messaggio di cui essa è strumento, vagliato dall'esperienza elementare, rivelerà la presenza prodigiosa.
La risposta che il messaggio cristiano contiene alle esigenze del cuore umano sarà senza paragone rispetto a qualunque altra ipotesi.

Attenzione però che la Chiesa si rivolge all'esperienza stesso dell'uomo, non alle maschere di umanità dominanti le diverse forme di società. La Chiesa si vuole misurare con l'uomo che usa autenticamente del suo senso critico, si affida al giudizio della nostra esperienza sinceramente valutata: "Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?", ebbe a dire Cristo stesso in un episodio del Vangelo.

Un criterio di giudizio utilizzato al culmine della sua espressione

La Chiesa ripete con Gesù che può essere riconosciuta credibile in nome di una corrispondenza alle esigenze elementari dell'uomo nella loro più autentica fioritura. È ciò che Gesù intendeva promettendo il 'centuplo' su questa terra. È come se, dunque, anche la Chiesa dicesse all'uomo: "Con me otterai una esperienza di pienezza di vita che non otterresti altrove".
Così la Chiesa mette audacemente alla prova se stessa, proponendosi come prolungamento di Cristo a tutti gli uomini.
Del resto ognuno di noi cerca proprio quella maggiore pienezza. È questo il criterio che ci guida, anche nelle minime scelte.
Ora, il messaggio della Chiesa nella storia dell'umanità proclama di avere come unico interesse portare a compimento l'anelito supremo dell'uomo. Senza chiedergli di dimenticare alcuno dei suoi desideri autentici, delle sue esigenze prime, promettendogli anzi un risultato molto superiore alle sue stesse capacità di immaginazione. Il centuplo.
Avendo lanciato nei secoli questa sua inaudita scommessa, la Chiesa non può barare.

La disponibilità del cuore

Nella sua proposta, come abbiamo detto, la Chiesa non può barare; non può consegnare un libro e delle formule in mano a degli esegeti soltanto. Essa è vita e deve offrire vita.
Anche l'uomo però non può accingersi ad una verifica di questa portata senza un impegno che coinvolga la vita. Se la Chiesa si pone come vita, vita pienamente umana e carica di divino, l'uomo dovrà impegnarsi con la vita ad accettare quella sfida.
Se la Chiesa non può barare, neanche l'uomo può barare.
Ciò che occorre è la disponibilità all'impegno e la 'povertà dello spirito' evangelica: povertà dello spirito è l'occhio teso a ciò che costituisce il tesoro dell'uomo, a quell'oro che occorre desiderare per poter trovare.

Al cammino di verifica affrontato con l'animo aperto e disponibile è promessa una realizzazione esistenziale che la Chiesa dichiara di saper ottenere in paragone o in sfida con qualunque altra proposta.
Il 'cento volte tanto' promesso dal Vangelo è solo l'alba della totalità. Il tutto è incommensurabilmente di più. Ma il centuplo è l'indicazione che il tutto si sta avvicinando.
Come suggerisce la liturgia della Chiesa: "Dio che hai preparato beni invisibili per coloro che ti amano, infondi in noi la dolcezza del tuo amore, perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa, otteniamo i beni da te promessi, che superano ogni desiderio".

Se, dunque, la Chiesa è una vita, bisogna coinvolgersi con la vita per poterla giudicare. Si tratta innanzitutto di convivere con la vita della Chiesa là dove essa è vissuta autenticamente, là dove essa è vissuta sul serio.
Per questo la Chiesa proclama i santi: per dare delle indicazioni di come sia possibile vivere sul serio la proposta cristiana.
Ed è per questo che la Chiesa usa anche suggerire con la sua approvazione associazioni, movimenti, luoghi non solo di culto, ma anche di incontro: se vengono vissuti per quello che sono possono far percepire che cosa sia una esperienza cristiana vera. Esperienza vera che comunque dovrebbe essere valutabile dovunque vi siano dei cristiani: in scuole, fabbriche, case, quartieri, parrocchie, in ogni ambiente.
Se la Chiesa in tutte le sue esperienze seriamente vissute, è davvero il prolungamento di Cristo, si dovrà poterne rilevare le caratteristiche di efficacia.
"Se prendete un albero buono anche il suo frutto sarà buono; se prendete un albero cattivo, anche il suo frutto sarà cattivo: dal frutto infatti si conosce l'albero" (Mt 12,33). "Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produce frutti buoni" (Mt 7,16-18).

