Storia della malattia e della cura 2 - La svolta di Ippocrate

Autore:
Riva, Michele; Laguri, Innocenza
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Il primo approccio alla malattia nelle civiltà antiche: la medicina teurgica
Nelle civiltà antiche la prima forma di medicina è di tipo teurgico (1), cioè dal punto di vista della causa si pensava che la malattia provenisse dalla divinità, l’attore della cura era pertanto il sacerdote, oppure lo stregone o lo sciamano (2). A titolo esemplificativo, nell’Iliade, Omero descrive una pestilenza diffusa nel campo degli Achei. Essa è causata da Apollo e da Artemide che vogliono così punire il Re degli Achei, Agamennone, che aveva rapito la figlia del sacerdote di Apollo, Crise. Per quanto riguarda i luoghi della cura, essi sono i templi.
Nella Grecia classica molti templi sono dedicati al dio Asclepio (denominato poi Esculapio dai Romani). Egli è il figlio del dio Apollo e di una ninfa, ed è considerato il dio della Medicina. Numerosi sono i templi dedicati a questa divinità, ce n’era uno anche a Roma, sull’Isola Tiberina. Il serpente è il simbolo di Asclepio, ed è simbolo di rinascita e di nuova vita in quanto questo animale cambia pelle. Secondo la leggenda Apollo, pensando di essere tradito, uccide la Ninfa, ma salva Asclepio che diviene bravo a guarire, salvando molte vite umane dalla morte. Questa capacità indispettisce il dio degli Inferi che si rivolge al padre degli dei, Zeus, che punisce Asclepio con la morte. Questo mito ci permette di capire la concezione della morte nel mondo classico. La morte veniva accettata dai Greci come evento naturale, come l’altra faccia della vita e, pertanto, la medicina non si poteva contrapporre alla morte.

L'epoca classica e la svolta di Ippocrate
Nell’epoca classica compare la grande figura di Ippocrate, il quale viene considerato il padre della medicina moderna. Il suo pensiero rappresenta una svolta importantissima, in quanto egli ipotizza che la malattia abbia cause naturali e non divine, come si era creduto finora.
Secondo il pensiero di Ippocrate, il medico non è più un sacerdote, ma uno studioso che deve interpretare i segni e i sintomi della malattia, e, in base ad essi, formulare una diagnosi (ovvero individuare il tipo di malattia) e una prognosi (cioè prevedere l’evoluzione della malattia). Approfondendo le cause naturali, Ippocrate formula la teoria dei quattro umori (sangue, bile gialla, bile nera e flegma) contenuti all’interno del corpo umano. In un individuo sano, queste sostanze sono in equilibrio, mentre quando c’è un eccesso o un difetto di uno degli umori si verifica la malattia. Per cui per curare una malattia occorre ristabilire l’ordine. A titolo esemplificativo, un eccesso di sangue veniva riequilibrato con un salasso, ovvero con la fuoruscita di sangue dalle vene mediante un’incisura. La medicina ha dunque, secondo Ippocrate, il compito di riportare il corpo in equilibrio, in armonia. Il corpo sano ed armonico è inoltre raffigurato anche nella produzione artistica dell’epoca classica, contemporanea a Ippocrate. Ippocrate fissa anche i principi che devono guidare l’azione del medico, raggruppandoli all’interno del famoso giuramento di Ippocrate. Alcuni di questi principi sono attuali e riconosciuti (ad esempio il mantenimento del segreto professionale), altri sono stati messi in discussione, come ad esempio il rifiuto dell’aborto e dell’eutanasia, o, ancora il fatto che il discepolo dovesse essere mantenuto dal maestro. La motivazione per cui il medico cura l’ammalato è economica, anche se sono importanti, sul piano etico, gli impegni contenuti nel giuramento di Ippocrate (3).

NOTE
1. Anche gli Egiziani non avevano grandi conoscenze e la mummificazione non era fatta su approfondite conoscenze anatomiche.
2. Il sacerdote interveniva utilizzando il potere della suggestione, seguendo riti predefiniti, gli aruspici, l’uso di erbe analgesiche e oppiacei (si ricorda l’episodio dei Lotofagi nell’Odissea?) seguendo metodiche tuttora diffuse tra i cosiddetti guaritori e i ciarlatani.
3. La svolta di Ippocrate si situa comunque in una concezione del dolore e della sofferenza (di cui la malattia è espressione) ben diversa dalla nostra mentalità che, come vedremo, affida alla scienza (e anche alla scienza medica) il compito di dare la felicità. A questo proposito, in una lezione tenuta agli operatori sanitari, F. Botturi, delineando i modelli fondamentali che in Occidente hanno dato parola all'esperienza del soffrire e citando il modello greco, così si esprime: “Per la visione greca della sofferenza, è tragica la natura, in quanto antagonismo di vita e di morte; è il contrasto di una potenza divergente in sé stessa. La realtà tutta è attraversata da una antitesi radicale: la distruzione è inseparabile dalla generazione, la crudeltà dalla felicità. Il dolore è il prezzo da pagare per la gioia dell'esistenza ed è inevitabile, è una volontà che non dipende da nessuna volontà superiore, ma è una sorta di legge cosmica rispetto a cui non si dà né obbedienza né espiazione, ma si esige anzitutto la virtù del coraggio per affrontare la sofferenza, temprarsi in essa e temperarla. Nella sofferenza è vano cercare consolazione, piuttosto si tratta di acquisire in essa la sapienza necessaria per tenere bene aperti gli occhi sull'insondabile enigma dell'esistenza”.