Il pensiero di Chesterton – Chesterton e l’evoluzionismo 4 – “L’uomo non è soltanto un’evoluzione ma una rivoluzione”

Non si può ridurre l'uomo ad uno fra gli elementi del mondo naturale, uno fra gli animali che popolano la terra; e a questo tendevano gli scienziati non sulla scorta dei fatti ma perseguendo un obiettivo che non era più scientifico ma filosofico.
Autore:
Platania, Marzia
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Tramite la sua ragione l'uomo si pone fuori della natura e solo per questo può indagarla: l'esperimento scientifico, gloria e vanto della ragione illuministica, non sarà che uno dei possibili tradursi in prassi di questo distacco per il quale il mondo è messo, ad opera della ragione, di fronte alla ragione stessa come un irriducibile altro da sé, aperto tanto alla sua indagine che alla sua manipolazione. La modernità nasce quando questa ragione si pone al centro del cosmo che le sta ora di fronte come oggetto rispetto al soggetto, materialità rispetto a spirito; l'essenza del cosmo è ridotta ad estensione, insieme di corpi in uno spazio, manipolabilità, cura.
La caratteristica prima dell'uomo secondo Chesterton sarà dunque quella di essere un essere dotato di ragione. Questa è la differenza radicale di cui invano la scienza cerca di rendere conto con l'ipotesi evoluzionistica.
Alla scienza rimangono da spiegare due grandi transizioni: l'origine dell'universo e l'origine della vita. Molti filosofi vi aggiungono un terzo mistero - l'origine dell'uomo. In altre parole un terzo ponte fu costruito attraverso un terzo abisso dell'incomprensibile quando comparve nel mondo quello che noi chiamiamo ragione o volontà. L'uomo non è soltanto una evoluzione ma una rivoluzione”. (GKC, L’uomo eterno, pag. 23)
L'evoluzionismo o la scienza non possono rendere conto di questa originalità dell'uomo: non si può ridurre l'uomo ad uno fra gli elementi del mondo naturale, uno fra gli animali che popolano la terra; e a questo tendevano gli scienziati non sulla scorta dei fatti ma perseguendo un obiettivo che non era più scientifico ma filosofico. Non si può tuttavia sciogliere un problema col negare e disciogliere i suoi elementi costitutivi, non si può insomma rendere conto dell'originalità umana negando che l'originalità ci sia.
Non era, e fu: non sappiamo in quale istante o in quale serie infinita di anni.
Qualche cosa accadde, ed ha tutta l'aria di una transazione fuori del tempo. Non ha quindi niente a che fare con la storia nel significato comune. Lo storico deve dare queste cose per concesse, non è suo compito spiegarle. Ma se non può spiegarle come storico, non le spiegherà come biologo. Nell'un caso e nell'altro non è una disgrazia per lui doverle accettare senza spiegazioni: queste cose sono una realtà, e la storia e la biologia lavorano appunto sulla realtà. [...] Egli può accettare l'uomo come un capriccio, dal momento che lo accetta come un fatto. Egli può dormire tra due guanciali in un mondo folle e sconnesso o in un mondo che produce cose folli e sconnesse: la realtà è una cosa su cui tutti possiamo riposare tranquilli anche se essa sembra in contraddizione con tutto il resto. Questa cosa c'è; e questo ci basta
”. (Ibidem, pag. 37)
Ci basta insomma che ogni tentativo di spiegare l'umano nelle sue caratteristiche non inizi col negare quelle stesse caratteristiche, solo perché non rientrano nello schema generale.
La polemica contro il tentativo scientistico di ridurre l'uomo ad un semplice animale, prodotto come gli altri di una cieca evoluzione, semplice parte del meccanismo della natura, ha così condotto Chesterton a mettere in luce la differenza radicale che invece separa l'uomo dalla natura: il suo essere dotato di ragione. La caratteristica prima dell'essere umano, quella che lo pone come un immenso punto interrogativo nell'orizzonte della natura, è la ragione, la facoltà di riprodurre la realtà nel pensiero come nell'arte.