Ci sono quattro categorie di "frutti" della presenza di Cristo nella vita della Chiesa attraverso i quali egli continua la sua azione nella storia, e che costituiscono sintomi della efficacia della Chiesa sulla vita e sulla storia dell'uomo. Sono i 'segni di riconoscimento' del valore divino della Chiesa. La Chiesa li ricorda nel Credo: "Credo la Chiesa una, santa, cattolica, apostolica".

Unità

L'unità è la caratteristica prima di ciò che vive, come richiama il dogma del Dio uno e trino. "Tale unità non è in alcun modo confusione, come la distinzione non è separazione… L'unione vera non tende a dissolvere gli uni negli altri gli esseri che riunisce, ma a perfezionarli gli uni con gli altri" (H. De Lubac).

Tale caratteristica di vitalità unitaria, che siamo chiamati a verificare, proviene da quanto direttamente Gesù ci ha rivelato del suo essere e da quanto ci ha chiesto come partecipazione.
"Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato… Custodisci nel tuo nome colore che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi" (Giovanni 17).
"È l'auspicio che la comunità dei discepoli… perseveri in quella sfera divina che le è stata dischiusa da Gesù… l'unità è espressione e segno dell'essenza divina, un'immissione nell'unità di Dio e di Gesù… che si manifesta ed opera nell'amore. L'unità esistente tra Gesù e il Padre non è soltanto archetipo e modello, ma anche fondamento vitale e base di realizzazione dell'unità dei credenti… Si tratta di unità fondata in Dio, vivente del suo amore" (R. Schnackenburg).

a) Unità della coscienza
La caratteristica dell'unità anzitutto si documenta in una unità di coscienza nel percepire, sentire e valutare l'esistenza.
Si deve poter trovare nella Chiesa una lucidità nel senso dell'esistenza, per cui il principio da cui si giudica se stessi e il mondo è un'unica Presenza inequivocabile.
È una unità di atteggiamento che valorizza tutto, senza scandalizzarsi di nulla, senza dimenticare o rinnegare qualcosa: "Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché il mondo si salvi per mezzo di Lui" (Giovanni 3, 16-17).
Tale unità di atteggiamento si scontra con tutte le possibili parzialità. "Io sono la via, la verità, la vita" (Gv 14): l'affermazione di Gesù "è una rivelazione di altissima certezza, una parola sovrana, che a tutt'oggi non ha perduto nulla della sua forza illuminante" (R. Schnackenburg). Tale parola di 'altissima certezza' ricapitola in un atteggiamento unitario tutta l'esistenza dell'uomo e porta con sé una profonda possibilità di pace.
"Cristo ha abbattuto con la sua incarnazione il muro divisorio fra cielo e terra… Così è tolto per l'uomo redento ogni motivo di paura: l'angoscia è cacciata e superata una volta per sempre" (H. U. von Balthasar). Ciò non esime dalla lotta, ma offre tutti i mezzi per sostenerla. È l'unico antidoto all'esasperazione dell'angoscia umana e alla disperazione.

b) Unità come spiegazione della realtà
Tale unità di coscienza, venendo a contatto con le cose, gli avvenimenti, gli uomini, organicamente tende a comprenderle, in modo aperto a tutte le possibilità e adeguato ad ogni incontro.
"Questa è la meravigliosa sicurezza del cristiano, una sicurezza che annulla tutta l'evidente tragicità della vita insicura… Il cristiano può già fin d'ora guardare indietro con lo stesso sguardo di Dio, vedendo e abbracciando come trasfigurate tutte le realtà terrene" (Hugo Rahner). Il cristiano è chiamato ad affermare la realtà con un instancabile anelito di valorizzazione, perché il suo criterio di interpretazione unitaria del reale non è un principio intellettuale, ma una persona. Quella del cristiano è la certezza di essere affidati a che è veramente grande, veramente comprensivo: diventa unità di comprensione e di inclusività, diventa atteggiamento e principio di cultura.
È in tale abbraccio che l'uomo viene educato ad una maturità critica vera: "Esaminate ogni cosa, trattenete ciò che vale" (1 Tess 5,21). La Chiesa è in grado di offrire dunque una capacità di critica che, per le radici da cui fiorisce, non è rinvenibile altrove. È ancorata infatti in una radicale assenza di estraneità nei confronti di cose e persone, nell'apertura verso tutto e con il perdono.

