La questione del gender 4 - La scissione corpo-spirito

Autore:
Laguri, Innocenza
Fonte:
CulturaCattolica.it
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La scissione antropologica corpo-spirito

La questione della libertà conferma quanto osserva Scaraffia quando dice che è in gioco un aspetto antropologico: la definizione di essere umano (oltre a un aspetto politico, cioè la realizzazione dell’uguaglianza e la libertà di scelta totale; e a un aspetto storico sociale, cioè la giustificazione della fine del ruolo femminile).
Proprio sulla questione antropologica vale la pena di valorizzare altri contributi.
Cominciamo con un’osservazione contenuta nell’articolo di Carmine Di Martino (I quaderni della Sussidiarietà, n 1, Fondazione per la Sussidiarietà): se l’identità sessuale viene di principio separata dal possesso di un corpo sessuato, ciò che si produce è una frattura dell’umano che dà luogo da un lato a una riduzione oggettivistica (biologistica) del corpo, e dall’altro a una forma estrema di soggettivismo, cioè ad un immagine di soggetto come assoluta possibilità di dominio, di arbitrio incondizionato (e qui ci si ricollega all’idea di libertà sopra analizzata). Che cosa infatti diviene il corpo se gli organi sessuali vengono separati dalla sessualità? Diviene qualcosa di insensato, pertanto, osserva Di Martino, all’opposto di quanto si potrebbe supporre, la libertà nichilistica dai vincoli di una struttura originaria (quel sesso, ma anche quel corpo, quei piedi, quelle mani) non celebra il trionfo del corpo, ma la sua soppressione. Il corpo non ha più valore identificativo e si offre ad una continua manipolazione, diviene un congegno biologico da smontare e rimontare, tecnologicamente riproducibile, puro strumento sia della volontà del soggetto che di quella del mercato.
Il corpo viene trasformato in puro materiale di sperimentazione. Il soggettivismo onnipotente produce dunque un corpo da cui il soggetto si allontana, un corpo trattato come oggetto di scienza.
Il risultato è quello di disincarnare l’uomo.
Botturi esprime lo stesso concetto della disincarnazione parlando di negazione del qualitativo, di non rilevanza del carattere soggettivo dell’esperienza e ricorda che invece tutta una corrente contemporanea di pensiero ha recuperato la tematica del corpo vissuto (Husserl, Merleau Ponty, Marcel, Sartre, Henry). Questi filosofi colgono l’unità psicofisica entro la nuova prospettiva esperienziale del vissuto, cioè in una prospettiva in cui il dramma della corporeità non viene ridotto ma esaltato in quanto il corpo è avvertito come vissuto, come realtà partecipe della coscienza di sé del soggetto.
Ancora: Di Martino afferma che pensare il soggetto fuori dalla sua caratterizzazione corporea concreta significa non riconoscere la trama strutturale di dipendenze che il corpo porta con sé.
E, in merito a questo non riconoscimento, Botturi usa giustamente l’espressione “dramma della corporeità”. Infatti, nella realtà dell’esperienza , il corpo e’ “esposto agli altri” è segnato dalla dipendenza, dalla vulnerabilità, l’infanzia è una evidentissima prova del corpo come realtà legata alla relazione di dipendenza, ma ne è un’altra prova, nonostante le rimozioni e manipolazioni, il fatto che il corpo si ammali e, soprattutto che muoia. Botturi osserva: ”L’ultima datità oggettiva del corpo è la sua mortalità… La drammaticità della condizione corporea ha il suo apice nella catastrofe della morte”.
Questa sfida enorme è quella che ultimamente si vuole negare attraverso la manipolazione del corpo e attraverso la negazione dei dati oggettivi che il corpo porta con sé, come quelli sessuali.