All'origine della pretesa cristiana

Fonte:
Centro Culturale Rebora

I capitoli 5, 6, 7 e 8 del testo Scuola di religione ripropongono quasi interamente il testo All'origine della pretesa cristiana scritto da Luigi Giussani e pubblicato dall'editrice Jaca Book di Milano nel 1988.


Capitolo 5: all'origine della pretesa cristiana


Di fronte all'enigma ultimo l'uomo ha cercato di immaginare, definire tale mistero in rapporto a sé, di concepire quindi un modo di relazione con esso. In tutti i tempi dunque l'uomo ha cercato di immaginare la relazione che intercorreva tra il punto effimero della sua esistenza e il significato totale di essa. È la creatività religiosa dell'uomo. La religione è l'insieme espressivo (concettuale-dottrinale, pratico-morale e rituale-liturgico) di questo sforzo immaginativo ragionevole. Essa dipende quindi dalla tradizione, dall'ambiente, dal momento storico, come anche da ogni singolo temperamento personale.
Nelle diverse religioni si riscontra una diversità di atteggiamenti nei confronti della divinità: essi vanno da un rapporto di scambio (do ut des) ad un rapporto di fiducia e gratitudine (do quia dedisti).
Come valutare quale sia la religione "migliore"? Non è pensabile di riuscire a conoscerle tutte e nemmeno di decidere quali siano le più importanti e nemmeno infine di farne una miscellanea. La soluzione più giusta è prendere sul serio la religione della propria tradizione; e successivamente uno potrà cambiare se incontrerà soluzioni migliori.


Ogni religione è di fatto permeata dall'esigenza della rivelazione dell'uomo. Anzitutto attraverso luoghi sacri, simboli, miti si viene incontro a questa esigenza. In secondo luogo attraverso la mediazione di altri uomini (vedi sciamanesimo, wuismo, culti dell'imperatore, etc). In terzo luogo attraverso il fenomeno delle esperienze dionisiache (tentativi anche incontrollabili di unione col divino). Infine attraverso la certezza di tanti fondatori di essere portatori di una essenziale rivelazione del Dio.
Anomala appare in questo contesto la certezza rivelativi della fede di Israele. "La fede di Israele è stata sempre un rapporto con un avvenimento, con un'auto-attestazione divina nella storia" (Von Rad); ed è trascinatrice della vicenda di tutto un popolo.
Ma con il cristianesimo si è di fronte ad una inimmaginabile pretesa: la pretesa di una religione che dice "io sono la religione, l'unica strada". Può sorgere una istintiva ripugnanza di fronte a questa 'presunzione'; ma sarebbe ingiusto non domandarsi il perché di tale affermazione, il motivo di questa grande pretesa.


Nel cristianesimo dunque l'enigma si presenta come fatto nella trattoria umana. È un'ipotesi eccezionale. L'unica cosa ragionevole da fare è domandarsi: è accaduto o no? Se fosse accaduto, questa strada sarebbe effettivamente l'unica e la più capace di valorizzare il positivo rinvenibile in tutte le altre.
Accade così un capovolgimento del metodo religioso: non più il tentativo dell'uomo di stabilire un rapporto col Mistero, ma l'imbattersi in un fatto presente, l'esperienza di un incontro, la semplicità di un riconoscimento, l'obbedienza ad un fatto.
Questa ipotesi non è più solo un'ipotesi. L'annuncio cristiano dice: "Sì, questo è accaduto". Dobbiamo chiederci: "È vero che sia accaduto o no? È vero che Dio sia intervenuto?". Quindi la domanda diventa quest'altra: "Chi è Gesù?".
È un problema che deve essere risolto: "tu devi prendere posizione di fronte a Cristo" (Kierkegaard). Che un uomo abbia detto "Io sono Dio" e che questo venga riferito come un fatto presente è qualcosa che richiede prepotentemente una presa di posizione personale. Bisogna prendere atto di trovarsi di fronte ad una proposta dei cui termini nessuna umana immaginazione potrà fantasticare qualcosa di più grande. Ciò che spesso disturba in Cristo è proprio la percezione inevitabile dell'enormità dei termini del problema.
È un problema di fatto. L'annuncio cristiano è: un uomo che, mangiando, camminando, consumando normalmente la sua esistenza di uomo avrebbe detto: "Io sono il vostro destino", "Io sono Colui di cui tutto il Cosmo è fatto". È obiettivamente l'unico caso della storia.