c) Unità come impostazione di vita
La vita riceve dunque valore in ogni minimo dettaglio e ogni gesto acquista una dimensione comunitaria.
La comunità diviene così sorgente dell'affermazione della personalità: attribuisce valore alla proporzione tra il gesto del singolo e il disegno totale di Cristo. Ogni gesto ha così valore eterno, in quanto gesto responsabile per il destino del mondo.
La comunità, come mistero di comunione, diventa fattore determinante il singolo e il senso che ha di sé. Paradossalmente mai la vita e la responsabilità personale è così valorizzata come lo è in questa visione dell'uomo e della comunità.
· Il paradigma è nella liturgia: "La liturgia abbraccia tutto quello che esiste… tutto il contenuto e tutti gli avvenimenti della vita... la totalità corale della creazione, compresa e inserita nella relazione di preghiera a Dio... La liturgia è la creazione che crede e prega" (R. Guardini).
Come recita un inno di S. Ambrogio: "Orsù leviamoci animosi e pronti… Gesù Signore, guardaci pietoso quando, tentati, incerti vacilliamo: se tu ci guardi, le macchie si dileguano e il peccato si stempera nel pianto. Tu, vera luce, nei cuori risplendi".
· L'eco della liturgia è il concetto cristiano di lavoro: l'espansione del mistero della salvezza in ogni momento e attività. Il lavoro è il tentativo dell'uomo di investire di sé, del suo progetto, tempo e spazio, è il lento inizio di un dominio dell'uomo sulle cose, di un governo cui egli aspira realizzando l'immagine di Dio, 'il Signore'. Dopo l'illusione di autonomia dell'uomo (peccato originale), la realtà è divenuta ambigua, ostacolo all'espressione umana. Gesù Cristo è l'istante della storia in cui la realtà cessa di essere ambigua e ridiventa gloriosamente tramite a Dio. Gesù Cristo è il punto in cui storia e universo riprendono il loro vero significato. È la conseguenza della sua resurrezione. Per questo nel suo lavoro il cristiano fa continuamente l'esperienza del miracolo: la redenzione che comincia a svelarsi in un certo ambito.

2. Santità

È la seconda grande categoria di efficacia che occorre poter rilevare nella Chiesa.
Santo è l'uomo che realizza più integralmente la propria personalità, ciò che deve essere. È caratterizzato dalla coscienza del vero e dall'uso significativo della propria libertà. Rende la presenza di Cristo attuale in ogni momento, perché questa Presenza determina, in modo trasparente, ogni sua azione.
· Una vicenda emblematica è quella di Ermanno lo storpio, vissuto attorno all'anno 1000, Nato orribilmente deforme, a trent'anni diventerà monaco benedettino, mostrando un'incredibile letizia nell'incontro con ogni persona. Dotato di mente considerevole, scrisse numerosi trattati, oltre al testo della Salve Regina e dell'Alma Redemptoris. Lo si è chiamato 'la meraviglia del suo tempo'. Un'esistenza nel dolore come può divenire così ricca ed amabile? Quell'energia di adesione alla realtà ultima delle cose permette di utilizzare anche ciò che tutto il mondo intorno riterrebbe non utilizzabile: il male, il dolore, la fatica di vivere, l'handicap fisico e morale, la noia e persino la resistenza di Dio. Tutto ciò essere trasformato se vissuto in rapporto con la realtà vera, se 'offerto a Dio'. Diceva don Gnocchi, che alla sofferenza altrui ha dedicato la vita, che la felicità del mondo è data dal dolore umano offerto a Dio. Tale offerta è chiave di volta per il senso dell'universo. "Un cristiano non può essere un uomo rassegnato, dev'essere un uomo che assume la sofferenza nella carità e nella gioia" (Charles Moeller).

