Il sacrificio della Messa: Consacrazione e Comunione

Autore:
Giussani, Mons. Luigi
Fonte:
Dalla liturgia vissuta - Ed. Jaca Book

Consacrazione

Dopo l'offertorio viene la consacrazione, il momento supremo della messa. Proprio all'inizio del Sanctus il sacerdote stende le mani sul pane e sul vino dicendo: "Padre veramente santo e fonte di ogni santità...". Santo e santità sono parole che indicano la verità delle cose, aggiungendo all'idea di verità il concetto che una cosa è vera se è come Dio la vuole, perché è Dio che crea tutto. Le parole santità, o personalità vera, realizzazione della vita, perfezione, soddisfazione totale o felicità, sono parole analoghe.
Che il sacerdote dica: "santifica questi doni con l'effusione del tuo spirito" significa chiedere a Dio di rendere veri, autentici i rapporti con gli amici, la moglie, il marito, i colleghi. Renderli veri, cioè pieni di fede, perché la verità è solo nella fede. E quando il sacerdote prosegue dicendo: "perché diventino per noi il corpo e il sangue di Cristo", non recita una formula vuota perché Cristo ha realmente penetrato la storia come corpo mistico, corpo di cui ognuno è membro. Dice san Paolo: "Voi che siete stati battezzati in Cristo vi siete immedesimati con Cristo. Non esiste più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma tutti voi siete un sol uomo in Cristo" (Gal 3, 27 s.). Questa è la nuova creatura che è entrata nel mondo, perciò tutte le nostre azioni sono chiamate a diventare espressioni della realtà di Cristo che è nel mondo.
E infatti dice la preghiera che è al centro della Consacrazione: "Egli, offrendosi liberamente alla sua passione prese il pane, rese grazie e lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: 'Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi'". Le parole vengono ripetute per il calice di vino e si conclude dicendo con Gesù: "Fate questo in memoria di me". Tutto quello che noi siamo grida a Dio la preghiera che è al centro della messa: tutto deve diventare corpo e sangue di Cristo, parte del mistero di Cristo che ha già liberato il mondo con la sua morte e resurrezione, ma che investe le nostre azioni della possibilità di collaborare a questa liberazione. Tutto il mondo ha bisogno della nostra fede, che la nostra vita cambi per fede, che diventi morte e resurrezione di Cristo operante nella storia. "Ecco, vengono dei giorni, dice il Signore, in cui farò con la casa d'Israele e quella di Giuda una nuova alleanza. Non sarà come l'alleanza che feci con i loro padri, quando li presi per mano e li trassi dalla terra d'Egitto, alleanza che essi hanno violato, e per questo li ho rigettati, dice il Signore. Ma ecco l'alleanza che io farò con la casa d'Israele, dopo quei giorni, dice il Signore. Metterò la mia legge in loro, la scriverò nei loro cuori; allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l'un l'altro, dicendosi a vicenda: Impara a conoscere il Signore! Ma tutti, dal più piccolo al più grande, mi potranno conoscere, dice il Signore, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato" (Ger 31,31-34).
Ma che cosa significa che tutte le nostre azioni devono diventare gesto di Cristo? Significa che devono essere vissute nella fede, cioè nell'unione con Cristo, unione che si realizza nella vita della Chiesa.
La Chiesa è il mistero di Cristo nel mondo, frutto dell'alleanza irreversibile per cui nella messa il sacrificio del corpo e del sangue del Figlio di Dio viene offerto proprio in nome di questo patto: "per la nuova ed eterna alleanza". L'Alleanza nel Vecchio Testamento significa che Dio si era coinvolto con la storia del popolo d'Israele, ma per noi oggi quello è solo un simbolo del coinvolgimento finale che Dio si è assunto quando è diventato uno di noi ed è morto e risorto per noi. Cristo è Dio che si è coinvolto con noi per liberarci. E perciò lo scopo per cui la vita esiste è già tra noi, è come un seme sotto la terra, è Cristo risorto. Quello che il mondo dovrà essere alla fine, l'amore vero dell'uomo e della donna, l'amicizia vera ed eterna, la carità e l'amore senza autoritarismi e sfruttamenti, sono entrati nella storia e anche dentro di noi, nella struttura più profonda del nostro essere attraverso il battesimo. Tutte le nazioni però debbono essere portate dentro questa alleanza, in nome della fede nella morte e nella resurrezione di Cristo.

