I fattori costitutivi del fenomeno cristiano nella storia

Fonte:
Centro Culturale Rebora

La continuità di Gesù Cristo: radice della coscienza che la Chiesa ha di sé

Per comprendere cosa sia la Chiesa dobbiamo partire dalla sua funzione principale e costitutiva, che è quella di essere la continuità fisica di Cristo dentro la storia. È questa la coscienza di sé con cui la Chiesa si presenta nel mondo.
La Chiesa infatti si pone nella storia anzitutto come rapporto con Cristo vivo.
Dopo la morte in croce di Cristo come si spiega quello che è successo al gruppo dei discepoli? Timorosi, braccati dalla polizia giudaica, distrutti nella loro speranza umana dall'annientamento di colui nel quale avevano posto tanta fiducia, privi di qualsiasi peso sul piano sociale, politico e religioso, come hanno potuto non solo continuare a stare insieme, ma moltiplicarsi con una azione missionaria travolgente?
Essi dichiarano che stanno insieme perché Cristo è risorto e si rende presente tra loro. E bisogna ammettere che è l'unica spiegazione che tenga. Ciò che ci hanno trasmesso è esattamente la testimonianza di un Uomo presente, vivo: stanno insieme perché il Cristo risorto si rende presente in mezzo a loro. Ci avvertono che Dio non è venuto nel mondo per essere ricordato vagamente: Cristo rimane nella storia, nella vita dell'uomo personalmente, realmente, con il volto storico, vivo, della comunità cristiana, della Chiesa.
È certamente la convinzione di questa presenza che troviamo leggendo gli inizi degli Atti degli Apostoli:
Cristo rimane nella storia, nella vita dell'uomo personalmente, realmente, con il volto storico, vivo, della comunità cristiana, della Chiesa.
"Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio" (Atti 1,3).
O nei racconti delle apparizioni del Risorto:
- Lc 24: non fa che rassicurarli invitandoli a controllare che non è un fantasma fino a chiedere qualcosa da mangiare;
- Gv 21: sulla riva del lago prepara da mangiare.
È una presenza familiare che continua, "Dio con noi": una continuità fisiologica tra il Cristo e questo primo nucleo di Chiesa, continuità della vita dell'uomo Cristo presente e attivo tra loro.
Per loro Gesù non è qualcuno da ricordare, ma qualcuno da testimoniare ancora presente e operante: "... testimoni prescelti da Dio, noi, che abbiamo mangiato e bevuto con Lui dopo la sua resurrezione. E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di attestare che egli è il giudice..." (Atti 10,40ss).
Il problema della chiesa va visto nella sua continuità di Cristo: è il Signore presente che ancor oggi definisce la realtà della Chiesa.
Dopo di essere venuto, come avrebbe potuto sottrarsi all'uomo che lo aveva cercato e lo cerca per affidare la sua azione ad un semplice apparato, a qualunque cosa che non fosse lui, lui che era preoccupato di scartare quanto poteva nuocere al carattere personale delle sue relazioni coi discepoli?
La Chiesa sente se stessa come la comunità di Gesù per una adesione dei discepoli a Lui vivo e presente tra loro come aveva promesso: "Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo" (Mt 28,20).

In conclusione: il contenuto dell'autocoscienza della Chiesa delle origini sta nel fatto che essa è la continuità di Cristo nella storia.
Perciò ogni dettaglio analitico dovrà portarci alla verifica di questa radice.

NB: le prime comunità esprimevano questa autocoscienza nelle prime confessioni di fede:
- "Gesù è il Signore" (Rom 10,9; 1Cor 12,3)
- "Gesù è il Cristo" (1 Gv 1,22; 5,1; 2 Gv 7)
- "Gesù è il figlio di Dio" (1 Gv 4,15; 5,5)
- "Dio lo ha risuscitato da morte" (Rom 10,9; Atti 2,24.32; 3,15; 1 Pt 1,21)
- "Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture, e fu sepolto, e risuscitò il terzo giorno, secondo le Scritture, e apparve a Cefa e poi ai Dodici" (1 Cor 15,3-5).
Il contenuto della fede è dunque una persona, la sua opera, la sua sorte.

