Il sacrificio della Messa: Parola di Dio e Offertorio

Autore:
Giussani, Mons. Luigi
Fonte:
Dalla liturgia vissuta - Ed. Jaca Book

La parola di Dio


La parola di Dio ci aiuta a capire la sproporzione tra noi e l'ideale di Cristo, ma anche ci affiata con questo ideale.
Infatti nella messa, dopo il gesto della contrizione, si passa alla proclamazione della parola di Dio con il brano dell'Antico Testamento, l'Epistola, il Vangelo.
Non si possono capire questi brani letti durante la Messa, se l'ascolto di quelle parole non produce in noi la consapevolezza di essere peccatori. Solo attraverso questa contrizione reale è possibile partecipare al gesto della comunità che in quel momento si sta compiendo. Così si può cogliere il richiamo profondo della parola di Dio. Il richiamo alla fede.
Dobbiamo renderci conto che troppo frequentemente questo richiamo, quelle parole vengono ascoltate con enorme distacco.
Invece, che cosa significa vivere la fede? Vivere la fede non è una cosa diversa rispetto al vivere la vita. Significa vivere la vita con l'istinto, l'intelligenza, il cuore e la volontà della fede.
Non possiamo più dire a noi stessi: "Va bene. Siamo cristiani: ma nei problemi della vita e della società che cosa dobbiamo fare?" Questo è un livello di domanda che denota come la personalità sia rotta in due, quasi che il giudizio sulla vita, sulla società, sulla cultura sia al di fuori dell'orizzonte della fede. Nulla è al di fuori dei confini dell'esperienza della fede, perché i suoi confini sono i confini della vita. "Il mio giusto vive di fede", dice il Signore.
Una fede che abbia come contenuto il fatto di Cristo, cioè l'avvenimento di ciò in cui tutto consiste, è caratterizzata da questa integralità - ben altro che l'integrismo - per cui tutta la vita cede a Dio, per cui si aderisce ad un annuncio che dice: nulla di te è tuo.
Vivere la fede significa così che essa informa tutto, come concezione, come sentimento, come progetto, come decisione, come modo di affrontare le cose, san Paolo dice quando scrive ai Filippesi (4, 8): "tutto ciò che vi è di vero, di puro, di giusto, di amabile, degno di lode da parte di tutti gli uomini, sia oggetto dei vostri pensieri…". Non esistono cose buone o cattive, ma, per noi cristiani, esiste un affrontare le cose con fede o senza fede. Così si stabilisce il bene o il male, il male che logora, distrugge e corrompe la realtà, anche se noi siamo molto abili ad accusare quando dovremmo capire che la nostra infedeltà crea il disagio e la corruzione. Se allora la parola di Dio illumina la nostra vita accompagnandola con la consapevolezza della nostra sproporzione, quel dolore che avvertiamo sempre in fondo alle nostre azioni è un dolore sano, costruttivo, è un dolore che non ci arresta, che spinge ad essere migliori, è quello che san Paolo chiama la "tristezza secondo Dio". La "tristezza secondo il diavolo" invece è il dolore che fa interrompere la costruzione, la malinconia che diventa lamento. La "tristezza secondo Dio" ha lo stesso punto di partenza, nota la sproporzione, la pochezza e la meschinità della nostra vita, ma non si ferma lì: genera un dolore che capovolge, che converte. La consapevolezza del nostro peccato ci cambia il volto, ci riempie di desiderio di cambiare la vita.
La parola di Dio converte la vita, muta il significato della vita, sempre, tutti i giorni. Questa inesauribile vitalità destata in noi dalla parola di Dio è grande, proprio perché questa parola è la verità che rimane in eterno.

Offertorio



L'offertorio è quel gesto a cui siamo spinti dalla Parola di Dio.
"Benedetto sei tu Signore Dio dell'universo. Dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell'uomo; lo presentiamo a Te perché diventi per noi cibo di vita eterna".
E così per il vino.
Il pane e il vino sono segni con cui viene indicato tutto ciò che di importante c'è nella nostra vita: il rapporto con i familiari, lo studio, il lavoro, quanto veramente ci preme. Questo "pane" e questo "vino", questo frutto della situazione, della nostra libertà e del nostro lavoro, indicano tutta la vita.
Che cosa significa allora la preghiera dell'offertorio?
Significa che, illuminati dalla parola di Dio, vorremmo che tutta la nostra vita fosse creata per la fede. Perciò simbolicamente offriamo a Dio noi stessi, il nostro corpo, il nostro spirito, tutto quello che ci capiterà nella giornata, la nostra vita, tutto. Questo "pane" e questo "vino" siamo noi, è l'offerta di noi stessi.
Dopo aver pronunciato le formule di offerta il sacerdote si china sull'altare e dice, quasi sottovoce, questa bellissima invocazione: "Umili e pentiti accoglici o Signore: Ti sia gradito il nostro sacrificio che oggi si compie dinanzi a Te".
Senza umiltà ogni nostro gesto è immediatamente corrotto dall'impostura. Infatti, come potremmo noi attuare quel gesto di offerta? Chi sarebbe capace di tradurre tutto in termini di fede? Ciò che noi possiamo veramente fare nella vita è gridare a Dio che si prenda ciò che è suo. L'offertorio è un grido.
Il sacerdote all'offertorio prende il calice, vi versa dentro qualche goccia d'acqua e dice: "l'acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana".
Cristo ha assunto la natura umana. Solo stando uniti a Cristo le cose si possono trasformare, trasfigurare.
Ma, come si fa ad essere uniti a Cristo? San Giovanni dice, nel capitolo diciassettesimo del suo Vangelo: "che siano una cosa sola perché il mondo veda".
La realtà di Cristo è la realtà del mistero della Chiesa. E la Chiesa non è semplicemente "tutti noi messi assieme"; implica, sì, tutti noi, ma è qualcosa di molto più grande, perché è il mistero di Cristo. Allora il vero problema è vivere la vita della Chiesa.
Cambieremo nella misura in cui vivremo la vita della Chiesa. Come fa un bambino a diventare adulto, con una mentalità sua, capace di affrontare la vita, con una struttura di sensibilità che investa tutte le cose, con una struttura morale? Il bambino impara questa mentalità, si costruisce questa sensibilità, si crea questa struttura morale essendo coinvolto con la vita dei genitori. Quanto più la famiglia è veramente un ambiente per il bambino, tanto più questo cresce con una struttura di personalità solida e senza dissociazioni, senza alterazioni.
Che cosa ha detto Cristo per cambiare le persone? "Vieni con me".
Come è terribile l'illusione di poter fare da sé, quasi che l'uomo non fosse una pianta che acquista forza solo se piantata nel suo terreno. E il terreno dell'umana personalità è la comunità, noi cristiani diciamo la comunità cristiana, la Chiesa.
L'offertorio nella messa è il momento culminante, in cui noi entriamo nel gioco di Dio, con la nostra libertà.
Diciamo a Dio: Tutta la vita è tua, perciò grido a Te, assumila, prendila Tu. Perché la nostra vita non la cambiamo noi: la cambia il mistero di Cristo che opera in noi.
La condizione perciò per poter compiere il gesto dell'offertorio è avere coscienza di essere parte del mistero di Cristo, nella Chiesa.