Padre nostro



Alla fine della consacrazione la Chiesa ci fa leggere il Padre nostro, con cui si conclude la parte centrale della messa. Siamo così chiamati a ricordare che tutte le nostre azioni sono funzioni di un grande disegno che è il disegno del Padre. Così Gesù quando ci insegna a pregare ci aiuta a ricordare, se ripetiamo le sue parole, che le nostre azioni hanno un solo scopo: che venga il Suo Regno. Ogni gesto vissuto senza la coscienza di essere funzione del disegno di Dio è come sfocato. "Padre nostro venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà". Senza questa coscienza il gesto sarebbe perso per la verità della storia umana, per la liberazione del mondo, per il bene degli uomini. La pienezza della sua verità viene recuperata soltanto nella coscienza di coloro che vivono di fede, - per l'autore del gesto è, poco o tanto, una alienazione. In quella coscienza sta la "consacrazione" della vita. Queste parole "consacrato" o "sacro" suscitano in noi concetti molto parziali e limitati; sono invece parole che indicano un fatto globale, perché la consacrazione della vita a Dio significa la verità dell'amore, del lavoro, della ricerca, della giustizia, della vita stessa. La vita intera si trasfigura. Da questa conversione della vita il vero cambiamento del mondo incomincia fin d'ora. Ogni altro punto di partenza è presuntuosamente falso. Si tratta di quella sapienza di Dio che, come dice san Paolo scrivendo ai Corinti, è stoltezza per il mondo.
Tutto quel che facciamo entri nel disegno di Dio.
Questa convinzione, questa consapevolezza e la volontà di portarla avanti sono il fulcro di tutta la vita morale del cristiano.
Il nostro cambiamento avverrà proporzionalmente alla nostra capacità di appoggiarci davvero a questo fulcro, anche se rimarremo peccatori. Capiremo, sentiremo, faremo cose fondamentalmente diverse pur rimanendo peccatori. Dio infatti consacra anche il nostro male attraverso il segno più grande della sua potenza: il perdono. Siamo chiamati a vivere secondo la fede anche il nostro male, il che significa accettare il perdono di Dio. Così non potremo essere fermati neppure dal nostro male.
Per questo il Padre nostro dopo averci fatto dire "Venga il tuo Regno" conclude con queste parole: "ma liberaci dal male". La liberazione dal male significa vivere in modo tale che il nostro peccato non diventi una prigione, una causa di blocco: o meglio, il peccato non riesce più a diventare programma, pur rimanendo dolorosamente possibilità continua di incoerenza, per debolezza o cattiveria. Questa liberazione permette una continua ripresa del cammino, una indomabilità nel non lasciarsi abbattere dai nostri errori, derivata dalla coscienza che Dio è più forte della nostra stessa debolezza o cattiveria.

Concedi benigno la pace ai nostri giorni



La parola pace governa tutta la liturgia prima della comunione. La preghiera che viene subito dopo il Padre Nostro: "Concedi benigno la pace ai nostri giorni, perché con l'aiuto della tua misericordia vivremo sicuri da ogni turbamento nell'attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo", è una magnifica analisi della pace come conseguenza visibile della fede. Pace vuoi dire che il peccato non ci freni mai e questo è possibile solo con il soccorso della misericordia di Dio, e solo così si è sicuri da ogni turbamento, da ogni angoscia perché ci si poggia sulla unica base solida. L'attesa poi determina la chiarezza dell'orizzonte e del fine, senza la quale la pace non può essere completa.
La Bibbia definisce Dio: mia misericordia. Dio per l'uomo è misericordia e la pace in noi ha solo un nome: la misericordia di Dio. Solo sulla pace si edifica, nella guerra si altera e si distrugge.
La parola più comprensiva e definitiva di ciò che Dio è per l'uomo è il perdono: io ti perdono, dice Dio al popolo d'Israele; farete sempre male, voi vi ribellerete ma io vi perdono perché sono Dio, e non un uomo. Per l'uomo è impossibile il vero perdono perché questa parola vuol dire far rinascere da capo. Il rapporto con Dio invece rinnova. "Se i tuoi peccati fossero rossi come scarlatto io ti purificherò rendendoti candido come la neve".
La nostra realtà mondana è legata, condizionata da quel che uno fa. Mentre l'uomo è libero perché Dio lo libera. La vita passata diventa novità e tutto coopera al bene, anche il male. È terribile come noi cristiani possiamo passare settimane, anni, senza sentire l'abbandono profondo nella misericordia di colui che ci ha amati e ha dato se stesso per noi.
Vivo, non io, ma è Cristo che vive in me; perciò io vivendo nella carne vivo nella fede del Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2, 20). Se Dio è con me chi mi può condannare? Così dice san Paolo nella lettera ai Romani. Noi non abbiamo questo senso della pace perché non abbiamo il senso della vera contrizione. Solo nella misura della contrizione può determinarsi la capacità della pace. Tutte le volte, infatti, che Dio parla all'uomo inizia il suo discorso così: non si turbi il vostro cuore, non abbiate paura.
Tutto questo non è un pietismo irresponsabile, è una responsabilità vissuta.
Nel seguito della liturgia, il prete dice davanti all'altare: "Scambiatevi un segno di pace. La pace del Signore sia sempre con voi". Vale a dire invita alla pace tra noi. La pace tra uomini socialmente magari estranei è certamente un altro miracolo - sfida al mondo perché è impossibile al di fuori della mentalità cristiana.