La santità si può sorprendere attraverso tre caratteristiche che la qualificano.

a) Il miracolo
Il miracolo è un avvenimento sperimentabile attraverso cui Dio costringe l'uomo a badare a Lui, ad accorgersi della Sua Realtà. È cioè un modo con cui Egli impone sensibilmente la sua Presenza.

1. Da questo punto di vista tutte le cose sono miracolo. È lo sguardo con cui Gesù guardava la natura: in lui la coscienza del nesso tra l'oggetto e il destino, il Padre, era di una trasparenza immediata. In lui ogni cosa sorgeva dal gesto creatore del Padre, ed era perciò miracolo.
2. Vi sono poi momenti particolari in cui Dio straordinariamente richiama il singolo. Può essere una improvvisa buona notizia, o anche un dolore imprevisto, a costituire un miracolo per il singolo, mentre per gli altri è interpretabile come casualità! Per questo occorre avvicinarsi al fatto con spirito religioso, cioè con un animo aperto a Dio: senza una precedente, almeno implicita simpatia per Dio, non si può cogliere un avvenimento come miracolo.
3. Il miracolo in un senso più ristretto e proprio è un fatto oggettivamente inspiegabile per tutti, che richiama non solo il singolo, ma la collettività alla Sua presenza.

b) L'equilibrio
L'equilibrio della santità non è imperturbabilità o appiattimento, ma è una ricchezza che ha la sua origine in una coscienza decisamente orientata a Dio. È una visione della vita di una semplicità grandissima: una sola Realtà investe della sua luce tutte le cose, per cui l'io si sente uno con tutte le cose e in tutte le cose, perfino di fronte alla morte. Tanto che il culmine della cultura medioevale sta nell'affermazione di S.Francesco di Assisi per cui anche la morte può essere chiamata 'sorella', in quanto sottoposta al disegno di Cristo Risorto.
Così la santità nella Chiesa realizza una comprensione e una compiutezza umane sorprendenti, una capacità di abbracciare tutto il reale alla luce di un unico criterio, senza terrori e dimenticanze.
L'origine dell'equilibrio della santità cristiana è dunque la straordinaria ricchezza dell'essere che è donato all'umanità. Nella santità cristiana "l'Assoluto non è da raggiungere…, piuttosto è Lui stesso che ha raggiunge noi, sopraffacendoci là dove la nostra capacità di immaginazione è alla fine" (H. U. von Balthasar). Non si tratta dunque di restringere l'orizzonte dell'esperienza umana, ma di allargarlo. L'equilibrio realizzato dalla santità cristiana proviene da una ricchezza che non è dell'uomo, ma di Dio.
È l'equilibrio dell'homo viator, è una dinamica destinata a rendere più completo e concreto il cammino, più pieno il pellegrinaggio su questa terra, poiché a noi si è affiancato, camminando con noi, Colui la cui pienezza spiega la vita e la dispensa a piene mani. "Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino?" (Lc 24).