I tre fattori costitutivi

Vediamo in sintesi quali sono i tre fattori costitutivi del fatto cristiano, come continuità di Cristo nel tempo e nello spazio, così come fenomenomicamente appare nella storia.
Domandiamoci: un contemporaneo della prima comunità cristiana cosa avrebbe potuto osservare in quella comunità, quali elementi avrebbe potuto individuare?

Una realtà comunitaria sociologicamente identificabile

Il fatto cristiano si pone nella storia come comunità. Questo è il primo rilievo che colpisce accostando la vicenda cristiana.
Leggendo gli Atti degli Apostoli ci si imbatte subito nel connotato comunitario:

Atti 2,42-48: "Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere... Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme..."
- Atti 4,32: "La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuor solo e un'anima sola"
- Atti 5,12: "Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone..."

La Chiesa è cominciata così, letteralmente a "farsi vedere" sotto quel portico di Salomone, a proporre agli altri di sé un primo emergere visivo, una prima percezione comunitaria: un gruppo individuabile, fenomeno sociologicamente identificabile, un insieme di persone che si sono legate tra loro.
Questa dimensione comunitaria è fondamentale nella tradizione ebraica.
Un concetto base dell'Antico Testamento è Israele come popolo di Jahvè.
Gesù stesso è vissuto da uomo in questa tradizione, ed è Lui a proporre ai suoi discepoli di attingere alle profondità del metodo che essa fa emergere, il metodo con cui Dio si è messo in contatto con l'uomo.
Dunque quel "noi" visibile è stata la prima caratteristica della fisionomia della Chiesa.
NB: oggi siamo facilitati ad avere di tale dato una certa diffidenza: quel "noi", quell'essere un gruppo, una realtà individuabile sociologicamente, si può trasformare in chiusura, in ghetto. Ma vivere una identità comunitaria cristiana da ghetto è causato solo dall'ignoranza o dal tradimento totale della sua origine e del suo contenuto reale.

È una rivoluzione culturale di cui noi viviamo le conseguenze senza averne coscienza adeguata. Quel gruppo affermava di non essersi formato da un'origine etnica o sociologica; questo nuovo popolo è formato da coloro che Dio mette insieme nella accettazione della venuta del Figlio suo: possono essere di razze diverse, magari tradizionalmente tra loro nemiche, di idee e di storie differentissime, con una estraneità totale. Si supera così radicalmente qualunque tipo di qualificazione nativa o "carnale" che può distanziare gli esseri umani.
Tre passi del Nuovo Testamento esprimono questa rivoluzione radicale:
- Galati 3,26-29: "Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c'è più Giudeo ne Greco; non c'è più schiavo ne libero; non c'è più uomo ne donna; poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa";
- Colossesi 3,11: "Qui non c'è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti";
- 1 Corinti 12,13: "E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi".
È vinta alla radice ogni estraneità tra gli uomini.

La comunità investita da una "Forza dall'Alto"

Abbiamo visto come i primi cristiani abbiano espresso nei documenti che della loro vita ci rimangono la ferma persuasione che la realtà del Cristo vivente afferrava la loro vita.
Questi elementi della consapevolezza cristiana primitiva si spiegano meglio però in relazione ad un altro dato più sintetico e determinante: l'idea dominante era che la loro vita era stata mossa e trasformata da una azione superna che veniva indicata come "dono dello Spirito".

(Atti 2, 1-4: il giorno di Pentecoste. È questa, narrata negli Atti degli Apostoli, la registrazione di un fatto fondamentale nella Chiesa primitiva.
Gesù del resto aveva promesso ai suoi una energia, una forza nuova: "Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perchè rimanga con voi per sempre" (Gv 14,16); "egli vi guiderà alla verità tutta intera" (Gv 16,13); "voi restate in città, finchè non siate rivestiti di potenza dall'alto" (Lc 24, 49).
Vediamo che cosa implica la consapevolezza della cristianità primitiva d'essere costituita dal "dono dello Spirito" o dalla "forza dall'alto".