Sottolineo alcuni fattori di questa pace fraterna:

La non mormorazione

Non è possibile innanzitutto andare abbracciati dalla misericordia resa corpo di Dio, che è la comunione, avendo mormorato del fratello. Questa è l'opera di satana: diffondere il male. La mormorazione, dico mormorazione perché la calunnia è anche la bestemmia contro la verità, è un allargare il male del mondo. Chi mormora ha il gusto del male. Quando noto il fratello che ha un difetto e che ha sbagliato, ben memore dei miei difetti, troverò specchiato l'orrore dei miei nel suo delitto.

La non ira

San Paolo dice: "non adiratevi", ma dice anche: "il sole non cada sopra la vostra ira". L'ira è una piccola pazzia che è in noi.
La non ira si chiama pazienza. La pazienza è proprio come la figura di Atlante, l'uomo che porta sulle spalle il mondo. La pazienza è Cristo. "Nella vostra pazienza possiederete la vita". Il contrario dell'ira, la quale pretende che le cose cambino subito o siano diverse.

La non chiusura del cuore
Infine chiediamoci: Come fa ad esserci tra noi un bisogno senza che non si ripercuota in tutti? Attraverso il realizzarsi di questa fraternità pratica, reale, cambia il nostro individualismo nel vivere. Solo Cristo distrugge il modo individualistico di concepire l'uomo e le cose. Occorre tempo, ma attraverso questa fraternità il mondo è sfidato con il miracolo che esso non può compiere: l'unità tra gli uomini. "Scambiatevi il segno della pace". È un simbolo di abbraccio molto più grande, profondo e reale. Il processo di realizzazione è l'inverso del processo di conoscenza: alla conoscenza ci accostiamo quando ci raduniamo insieme, quando la chiesa che ci chiama è Cristo che chiama tutti, ma le cose vere che impariamo incominciano a realizzarsi nel piccolo.
Questa pace con noi, tra di noi si oggettiva dunque in strutture di vita, in convivenza, e così si potenzia il gusto, l'intelligenza, l'energia nell'interesse al mondo. La nostra pace non è un fuggire nel deserto; la nostra fraternità, la nostra unità non è il fare una roccaforte da cui non si esca mai. Genera una passione per il mondo, per il lavoro e i suoi problemi, per la vita sociale, passione per il mondo secondo il temperamento, la vocazione e la situazione.
Radunandoci e dicendo la messa noi non risolviamo i problemi del lavoro secondo le loro esigenze tecniche. Ma dicendo la messa noi impariamo la posizione esatta per affrontare i problemi del lavoro. Sappiamo quello su cui non dobbiamo cedere e l'idea sintetica in base alla quale condurre tutte le nostre attività.
La messa imposta il soggetto dell'azione che siamo noi. Imposta l'attore nel grande dramma nel mondo.
Così la liturgia della messa ci prepara a compiere coscientemente il gesto della comunione sacramentale.
Allora, diventa chiaro il significato di ciò che la Chiesa, subito dopo il Sanctus, ci fa leggere in quella bellissima invocazione: "Ti preghiamo umilmente per la comunione al corpo e al sangue di Cristo: lo Spirito ci riunisca in un solo corpo".
Questo è l'ideale della felicità del mondo: dare unità al mondo. E attraverso la nostra comunione al corpo e al sangue di Cristo, attraverso la comunione delle nostre azioni con Cristo, attraverso la consacrazione della nostra vita, lo Spirito realizzerà l'unione degli uomini in un solo corpo. Questa è la nostra fede: la fede scavata nel volto carnale, superficiale delle cose, la consapevolezza di quell'azione misteriosa dello Spirito. Per questo diciamo che il primo contributo dei cristiani alla liberazione anche politica, sociale, umana del mondo è vivere la fede, cioè la comunione, intesa come gesto singolo della messa, ma fattore e dimensione della vita.