c) L'intensità
"Il cristianesimo deve generare dei santi, cioè dei testimoni dell'eterno… Santo è chi riesce a farci intravedere l'eternità, malgrado la grave opacità del tempo" (H. De Lubac).
È ciò che è avvenuto nella storia della Chiesa in ogni tempo e in ogni condizione, in ogni continente e nella più sconcertante varietà delle circostanze.
La forma e la documentazione della santità nella Chiesa sono qualitativamente e quantitativamente presenti nella storia in modo incommensurabile e imparagonabile rispetto a qualsiasi altro luogo di esperienza religiosa.
"I santi sono la dimostrazione della possibilità del cristianesimo. Perciò possono essere guide su una strada verso la carità di Dio che sembra altrimenti impossibile. E Dio, fondando tutti i modi della santità, ha operato infinite possibilità, delle quali almeno alcune sono senz'altro agibili per me" (Adrienne von Speyr).
"Se furono beati coloro che vissero nei primi tempi e videro le tracce recenti del Signore, e udirono l'eco della voce degli Apostoli, siamo beati anche noi che abbiamo avuto in sorte di vedere il Signore rivelato nei suoi santi. I prodigi della grazia nel cuore dell'uomo, la sua potenza creativa, le sue risorse inestinguibili, i suoi molteplici effetti, noi li conosciamo come i primi cristiani non poterono conoscerli. Essi non sentirono mai nominare san Gregorio, san Bernardo, san Francesco e san Luigi… Perciò quando noi fissiamo i nostri pensieri sulla storia dei santi, non facciamo altro che approfittare di quel sollievo e di quel compenso alle nostre particolari tribolazioni, che nostro benigno Signore ha provveduto nella nostra necessità" (J. H. Newman).

Naturalmente si può passare accanto a tutto questo (al miracolo, all'equilibrio umano, all'intensità dell'esperienza della santità nella Chiesa) con un atteggiamento di perfetta estraneità. Ciò però significherebbe non aver voluto passare al vaglio della propria esperienza autentica le caratteristiche della Chiesa, così come essa stessa desidera. Per 'vedere' e per 'credere' gli occhi devono sapersi posare sul loro oggetto con uno sguardo animato da un minimo di capacità simpatetica, che è del resto la condizione naturale di ogni conoscenza. Occorre cioè il desiderio della verità.

Cattolicità

"Katholicòs, in greco classico, era usato dai filosofi per indicare una proposizione universale… La Chiesa non è cattolica perché attualmente è diffusa su tutta la faccia della terra e conta un gran numero di aderenti. Essa era già cattolica il mattino della Pentecoste, quando tutti i suoi membri erano contenuti in una piccola stanza; e lo sarà ancora domani, se apostasie in massa le facessero perdere quasi tutti i fedeli… La Chiesa, in ogni uomo, si rivolge a tutto l'uomo, comprendendolo secondo tutta la sua natura" (H. De Lubac).
La cattolicità è dunque una dimensione essenziale della Chiesa, ed esprime fondamentalmente la sua pertinenza all'umano in tutte le variabili delle sue espressioni. Ciò che essa proclama e l'esperienza cui introduce, possono essere veicolati e assimilati da qualsiasi cultura e mentalità. La Chiesa reclama per sé la prerogativa dell'umano genuino per cui qualsiasi cultura e mentalità può sperimentare la verità che la Chiesa proclama e l'esperienza che essa propone come il più adatto completamento di sé, come l'adempimento più adeguato. Il cattolicesimo infatti dichiara di corrispondere semplicemente a ciò cui è destinato l'uomo.
Chi legge la storia della Chiesa con animo aperto non può esimersi dal notare come l'esperienza cristiana abbia incessantemente assimilato e valorizzato tutto quanto mostrava una ricchezza autenticamente umana.
· La terminologia e le categorie mentali ebraiche furono subito messe a confronto con la cultura ellenistica. Lo scopo degli scrittori cristiani era soprattutto di mostrare l'accordo del messaggio cristiano con la ragione umana.
· Il monachesimo ha mostrato la capacità di assumere dati provenienti da diverse culture.
· Riguardo ai missionari dell'epoca moderna possiamo citare come esempio due gesuiti, Matteo Ricci e Roberto de Nobili. Il primo, designato alla fine del '500 per una missione in Cina, si era preparato con passione alla sua opera apostolica, cercando di conoscere i filosofi, la letteratura e le religioni della terra in cui stava per sbarcare. Morì in Cina nel 1610, onorato alla corte imperiale come astronomo e matematico e non cessò mai di predicare il cristianesimo, tentando sempre di mostrarne la concreta vivibilità, anche da parte di chi fosse stato cresciuto all'ombra di valori ben diversi da quelli occidentali, valori che la tradizione cristiana avrebbe aiutato a comprendere e non a sacrificare.
· Roberto de Nobili aveva introdotto lo stesso spirito di adattamento nella sua missione in India. Egli si era immedesimato seriamente nel modo di vivere e di pensare dell'India, e per tutta la vita cercò di introdurre il Vangelo nell'universo mentale indiano: conosceva il sanscrito, ma sapeva anche predicare nell'idioma popolare e valorizzò in coloro che convertiva tutte le abitudini indù che non fossero apertamente in contraddizione con il messaggio cristiano.
· Quando la Chiesa si assunse il compito di dirigere l'attività missionaria con una apposita istituzione - la Congregazione de Propaganda Fide nel 1622 - essa nelle istruzioni che invia ai missionari mostra di aver colto l'importanza di quelle esperienze: impone infatti la conoscenza delle lingue e delle culture del luogo e ricorda accoratamente che i missionari sono sul posto per proporre la fede e non per imporre una cultura particolare.
"Un tipo specifico di spiritualità cristiana deve emanare dal genio particolare del popolo di ogni paese. L'universalità qualitativa della Chiesa (che in nessuna terra è straniera ma è contemporanea a tutte le epoche e connaturale a tutte le civiltà) non è che l'armonia finale e la sintesi di tutte le civiltà, assunta dal Cristo, l'Uomo assoluta, nella sua pienezza" (H. De Lubac).