Il testo propone una scheda sul popolo ebraico: una sintesi delle tappe storiche fondamentali da Abramo sino alla diaspora del 70 dopo Cristo.
Un'altra scheda contiene una presentazione sintetica delle religioni oggi più diffuse nel mondo: induismo, islamismo, buddismo, shintoismo, confucianesimo, taoismo.


Capitolo 6: come si è posto nella storia il problema cristiano


Noi disponiamo di un documento storico che è arrivato fino a noi a mostrarci come per la prima volta sia sorto il problema: i Vangeli.
Si tratta del racconto di fatti accaduti, consegnatici dal ricordo di testimoni mossi dall'urgenza e dall'imperativo di farne conoscere la portata ai singoli e all'umanità.
Per comprendere dobbiamo metterci di fronte al dato così come emerge: memoria ed annuncio. Occorre affrontarlo globalmente e domandarsi: "È possibile? È convincente?". Ogni altro metodo eviterebbe il dato così come oggi ci raggiunge. La verifica viene offerta dall'incontro con un fatto, dalla presa di contato con un avvenimento. Ma nessun contatto potrà avvenire se non si è disposti a farsi provocare dalla totalità di quel fatto: "Il primo presupposto del comprendere è l'accettazione del dato, così come si dà. Se fin dall'inizio vengono operati dei tagli nel Vangelo, il fenomeno non resta integro ed è già divenuto incomprensibile… Quando si eliminano le parti essenziali, quello che resta è una costruzione così meschina che non si può spiegare come un nucleo così gracile sia potuto divenire una forma così piena, forte e compatta qual è il Cristo dei Vangeli" (Von Balthasar).
Farsi provocare dalla totalità del fatto non consiste nell'inventario completo dei suoi fattori: "L'oggetto della mia fede non consiste in una lista di verità, intelligibili o non… È l'abbraccio di una persona vivente, la realtà di un essere personale e vivente" (De Lubac).


Come potremo dunque afferrare il fatto di Cristo per valutarne poi la pretesa? Cominciando a precorrerne la memoria e l'annuncio che di Lui fanno coloro che ne sono già stati afferrati. Cominceremo allora con l'affrontare la compagnia dei primi che lo hanno incontrato.
Occorre una attenzione di metodo. L'oggetto in questione è la testimonianza riguardo ad una persona vivente che ha preteso di essere il destino del mondo. Dunque occorrerà:
- Una sintonia con questo oggetto nel tempo: nel Vangelo chi ha potuto capire? Non la folla che andava per farsi guarire, ma chi gli andò dietro e condivise la sua vita.
- L'intelligenza degli indizi, strada della certezza: quanto più uno è potentemente uomo, tanto più è capace da pochi indizi di raggiungere certezze sull'altro, tanto più è capace di fidarsi; Gesù fa continuamente appello alla nostra intelligenza.


Quale è allora il punto da cui partire? Nel Vangelo di Giovanni c'è una pagina in cui è trascritto ciò che potremmo chiamare il primo istante, il primo sussulto del problema di Cristo come si è posto nella storia. Riporta la memoria di un uomo che ha trattenuto tutta la vita negli occhi e nel cuore l'istante in cui la sua esistenza è stata investita da una presenza e capovolta. Racconta l'incontro dei primi discepoli con Gesù: Giovanni, Andrea, Simon Pietro, Filippo, Natanaele…
La pagina su cui è riportato questo fatto somiglia molto alla pagina di un notes per appunti (e la memoria funziona proprio così: non un tessuto ininterrotto di fatti, ma dei fatti emergenti, dei punti rilevanti, come dei flash); si colgono i segni di veridicità, la natura di memoria di questa pagina.
Questa pagina ci testimonia qualcosa che è valido ora e domani: la modalità profonda e semplicissima con cui l'uomo ha capito, capisce e capirà chi è Cristo. Persone che senza esserselo mai immaginato seguono per curiosità quell'uomo incontrato, attratti da una personalità che emerge sempre più come eccezionale. Occorre ora seguire lo sviluppo di questo incontro e di questa prima percezione.