(a) Il cambiamento della personalità
Anzitutto avevano la consapevolezza che quel 'dono dall'Alto' aveva il potere di cambiare la personalità, di rinnovarla, dando all'uomo un nuovo sentimento e una nuova concezione di sé. Il contenuto dell'autocoscienza nuova di quella gente, che si sentiva determinata da un'energia proveniente dall'alto, coincideva con la forma di una nuova personalità. In loro è scattata una personalità diversa intimamente, nel profondo. Si sentivano personalità differenti nel mondo, nella società, differenti come concezione di sè e come forza comunicativa.

(b) Tutta la realtà in modo nuovo
In secondo luogo avevano coscienza che questo cambiamento dava la possibilità ci incominciare a sperimentare la realtà in modo nuovo.
"Caparra dello Spirito", cioè inizio, pegno o primizia, indica ciò che il cristiano è chiamato a sperimentare e a dimostrare: l'alba di un nuovo mondo.
Gesù assicura che chi lo segue riceve "molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà" (Lc 18,30).
I cristiani con il dono dello Spirito hanno la possibilità di incominciare a sperimentare la realtà in modo nuovo, ricco di verità, carico di amore.
Ed è proprio la realtà quotidiana a trasformarsi, è il tempo presente quello in cui si riceve "di più", sono i normali connotati dell'esistenza umana ad essere mutati: l'amore tra un uomo e una donna, l'amicizia tra gli uomini, la tensione della ricerca, il tempo dello studio, del lavoro.
Senza passare attraverso questa esperienza risulta molto difficile, per non dire impossibile, acquistare una convinzione capace di costruttività.

(c) La capacità di missione
In terzo luogo avvertivano, grazie a questo dono dall'Alto, la capacità di pronunciarsi di fronte al mondo, una forza di testimonianza e di missione.
Il dono dello Spirito comunica un impeto a queste nuove personalità, che rende la loro vita capacità comunicativa feconda, comunicativa della novità che nel mondo Gesù ha portato. Così sia l'individuo sia la comunità si sentono in grado di pronunciarsi di fronte al mondo. Si tratta della capacità della profezia.
Profeta è colui che annuncia il senso del mondo e il valore della vita. Avviene, comincia ad avvenire nel giono di Pentecoste: "lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento che cosa bisogna dire" (Luca 12,11-12).
È una forza che non è solo verbale, non si trattiene in semplici discorsi, ma investe e muta i cardini dell'esistenza: "Il nostro Vangelo, infatti, non si è diffuso tra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con potenza e con Spirito Santo" (1 Tess 1,4-5); "non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono" (1 Tess 5,19-21).

(d) Il miracolo
In quarto luogo, infine, il dono dall'Alto si manifesta attraverso il miracolo, che è il documentarsi della presenza dell'energia di Cristo nella storia.
La storia di Cristo tra di noi ha dovuto come imporsi con una eccezionalità di esito, con una straordinaria capacità che nel Vangelo si chiama miracolo o segno. Segno della novità che era entrata nel mondo.
Nella storia della Chiesa rimane come una connotazione mai tolta, particolarmente emergente nella gloria della vita dei santi.
Così nella comunità cristiana primitiva la potenza divina era spesso segnalata da una esperienza sensibile. Si era agli inizi, perciò il dono dello Spirito si esprimeva in fenomeni eccezionali e frequenti (cfr Atti 19,1-7).
Il prodigio oggi è quello della nostra adesione di uomini alla realtà di quell'Uomo di 2000 anni fa riconosciuto realmente presente dentro il volto della Chiesa. È il prodigio per cui lo Spirito di Cristo vince la storia, è quell'evento affascinante per cui la potenza dello Spirito attraversa la vicenda umana e Cristo si rende presente nella fragilità, nella trepidazioone, nella timidità e nella confusione delle nostre persone unite.
Si rende così sperimentabile all'uomo l'alba di quel mondo nuovo che l'energia con cui Cristo investe la storia sta costruendo. L'inizio di tale esperienza è il miracolo per cui l'uomo chiede il dono dello Spirito, lo invoca, lo mendica (cfr Luca 11,13 e Romani 8, 26-27).