La cattolicità, come qualità intrinseca della Chiesa, deve essere dimensione personale di ogni cristiano. È quello che De Lubac annota parlando del padre Jules Monchanin, missionario in India: "Sapeva ascoltare: ascoltava con intensità, per cogliere la sorgente nascosta da cui sgorgavano le parole. E la sua risposta disvelava al suo interlocutore delle prospettive che lo attiravano ad una soddisfazione più intera. Mettendosi interamente al suo ascolto, gli dava anche la sensazione di essere pienamente compreso, lo spiegava in qualche modo a se stesso… Il suo metodo era quello medesimo di Gesù: proporre a tutti un mistero che supera tutti, ma in una forma così connaturale che ognuno vi possa attingere la sua vita e vi riconosca ciò che c'è in lui di più familiare e di segreto".

4. Apostolicità

È la caratteristica della Chiesa che indica la sua capacità di affrontare in modo organicamente unitario il tempo. È la dimensione storica. La Chiesa afferma la sua autorità unica di essere depositaria di una tradizione di valori che deriva dagli apostoli. Come Cristo ha voluto legare la sua opera e la sua presenza nel mondo agli apostoli, indicando uno di essi come punto di riferimento autorevole, così la Chiesa è legata ai successori di Pietro e degli apostoli (papi e vescovi).
Gli apostoli per la conservazione del loro messaggio non si sono affidati soltanto a delle scritture, ma anche a delle persone viventi. Così la tradizione, trasmessa dagli apostoli, è conservata come un deposito mediante la catena di una successione.
"Non si deve cercare presso altri la Verità, che è facile prendere dalla Chiesa, poiché gli apostoli accumularono in lei, come in un ricco tesoro, nella maniera più piena tutto ciò che riguarda la Verità, affinché chiunque vuole prenda da lei la bevanda della Vita" (S. Ireneo di Lione, II secolo).
· Il valore di tale successione apostolica sta nel carattere di miracolo che conferisce al fenomeno stesso della Chiesa. La resistenza costruttiva nel tempo proprio in quelle espressioni ideali e in quelle strutture è, nella dimensione storica della Chiesa, il miracolo più grande. La Chiesa afferma la sua capacità di affrontare il tempo non solo come forza di conservare un passato, ma, forte delle promesse di Gesù, come sfida all'avvenire. La superiorità della Chiesa sul tempo infatti è una sfida inimmaginabile, è dono che la Chiesa accoglie come tale, frutto della presenza di Gesù nel mondo fino alla fine dei tempi, realizzato dal suo Spirito.

Ricordiamo infine che la categoria dell'unità è l'orizzonte in cui si collocano tutte le altre: santità, cattolicità, apostolicità… L'umanità intera ha una origine, un destino, nella compagnia di quell'Uno che ha voluto rendersi dono umano perché non smarrissimo la strada.