L'autorivelazione di Gesù


Dopo il primo incontro il Vangelo di Giovanni riporta il miracolo delle nozze di Cana: inizia così una progressiva autorivelazione di Gesù. Parallelamente a questa nei discepoli si sviluppa una progressiva convinzione e certezza. Seguiamo la traiettoria di questa convinzione.
La scoperta di un uomo senza paragone.
- I miracoli.
Proviamo a pensare ad un gruppetto di persone che per settimane, mesi, anni, hanno visto tutti i giorni cose come queste:" è più facile dire ad un uomo: ti sono rimessi i peccati o dire a lui: alzati e cammina? Perché sappiate che io il potere di rimettere i peccati dico a te: alzati, prendi il tuo lettuccio, e cammina!" (Mc. 2). Assistono quotidianamente e sempre di più alla eccezionalità, alla esorbitanza di quella personalità: egli ottiene con una manipolazione della realtà del tutto "naturale", come di chi è padrone della realtà stessa.
- Intelligenza e dialettica
"Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio…" (Mt. 22); "Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra" (Gv. 8): emerge una intelligenza, una dialettica imbattibile, tanto che era quasi uno spettacolo assistere alle sue diatribe con i farisei.
- Lo sguardo rivelatore
Il miracolo più grande non era il suo dominio sulla natura o la sua intelligenza: era uno sguardo rivelatore dell'umano cui non ci si poteva sottrarre. Non c'è nulla che convinca l'uomo come uno sguardo che afferri e riconosca ciò che esso è, che scopra l'uomo a sé stesso. Esempi: la samaritana (GV. 4), Matteo il gabelliere (Mc. 2), Zaccheo (Lc. 5).


Il potere e la bontà.
In Gesù i sui testimoni hanno potuto vedere quello sguardo non solo potente, prodigioso, non solo intelligente, non solo captante, ma buono. La vedova di Nain, l'attenzione per i bambini, l'accoglienza di tutti e la guarigione di tutti gli ammalati, il superamento di ogni schema e il perdono della peccatrice, la commozione per la morte di Lazzaro e per Gerusalemme…


Il sorgere di una domanda e l'irrompere di una certezza.
Gesù appare in ogni circostanza un essere superiore ad ogni alto; c'è in lui qualcosa un "mistero" perché non si è mai incontrata una tale saggezza, un tale ascendente, un tale potere, una tale bontà. Nasceva spontanea una domanda paradossale: "Chi è?".
Questa domanda mostra che ciò che Egli sia in realtà non lo si potrebbe dire da soli. Così si domanda a lui che Egli sia. La sua risposta suscita negli amici una chiarificazione, nei nemici un odio più profondo.
Un episodio significativo di questa dinamica è in Gv. 6: "voi mi cercate perché vi ho dato del pane, ma io vi darò la mia carne da mangiare e il mio sangue da bere"; la gente comincia a dire che è pazzo e se ne va; e Gesù ai discepoli: "Volete andarvene anche voi?"; la risposta di Pietro: "Signore, anche noi non comprendiamo quello che dici; ma se andiamo via da te, da chi andiamo? Tu solo hai parole che spiegano, che danno senso alla vita".


Un caso di certezza morale.
L'atteggiamento di Pietro è profondamente ragionevole: sulla base della convivenza con l'eccezionalità dell'essere e degli atteggiamenti di Gesù quel gruppetto non poteva non affidarsi alle sue parole: "Se non posso credere a quest'uomo, non posso credere neanche ai mie occhi".


Capitolo 7: la pedagogia di Gesù nel rivelarsi


Chi è mai costui?
A questa domanda Cristo non ha dato immediatamente risposta compiuta: l'avrebbero giudicato soltanto un pazzo, si sarebbe posto al di fuori della concezione e della capacità di percezione di quella gente.
Per questo Gesù ha usato una intelligente pedagogia nel definirsi: lo ha fatto lentamente così da provocare negli altri una graduale evoluzione per assimilazione. Gesù quindi dapprima tradusse in espressioni implicite e concrete quell'idea che alla fine doveva esprimersi apertamente.


Le linee essenziali della pedagogia rivelativa
- Il maestro da seguire: innanzitutto Gesù chiede che lo si segua.
- La necessità di una rinuncia: via via che il tempo passa Gesù aggrava la sua richiesta e la chiamata a seguirlo è congiunta alla necessità di "rinunciare a se stessi".
- Di fronte a tutti: Gesù pretendeva che fossero "per Lui" di fronte alla società.