Un nuovo tipo di vita

C'è una parola con cui veniva definito il tipo di vita alla quale quella comunità animata dallo Spirito si destava. Non è infatti il fenomeno comunitario come tale a distinguere il fatto cristiano, bensì il fenomeno comunitario assunto e vissuto in un determinato modo. La parola che indica quel determinato modo è in greco la parola "koinonia" , in latino la parola "communio".
Essa definisce la struttura di rapporti che qualifica il gruppo, un modo di essere e un modo di agire, un modo di vivere proprio della collettività cristiana, una maniera di rapportarsi con Dio e con gli uomini.

Il termine infatti, così come la parola ecclesìa, è preso dal vocabolario comune, dal lessico della lingua popolare greca. Non è quindi una parola che alluda ad esperienze particolari, spirituali o psicologiche, bensì a qualcosa di usuale nella vita degli uomini. Quando Luca parla di alcuni pescatori della Galilea che erano comproprietari di una flotta di pescherecci dice: "Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone" (Lc 5,10), qualcosa che noi chiameremmo i soci di una cooperativa. Indica cioè i rapporti realmente reciproci tra gente che, per un determinato motivo, ha qualche cosa in comune, partecipa ad un comune interesse.
Questo termine ha due informazioni da rivelarci: essere soci implicava un possesso in comune; da questo possesso in comune conseguiva una solidarietà tra di loro.
Nel caso del Vangelo di Luca i soci avevano in comune le barche da pesca, da cui conseguiva la solidarietà nell'agire in modo che le barche fruttassero.

Ora, quel gruppo di cristiani che solevano vedersi sotto il portico di Salomone, perché hanno usato la stessa parola per indicare la loro comunità? Possedevano in comune un'unica ragione di vita, la ragione della vita - cioè Gesù Cristo. Ecco la coscienza della comunione dei cristiani primitivi, ben espressa da Giovanni nella sua prima lettera: "...quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi" (1 Gv 1).
Koinonìa indica dunque prima di tutto una realtà esistente, Cristo, posseduta in comune dagli uomini che la riconoscono.
Essa ha perciò prima di ogni altro aspetto un valore 'ontologico': l'uomo diventa un essere nuovo, un essere posseduto dal Mistero rivelato e per questo in unità di essere anche con tutti gli uomini chiamati dalla scelta divina.
Se si ha in comune il senso della vita, si ha in comune tutto della vita. Tutti si riconoscevano legati a quella Presenza che costituiva il senso e il destino della vita di ognuno; e per questo si concepivano essenzialmente legati l'uno all'altro.
Ora cerchiamo di delineare le connotazioni principali che questa parola "koinonìa" o "comunione" portava con sé

(a) Un ideale etico
Proprio perché hanno in comune il fondamento e il senso della vita, Gesù Cristo, i primi cristiani sentono come legge della loro convivenza la tendenza a mettere in comune, e più profondamente a concepire in comune le risorse materiali e spirituali. Né gli apostoli né la tradizione cristiana imposero la comunione dei beni; essa resta tuttavia l'espressione naturale della realtà della fede.

