Rimani con noi, Signore

Mane Nobiscum Domine
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Mane Nobiscum Domine: rimani con noi, Signore, nella sera di questa vita, nelle oscurità che, prima di essere fuori, sono dentro di noi, nei tramonti inesorabilmente calati sui nostri progetti, sognati o attesi e mai raggiunti. Rimani con noi!

Il Papa, mettendo al centro dell'anno Eucaristico in corso questo anelito dei discepoli di Emmaus, ha inteso condurre la Chiesa a fare suo il desiderio della Presenza continua di Cristo, ma anche a comprendere che Egli è già con noi tutti i giorni e che siamo noi, più spesso, a dover rimanere consapevolmente con lui.

La lettera si articola fondamentalmente in tre grandi aree che nascondono una dinamica tipica della Chiesa perché è la dinamica stessa della salvezza e della liturgia, che, di questa salvezza, è memoria e mimesi: contemplare, ricevere, manifestare.
Questa scansione ci suggerisce di leggere il documento a partire da tre grandi domande: che cosa contempliamo; che cosa riceviamo; che cosa manifestiamo o viviamo.

Che cosa contempliamo

Dopo l'introduzione, in cui il Papa rilegge il proprio Pontificato alla luce di questo traguardo: un anno interamente Eucaristico, la prima grande riflessione è riservata all'Eucaristia, mistero di Luce. In questo capitolo il santo Padre invita a contemplare Gesù Presente Realmente nel Sacramento quale, appunto, Luce del Mondo. Solo da una siffatta contemplazione è possibile prendere coscienza delle proprie oscurità.
Il Papa indica principalmente due luoghi concreti ove Cristo è incontrato e contemplato: la Parola e il Pane Eucaristico, cioè le due perenni mense della Chiesa.
La Parola non va semplicemente letta, va contemplata; quale lampada ai nostri passi essa deve diventare la radice delle nostre scelte, delle nostre opinioni, del nostro modus vivendi. Una vita che non sia informata dalla Parola non può neppure essere vita Eucaristica.
Il Pane Eucaristico educa a passare dalla idealità alla realtà e dalla realtà all'attività. Potremmo tradurre così, giocando un po' con le parole: passare dal "sogno" al "segno" e dal "segno" all'"impegno". L'idealità, il sogno, è quella vita divina in cui Dio sarà tutto in tutti che il Pane Eucaristico offre alla nostra contemplazione, tale idealità, tuttavia, ci è data attraverso la concretezza di un segno che è l'umiltà del pane. Questo educa ciascuno di noi a passare dai nostri desideri alla realtà dei nostri limiti, senza uscirne frustrati o sconfitti, ma consapevoli di essere, proprio per questa povertà, sacramenti della Grandezza di Dio.
Un segno così compreso non può che portare all'impegno radicale di partecipare al maggior numero di persone possibili la bellezza di questa verità. Il Pane Eucaristico, infatti, è memoria di un Sacrificio, quello di Cristo, speso per tutti e offerto a ogni uomo.

Che cosa riceviamo

La seconda grande area di riflessione il Papa la intitola: Eucaristia epifania di comunione. Non potremmo sublimare le nostre miserie, non avremmo certezza alcuna del perdono dei peccati se Cristo non ci avesse fatto partecipi della sua vita divina.
Come i discepoli di Emmaus anche noi, preparati dalla Parola e dal gesto dello spezzare il pane, superiamo le nostre personali miserie per entrare nella comunione col Padre mediante il Figlio, plasmati dalla grazia santificante dello Spirito. La comunione con Dio ci apre alla comunione coi fratelli e, come i due di Emmaus, siamo in grado di tornare alla comunità dei fratelli con slancio rinnovato.

Prendere coscienza di cosa riceviamo non deve portare ad allontanarsi dalla comunione frequente, perché schiacciati dalla propria indegnità, deve piuttosto portare alla fame del Pane di Cristo che, come continua effusione di Spirito Santo, ci purifica e ci rinnova, rendendoci sempre più docili all'azione della grazia.
A partire da questi sentimenti la celebrazione Eucaristica, allora, può veramente assumere il suo valore di Incontro con Dio e la domenica, il Dies Domini, può diventare il luogo spazio temporale che apre alla comunità dei credenti. Se la settimana vede impegnati su fronti lavorativi abitati da persone che vivono spesso lontano dal Signore, la domenica dovrebbe essere l'ambito in cui "ricaricarsi" attraverso il dono della comunione con Cristo e con i fratelli.
Tutto questo conduce a una verifica circa il nostro modo di vivere gli incontri comunitari e il nostro "essere" Chiesa. Troppo spesso ci si accosta alla Chiesa solo per trovare qualcosa e non per portare il nostro essere stati trovati dal Signore. È chiaro che le due cose non si devono escludere né si escluderanno mai, ma lo scadere troppo verso l'una e verso l'altra indica una mancata consapevolezza di ciò che si riceve accostandosi all'Eucaristia.

Che cosa viviamo

L'ultima riflessione, prima delle conclusioni, è dedicata all'Eucaristia principio e progetto di Missione.
Il Papa rileva che i due discepoli "senza indugio" tornarono alla comunità. C'è un enorme contrasto tra il passo pesante dell'andata a Emmaus dei discepoli e quello quasi danzante, senza indugi appunto, del ritorno a Gerusalemme. Un simile repentino cambiamento non può che essere frutto di un'esperienza di liberazione e di bellezza, liberazione dalle proprie paure e bellezza contemplata in un Volto Altro, promessa sicura di salvezza. Ed è così: la rivelazione del Volto del Signore, aiuta ritrovare il proprio volto, la propria identità e spalanca nella vita nuovi orizzonti.
Il Papa giustamente collega questa esperienza al congedo finale di ogni Messa (Ite Missa est), definendolo una consegna che spinge il cristiano a portare nel mondo quell'incontro che gli ha cambiato la vita.
C'è un quadretto vivissimo tratteggiato nel salmo 126 che dipinge l'inebriante esperienza della salvezza che diventa missione. É quello del contadino timorato di Dio che nell'andare se ne va e piange portando la semente da gettare, ma nel tornare viene con giubilo portando i suoi covoni (v.6).

Se vivessimo gli incontri con l'Eucaristia come il gettare nel Pane del Cielo il nostro pane di lacrime, certi che ogni piccola croce nella grande croce di Cristo reca frutto e redenzione nel mondo, la nostra vita ne uscirebbe trasformata e la testimonianza sarebbe il nostro naturale atteggiamento verso gli altri. Ad ogni Eucaristia, infatti, portiamo solo semi, ma ne usciamo carichi dei covoni della salvezza; covoni che troppe volte marciscono nei granai delle nostre chiusure invece di essere divisi e condivisi. Del resto, quando lo spirito è chiuso entro paure e lacrime anche la vita non fiorisce in gesti di carità. Nei nostri granai non marciscono soltanto i covoni dei beni spirituali, ma anche quelli dei beni materiali.

Non mancano, perciò, da parte del papa applicazioni concrete e sociali al termine "missione" "testimonianza".
L'Eucaristia non può non plasmare la vita trasformandola in progetti di pace, di comunione di solidarietà. Parole usate ed oggi, forse, anche abusate, ma sulle quali vale la pena di tornare, senza luoghi comuni o coloriture politiche, nel silenzio della propria coscienza, nell'incontro intimo e fecondo di un'adorazione eucaristica per ripartire con il cuore ardente per l'urgenza della missione.