A causa sua: il centro della libertà
Gesù comincia ad usare insistentemente la formula "a causa mia": lentamente Gesù colloca la sua persona al centro della affettività e della libertà dell'uomo. Egli pone la propria persona nel cuore degli stessi sentimenti naturali, si colloca a pieno diritto come loro radice vera; si colloca al centro dei rapporti umani più profondi, come nel cuore che gli origina e senza del quale non avrebbero più vita.
Ed è qui il punto di partenza dell'ostilità nei suoi confronti: la sua pretesa di significato decisivo. Una figura umana avanza per se stessa la pretesa di possedere un'importanza assoluta per la nostra vita. Per riconoscere tale pretesa, chi ascolta deve rinunciare a se stesso, deve sacrificare l'autonomia del proprio criterio, e ciò può avvenire soltanto nell'amore. Se questa rinuncia a sé è rifiutata, si desta un'avversione radicale, profonda, che cercherà in tutti i modi di giustificarsi.


Il momento dell'identificazione
Gesù rispose alla grande domanda: "Tu chi sei?" attribuendo a sé gesti e ruoli che gelosamente la tradizione ebraica riservava a Jahvè. Egli così si identificò con Dio. Soprattutto secondo tre flessioni:
- L'origine della legge. Era inaudito sentirlo ripetere: "È stato detto… ma io vi dico…": Gesù modifica ciò che per il fariseo rappresentava il divino comunicato all'uomo, identificando se stesso con la fonte della legge.
- Il potere di rimettere i peccati. L'inaudita libertà con cui Gesù si presentava solleva una domanda: "con quale autorità fai tu codeste cose?" (Mc 11).
- L'identificazione con il principio etico. Nel racconto del giudizio finale (Mt 25) si afferma che ci fa il bene fa il bene perché stabilisce, anche senza saperlo, un rapporto con Lui. Se una azione dell'uomo è buona è per Lui ed è cattiva perché esclude Lui: Lui è il bene e non essere con Lui è male. È l'affermazione più potente della coscienza che Cristo aveva della sua identità con il divino. Perché il criterio del bene e del male coincide con il principio delle cose.


Verso la dichiarazione esplicita

Agli ultimi tempi Cristo finalmente si presenta come Dio in modo aperto. E questo soltanto allora quando le coscienze attorno a Lui avevano già assunto posizioni decise nei suoi confronti. Vediamo ora tre momenti caratteristici in cui l'esplicitezza di Gesù si palesa.


Il primo affiorare di una esplicitezza
Gesù prende addirittura l'iniziativa di attaccare i farisei sul fronte della loro più alta competenza: l'interpretazione delle Scritture. "Se Davide chiama il Messia come 'Signore', come può essere suo figlio?": nessuno era in grado di rispondergli nulla (Mt 22). Gesù fa capire che il Messia, il Cristo, ha una natura divina.


Un contenuto di sfida
Gesù aveva alcuni giudei che lo ascoltavano e "credevano in lui" (Gv 8), quasi come 'simpatizzanti'. Gesù ad un certo punto si rivolge a loro con un dialogo drammatico riportato in Gv 8. Gesù parla e discute nella coscienza della sua totale unità con Dio: "Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi… Se uno osserva la mia parola non vedrà mai la morte". La reazione dei giudei è violenta: "Ma tu chi pretendi di essere?", perché soltanto Dio è l'eterno vivente e vivificante. Gesù spinge al massimo la sua provocazione: "Abramo esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò… Prima che Abramo fosse, Io sono". La discussione si conclude in una completa e drammatica rottura. Tutta la dialettica sarebbe perfettamente applicabile alla tensione 'fede'-'cultura mondana' propria dei nostri giorni.


La dichiarazione conclusiva
Gesù viene arrestato e portato davanti al Sinedrio per un giudizio. Caifa: "Ti scongiuro, per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio". Gesù: "Tu l'hai detto, anzi io vi dico: d'ora innanzi vedrete il Figlio dell'Uomo seduto alla destra di Dio e venire sulle nubi del cielo" (Mt 26). Le autorità religiose del tempo riconoscevano in quella frase dell'uomo di Nazaret una identificazione col divino che giustificava l'accusa di bestemmia (così come fu esplicitata al governatore romano: "Perché s'è fatto Figlio di Dio", Gv 19).


La discrezione della libertà
I termini per decidere della pretesa cristiana sono così posti.
Il problema cristiano si pone semplicemente come un fatto: o ci si trova davanti ad una follia o quell'uomo, che dice di essere Dio, è Dio. È un'alternativa in cui penetra più che in altra occasione la decisione della libertà: se cioè essa è aperta o chiusa di fronte al mistero dell'essere. Una decisione che ha radici recondite e collegate ad un atteggiamento di fronte alla realtà tutta.