(b) Un aspetto 'istituzionale'
La parola communio o koinonia assume anche una connotazione istituzionale.
Si andava formando cioè un fenomeno istituzionale nuovo in seno alla società, provvisto di elementi qualificanti suoi propri e non semplicemente espresso da un sentimento fraterno.
Nella lettera ai Galati Paolo racconta: "Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione" (Gal 2,2.9). È questo un gesto significativo di un fatto istituzionale, un atto di riconoscimento, formalizzato in una stretta di mano, della partecipazione comune ad una medesima missione, ad una stessa realtà.
La Chiesa non è mai esistita senza ruoli oggettivi di conferma o di verifica ultima.

(c) Un'espressione rituale
Il terzo fattore analitico che caratterizzava la realtà ecclesiale come comunione era il gesto eucaristico. Esso era totalmente implicato dal termine koinonia, perché sentito come supremamente espressivo dell'unità della Chiesa come tale.
Veniva chiamato sacramento in latino, mistero in greco.
Il mistero in senso cristiano è il mistero in quanto si fa conoscere sensibilmente, sperimentalmente. Cristo è il mistero stesso proprio in quanto è Dio che si rende esperienza dell'uomo.

L'eccellenza della celebrazione eucaristica è sentita dalla coscienza cristiana immediatamente fin dalle origini.
"Quando un cristiano si metteva in viaggio, riceveva dal proprio vescovo lettere di pace o lettere di comunione, poiché attestavano che il viaggiatore apparteneva alla communio e poteva quindi ricevere l'Eucarestia" (L.Hertling).

(d) Un fattore gerarchico
La comunità dei cristiani non si è dunque mai posta né come un fatto spontaneistico, cioè affidato alla soggettività di ciascuno, né come aggregazione amorfa: in essa esistono funzioni particolari.
Tutti sono chiamati a riverberare la funzione stessa di Gesù Cristo per l'umanità, ma alcuni riflettono la funzione di Gesù in modo eccezionale: come insegnamento e come potere di comunicare la realtà divina.
Il Signore ha valorizzato al massimo le nostre componenti naturali. Così ha voluto che esistesse una diversa funzionalità nell'esperienza comunitaria che in lui si sarebbe radicata, e in cui lui sarebbe stato sempre presente.
La Chiesa dunque alla base di un preciso insegnamento di Gesù è fondata sugli Apostoli, nel particolare primato di Pietro.
Quasi subito però, come ci trasmettono i primi documenti, gli Apostoli ebbero bisogno di collaboratori: episcopi. In greco episcopein indica il guardare premuroso del pastore sul gregge a lui affidato e lo stare attento ai pericoli esterni.
Abbiamo già visto come i vescovi avessero una rete di rapporti tra loro attraverso le "lettere di pace-comunione". Abbiamo anche visto come uno tra tutti i vescovi occupasse una particolare posizione, quello di Roma, cui si espongono le controversie, con cui si vuole assicurare un'unione ultima che sappia trascendere le questioni dibattute. Il vescovo di Roma era il perno di tutta una trama di rapporti tra vescovi, e quindi tra comunità.