Capitolo 8: nella storia una nuova creazione


Se la sensibilità per la nostra umanità non è costantemente sollecitata e ordinata, nessun fatto, neppure il più clamoroso, vi troverà corrispondenza. A gesù chiedevano un segno che travolgesse la loro libertà; invece per Dio l'umanità non è qualcosa da costringere, ma da 'chiamare' nella libertà.
Cristo infatti "in sé e da sé dice tutto a tutti" (Von Balthasar): davanti a lui risulta evidente la "corrispondenza di tutta l'esistenza umana con la forma di Cristo. Occorre che questa forma trovi ascolto in questa esistenza" [Altrove Von Balthasar aggiunge: in Cristo si può "vedere l'assoluto Essere esporre e donare se stesso in questo essere particolare… Tutto ciò che egli fa e dice è il dispiegarsi dell'essenza di Dio in forma umana… La lingua inconfondibile dell'inconfondibile Dio nel suo inconfondibile rivolgersi a me" (da La preghiera contemplativa, Milano 1982, pp.184-187)].


La concezione che Gesù ha della vita

La statura umana
Il gesto più 'illuminante' dell'identità di Cristo è la concezione che Lui ha della vita, il sentimento complessivo e definitivo che ha dell'uomo. È nella concezione della vita che Cristo proclama, -è nella immagine che Egli dà della vera statura dell'uomo,- è nello sguardo realistico che Egli porta sull'esistente umano, è qui dove il cuore che cerca il suo destino ne percepisce la verità dentro la voce di Cristo che parla; è qui dove il cuore 'morale' coglie in segno della Presenza del suo Signore.
- Il valore della persona.
- Fattore fondamentale dello sguardo di Gesù Cristo è l'esistenza nell'uomo di una realtà superiore a qualsiasi altra realtà soggetta al tempo e allo spazio. Tutto il mondo non vale la più piccola persona umana. Gesù dimostra nella sua esistenza una passione per il singolo, un impeto per la felicità dell'individuo: il problema dell'esistenza del mondo è la felicità del singolo uomo. "Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero se poi perde se stesso?" (Mt 16).
- L'originale dipendenza.
Il valore della persona su che cosa si fonda? Cristo evidenzia nell'uomo una realtà che non deriva da dove l'uomo fenomenologicamente proviene (cioè dai dati biologici precedenti), una realtà che è rapporto diretto esclusivo col Dio.
È un rapporto misterioso che riguarda anche il più piccolo essere umano; il contenuto di questo rapporto rappresenta "il tesoro nascosto" o "la perla di grande valore"; solo l'amore è adeguata espressione di esso. Quell'irriducibile rapporto è di un valore inaccessibile e inattaccabile da qualunque genere di influenza. Per questo Cristo richiede un totale abbandono a Dio.
Tale rapporto unico in quanto è riconosciuto e vissuto è religiosità.
Senza questo rapporto il singolo uomo non ha possibilità di avere un volto suo, di essere persona, protagonista inconfondibile del disegno totale. È la scoperta della persona che con Gesù entra nel mondo; ed è la passione per essa che rende Gesù appassionato messaggero della dipendenza, unica e totale, del singolo uomo dal Padre.
La superiorità dell'io si fonda sulla dipendenza diretta dal principio che gli dà origine e dà origine a tutto, cioè dal Dio. La grandezza e la libertà dell'uomo derivano dalla dipendenza diretta da Dio.
La dipendenza da Dio vissuta, cioè la religiosità, è la direttiva più appassionata che Gesù dà nel suo Vangelo.
L'esistenza umana
La religiosità in quanto tende a far vivere tutte le azioni come dipendenti da Dio si chiama moralità.
Perciò l'amicizia vera è quella di chi favorisce questa religiosità.
Soltanto questa religiosità fonda la libertà di coscienza: la libertà è responsabilità, cioè risposta ad un Altro, altrimenti è reazione a circostanze meccaniche.