(e) Un fervore di comunicazione, un ideale missionario
La parola koinonia indicava una realtà di vita, un istituto, una societas non chiusa in se stessa, ma potentemente animata da un fervore comunicativo. Anzi, i primi cristiani si sentivano come tali chiamati a comunicare l'annuncio di Cristo a chi ancora non l'aveva conosciuto.
"Andate: ammaestrate tutte le nazioni". La comunità primitiva ha sentito talmente essenziale alla sua esistenza l'urgenza di comunicare, è vissuta da subito così protesa a far conoscere a chi incontrava la notizia eccezionale di un Dio coinvolto con gli uomini, che in pochi anni abbiamo documentazioni di comunità cristiane sparse un po' dappertutto nell'impero.
Furono infatti i cristiani tutti insieme che operarono nel mondo e proclamarono il Vangelo di Gesù. Il messaggio di salvezza viaggiò con i commercianti, con i soldati e con i predicatori, lungo tutte le strade dell'impero romano.
Del resto lo scopo ultimo di Gesù Cristo è raggiungere tutti; il nucleo di coloro che lo hanno riconosciuto per primi è in funzione di questo. L'unico motivo adeguato ed esauriente della nostra fede è che abbiamo a diventare strumento per comunicare ad altri quello che è stato dato a noi.
La dimensione morale dell'uomo cristiano si misura sinteticamente dalla testimonianza: cfr 2Cor 5,14-21.
L'amore di per sé comunica, mentre l'aridità, la mancanza di amore taglia i ponti con gli altri.
Tante obiezioni nella nostra epoca si sono diffuse contro l'atteggiamento missionario, quasi che costituisse violenza nei confronti degli altri.
Ma l'aspetto originario del problema è ben diverso: si tratta di un fervore comunicativo che appartiene all'esperienza dell'amore. Le forzature e le violenze sono un venir meno alla autenticità di questa esperienza e sono, purtroppo, sempre possibili. Ma questa possibilità non può far sostenere che la proposta serena, rispettosa e pur appassionata di chi avesse compiuto un grande incontro o fatto una grande scoperta, sarebbe inevitabilmente un assalto alla coscienza dell'interlocutore.
La comunicazione di una certezza è in qualsiasi caso un aiuto per chi cerca, quella comunicazione può servire come ipotesi di lavoro. Del resto Gesù è proprio il Dio che è venuto per aiutare, per rendere più facile quello che da soli cercheremmo confusamente senza mai trovare o che, piuttosto, non cercheremmo più.

(f) La moralità come dinamismo di un cammino
Dice San Paolo nella lettera ai Filippesi: "Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta..." (Fil 3,12-14).
Le comunità dei cristiani primitivi si definivano comunità di "santi". Questo non manca mai in fondo di sconcertarci, in particolare se paragonato all'immagine della corsa verso una perfezione non ancora raggiunta. L'avvertire tale contrasto è inevitabile per la nostra mentalità in cui santo equivale a perfetto. Non così era sentito tale termine nelle prime comunità: il suo senso era biblico. Santo cioè indicava qualcuno che apparteneva all'Alleanza di Dio con l'uomo e per questo si protendeva ad un cammino secondo il volere di Dio: deve camminare verso l'immedesimazione col Dio fatto uomo, deve correre verso l'imitazione dell'umanità vera che si è realizzata in Gesù, con tutte le sue energie.
Allora la moralità cristiana prende finalmente il suo volto adeguato: un dinamismo di tensione sorgente dall'appartenenza a Cristo, l'articolarsi di un cammino dentro il mistero personale di Cristo con l'aiuto del Suo Spirito.
Non è quindi contraddittoria all'immagine della comunità di santi quella di una comunità cristiana primitiva che si riconosceva fatta di peccatori. Il Nuovo Testamento infatti non ci offre un quadro degli inizi della Chiesa come se tutti si sentissero "a posto". Anzi essa era il luogo in cui la misericordia di Dio accoglieva e correggeva la povera gente debole e facile ad invischiarsi negli errori.
E così scorrendo i documenti primitivi, le lettere di Paolo, gli Atti degli Apostoli e gli stessi Vangeli, li si trova percorsi dal richiamo ai peccatori, dall'allarme per le manchevolezze che si diffondono tra di loro, e dall'offerta di un perdono e di un'accoglienza che non appartengono agli uomini, ma vengono da quel Dio che non ha voluto lasciare gli uomini soli, ed abita tra di loro.
Dentro quella realtà di comunità cristiana così banalmente umana, così misera come i sintomi che abbiamo citato ci indicano, c'è la certezza di un'umanità nuova, quella di Cristo, capace di trasformare qualunque povera umanità. È l'attaccamento a questa Presenza più che al sentimento del proprio limite che cambia la posizione dell'uomo e lo dispone in un cammino di cambiamento reso possibile dalla grazia, cioè dall'energia di un Altro. La certezza è che Gesù Cristo può vittoriosamente attraversare le nostre impotenze con la sua forza e mutarle in una energia operosa per il bene.