Una consapevolezza che si esprime in domanda
L'espressione della religiosità e della moralità in quanto coscienza della dipendenza da Dio si chiama preghiera.
- Coscienza ultima di sé
La preghiera è coscienza ultima di sé come coscienza di dipendenza costitutiva. Essa rappresentava il tessuto del sentimento di sé che aveva Cristo ("io vivo per il Padre" Gv 5).
Perciò "bisogna pregare sempre" (Lc 18); infatti "Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite" (Gv 8).
- Dipendenza e familiarità che risorgono l'uomo
Nella preghiera risorge e prende consistenza l'esistenza umana. Così insegna la persona di Gesù.
Anzitutto è un accorgersi della propria originale dipendenza: Dio è il vero nostro padre, il padre di quella continua generazione che è il nostro esistere ("Senza di me non potete fare niente" Gv 15). In ogni momento l'uomo non si fa da sé: il suo io è un Altro che lo fa. La vita si esprime dunque innanzitutto come coscienza di rapporto con chi l'ha fatta e la preghiera è accorgersi che in "questo" momento la vita è "fatta".
In secondo luogo nell'insegnamento di Gesù lo stupore e la soggezione della dipendenza diventano una familiarità ineffabile ("Quando pregate dite: Padre…" Lc 11). La solitudine è eliminata nella scoperta dell'Essere come amore che dona Se stesso continuamente. In Gesù, l'Emmanuele, il "Dio con noi", la familiarità e il dialogo con Colui che ci crea in ogni istante diventa non solo illuminante trasparenza, ma compagnia storica.
La preghiera così realizza la prima dimensione di ogni azione: "prega più che puoi".
- Domanda
L'espressione compiuta della preghiera è di essere domanda. Gesù stesso si dedicava interamente a questa domanda, medicando dal Padre il compiersi del Disegno "nascosto nei secoli" (Ef 3; cfr Gv 17).
In due passi del Vangelo Gesù ha illustrato questa dimensione della preghiera: la parabola della vedova e del giudice iniquo (Lc 18) e la parabola della richiesta dell'amico (Lc 11).
Obliterando questa domanda l'uomo rinnega se stesso, rifiuta la salvezza.


La vita come cammino
- La legge della vita: Il dono di sé.
In quanto parte del mondo l'uomo deve servirlo, anche se tutto l'universo ha per scopo di aiutarlo a raggiungere meglio la sua felicità: "se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna" (Gv. 12, 23?26).
"Io sono il buon Pastore...; e offro la vita per le pecore" (Gv. 10,14s). Gesù tocca l'espressione suprema della sua volontà di dedizione: "Io sono il pane di vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete... Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna... Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda" (Gv. 6, 32?35.54.55). E nella S. Messa si ripetono le più grandi parole di Gesù: "Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi" (cfr. Mt. 26,26; Lc. 22,19).
L'esistenza umana si snoda in un servizio al mondo, l'uomo completa se stesso dandosi via, sacrificandosi.


"Forse che il fine della vita è vivere? Non vivere, ma morire e dare in letizia ciò che abbiamo. Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, la giovinezza eterna!... E che vale la vita se non per essere data?", ha scritto Paul Claudel ne L'annuncio a Maria.


Questa è la grandezza dell'uomo: così come l'Essere che lo ha creato, la sua vita è di essere dono; egli è simile a Dio. Cosi il suo consumarsi deve divenire dono.
La legge dell'esistenza umana è l'amore nella sua realtà dinamica che è l'offerta, il dono di sé. Come Gesù aveva detto: "Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà" (Lc. 9, 24). Ci viene così sottolineata la paradossalità di questa legge: la felicità attraverso il sacrificio. Ma quanto più uno lo accetta, tanto più sperimenta già in questo mondo una maggiore completezza.
Ma non è umano dare se stessi se non ad una persona, non è umano amare se non una persona. Il "tutto" in ultima analisi è l'espressione di una persona: Dio. ("Sia fatta la tua volontà"). Qualsiasi dovere dunque è coscienza della volontà di Dio ("Venga il tuo regno").

Occorre a questo punto notare che il fine della vicenda umana viene perseguito coi mezzi che si hanno a disposizione, con “ciò che si è”:
a) l’istintività, ciò che mi determina, mi attrae, mi stimola, quel complesso di dati da cui l’essere umano non può prescindere;

b) la coscienza del fine proprio a questo fascio di istintività. La natura umana ha infatti come fattore del suo dinamismo non solo la sua urgenza ma anche la consapevolezza dello scopo dell’urgenza stessa.

L’ordinare l’istinto allo scopo, cioè a Dio, è il fondamentale dono di sé al tutto: è il cosiddetto dovere la cui essenza quindi non può che essere che amore, cioè consegna di sé.

- Il disordine umano
L'uomo è di fatto incapace di vivere compiutamente la grande Dipendenza che è la sua verità, e la proiezione di essa nella vita come dono, amore e servizio.
Questo dato di fatto dipende da una situazione originale, da un disordine che l'uomo eredita dalle origini della sua razza, responsabilmente introdotto. Esso determina il clima del mondo umano in una direzione contraria al disegno di Dio: "Il mondo è stato fatto per mezzo di Lui, ma il mondo non lo ha riconosciuto... Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori... Se il mondo vi odia, sappiate che prima ha odiato me" (Gv. 1,10; 12,31; 15,18).
È ciò che la tradizione cristiana chiamerà peccato originale. La persona non ha l'energia sufficiente a realizzare se stessa.
"Me infelice, chi mi libererà da questa situazione mortale?" (Rom. 7,24). Questo grido è l'unica origine perché un uomo possa considerare seriamente la proposta di Cristo. Se un uomo non attende alla domanda come farà a capire la risposta? Per essere me stesso ho bisogno di un altro: "senza di me non potete far nulla" (Gv. 15,5).


- La libertà
a) Questa redenzione non si attua automaticamente: è essenziale accettare l'aiuto che Gesù Cristo ci ha offerto e collaborare attivamente. Ciò avviene attraverso un amore libero. Alla libertà di Cristo deve corrispondere la libertà dell'uomo che continuamente lo accetti.


b) Ma che cos'è la libertà?
Per giungere ad una definizione di libertà occorre osservare la nostra esperienza. Essa ci suggerisce una impressione di libertà quando otteniamo la soddisfazione di un desiderio. La libertà si realizzerà secondo tutta la sua natura come capacità di soddisfazione totale. La libertà è capacità d'infinito, sete di Dio. Libertà è quindi amore, perché è capacità di qualcosa che non è noi, è un altro.


c) Durante la vita la libertà non ha a disposizione l'intero suo oggetto. E in divenire. Gli oggetti che incontra sono come un anticipo, un riverbero del fine.
Qui è la possibilità di scelta della libertà: o essa riesce ad avvicinarsi al fine o, poiché inesorabilmente tende a ciò che la soddisfa di più, si ferma a ciò che la sazia maggiormente al momento. In questo modo però si contraddice, essendo fatta per la completezza.


d) Questa contraddizione equivale al concetto di male. Chi fa il male si rende schiavo di una misura che non è quella per cui è fatto (cfr. Gv. 3,20; 12,35).


e) Sintetizzando l'eredità cristiana sul valore della libertà, possiamo dire che la libertà è la capacità che l'essere cosciente possiede di realizzare completamente se stesso.
Normalmente l'uomo non può resistere a lungo da solo alla tentazione di fermarsi a ciò che è inafdeguato. Gesù Cristo è l'essere che gli ridà continuamente il potere di scegliere bene, cioè di essere libero: "Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi" (Gv. 8,31).


Conclusione


Gesù Cristo non è venuto nel mondo per sostituirsi al lavoro umano, all'umana libertà o per eliminare l'umana prova - condizione esistenziale della libertà. Egli è venuto nel mondo per richiamare l'uomo al fondo di tutte le questioni, alla sua struttura fondamentale e alla sua situazione reale. Tutti i problemi infatti che l'uomo è chiamato dalla prova della vita a risolvere si complicano invece di sciogliersi se non sono salvati determinati valori fondamentali. Gesù Cristo è venuto a richiamare l'uomo alla religiosità vera, senza della quale è menzogna ogni pretesa di soluzione. Il compito della comunità cristiana è proprio quello di realizzare il più possibile la soluzione degli umani problemi in base al richiamo di Gesù.
La concezione della vita umana in Gesù Cristo è quindi essenzialmente una tensione, una lotta ("non sono venuto a portare pace, ma una spada" Mt.10,34); è un camminare; è una ricerca - ricerca della propria completezza, cioè del proprio vero "se stesso".


Il seguire Cristo (fede) genera così un atteggiamento esistenziale caratteristico per cui l'uomo è un camminatore eretto e infaticato verso una meta non raggiunta, ma certa.


Il Mistero dell'Incarnazione

Una realtà storica straordinaria
Percorrendo quindi la traiettoria - dallo stupore alla convinzione - di coloro che hanno seguito Gesù, e ascoltando le risposte che Egli via via diede alle domande emergenti in chi gli stava accanto, ci siamo trovati di fronte all'affermazione di una realtà storica straordinaria: un uomo-Dio.


1) L'origine di questo fatto, di questa realtà si è chiamata nella tradizione cristiana Incarnazione.
In quanto opera divina l'incarnazione è un mistero: trascende i limiti degli avvenimenti naturali.
Compito della nostra coscienza, oltre quello di accettarlo come il fatto più significativo della storia dell'umanità pur senza poterlo comprendere, deve essere quello di capire chiaramente cosa che invece è possibile: i termini di esso. In secondo luogo è compito della nostra coscienza verificarlo non contraddittorio con le leggi della nostra ragione, e infine quello di trarne luce per una miglior comprensione della esistenza umana.


2) Prendere sul serio la pretesa di Cristo è profondamente razionale, poiché essa si è posta come fatto nella storia, e come fatto generatore di un "nuovo essere", di una nuova creazione.


3) Il fatto dell'incarnazione è infine una trascendente risposta a una esigenza umana che il grande genio ha sempre saputo intuire. Il canto di Leopardi "Alla sua donna" possiamo sentirlo come una profezia inconsapevole di Cristo 1800 anni dopo di lui, profezia che si esprime come anelito a poter abbracciare quella fonte di amore intuita dietro il fascino della creatura umana.


Cara beltà che amore
Lunge m'inspiri …
Viva mirarti ormai
Nulla speme m'avanza;…
non è cosa in terra
Che ti somigli; e s'anco pari alcuna
Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
Saria, così conforme, assai men bella...
di te pensando,
A palpitar mi sveglio…

Se dell'eterne idee
L'una sei tu, cui di sensibil forma
Sdegni l'eterno senno esser vestita,
E fra caduche spoglie
Provar gli affanni di funerea vita,
O s'altra terra ne' superni giri
Fra mondi innumerabili t'accoglie,
E più vaga del Sol prossima stella
T'irraggia, e più benigno etere spiri;
Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
Questo d'ignoto amante inno ricevi.

Non corrisponde forse l'urgenza ideale espressa da Leopardi alla testimonianza di Giovanni: "... Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi,... e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita..." (1 Gv. 1,1)?


I termini di questa nuova realtà
1) Che Gesù sia uomo-Dio non significa che Dio si sia "trasformato in un uomo"; ma significa che la Persona divina del Verbo possiede oltre la natura divina anche la natura umana concreta dell'Uomo Gesù.


2) Il mistero dell'Incarnazione inoltre stabilisce un metodo che Dio ha creduto opportuno scegliere per aiutare l'uomo ad andare da Lui. Questo metodo si può riassumere così: Dio salva l'uomo attraverso l'uomo.


3) Questo metodo si prolunga nella storia. "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt. 28,20). Se Gesù è venuto, è, permane nel tempo con la sua pretesa unica, irripetibile, e trasforma il tempo e lo spazio, tutto il tempo e tutto lo spazio. Se Gesù è quello che ha detto di essere, nessun tempo e nessun luogo possono avere altro centro.


L'istintiva resistenza
Dobbiamo sottolineare la resistenza istintiva che la ragione può avere di fronte all'annuncio dell'Incarnazione. È come se l'uomo rifiutasse che il mistero si pieghi a diventare fatto e parole umani. L'uomo di tutti i tempi resiste alla conseguenza del mistero che si fa carne: se questo Avvenimento è vero, tutta la vita, anche sensibile, anche sociale, deve ruotare attorno ad esso. Ed è proprio questa percezione da parte dell'uomo d'essere scalzato come misura di sé che origina nell'uomo il rifiuto dell'avvenimento dell'Incarnazione.
Gli spunti per accusare l'incredibilità della pretesa di Cristo saranno sempre gli stessi: l'intollerabilità del paradosso della sua umanità; il suo apparente fallimento; la miseria di chi lo seguiva.


3) Il cristiano ha da compiere la funzione più grande nella storia, che è quella di annunciare che un uomo è Dio.
Il cristiano anzi ha da compiere la funzione non solo più grande, ma anche più tremenda della storia. È funzione tremenda perché destinata a provocare irragionevoli reazioni.
Contro il fatto dell'incarnazione, dogma della Chiesa , si scatena lungo i secoli un dogma tenace che, pretendendo di fissare i limiti dell'azione di un Dio, ne dichiara l'impossibilità a farsi uomo.
Da ciò discende il dogma moderno di tutta la cultura illuministica, che ha agito purtroppo così radicalmente per riverbero anche sulla cosiddetta "intellighenzia" cattolica: quello della divisione tra fede e realtà mondana coi suoi problemi. Questo atteggiamento costituisce esattamente lo specchio dell'infantile proibizione che l'uomo dà a Dio di intervenire nella vita dell'uomo stesso. È l'ultima latitudine cui si può spingere la pretesa idolatrica, la pretesa cioè di attribuire a Dio ciò che alla ragione aggrada o ciò che la ragione decide