Federigo Tozzi: violenza e desiderio di redenzione 3 - Tozzi uno e due?

Tozzi viene letto dai critici ora in chiave naturalistica, ora antinaturalistica.
Autore:
Bortolozzo, Carlo
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Come detto, le interpretazioni critiche comportano valutazioni diverse delle opere. Per riandare al saggio “fondativo” di Debenedetti, si ricorderà che il critico sottolineava l’estraneità di Tozzi al naturalismo, per collegarlo invece al nuovo romanzo europeo di inizio secolo, il “romanzo della crisi” di Joyce, Kafka e Pirandello: “Non si tratterà più dunque di una narrazione di cause e di effetti, ma di comportamenti, di modi insindacabili di apparire e di esistere. Di qui l’innato antinaturalismo di Tozzi. Il naturalismo narra in quanto spiega, Tozzi narra in quanto non può spiegare” (1).
In questa chiave, Debenedetti rivalutava fortemente il carattere sperimentale di Con gli occhi chiusi (specialmente la prima parte), mentre l’ultimo e più famoso romanzo, Tre croci, rappresenterebbe una regressione naturalistica, uno “splendido passo indietro” (2). Anche Baldacci non esita a dichiarare la sua delusione provocata dalla lettura di Tre croci, rilevando invece, in Con gli occhi chiusi, tutta la novità di Tozzi, consistente in illuminazioni, frantumi, sussulti, segni di una psicologia del profondo, collocabile in un’area prefreudiana. La nevrosi, come in tutta la grande letteratura decadente, diventa un fatto conoscitivo; l’autore “non racconta una storia, ma racconta una sua malattia, la quale consiste nell’impossibilità di capire, di prendere contatto con il mondo esterno” (3).
Per il critico, il limite di Tozzi sarebbe da imputare alla prevalenza dell’aspetto ideologico-religioso, che l’avrebbe indotto a una restaurazione stilistica evidente nei romanzi del “sessennio romano”; in questo senso, a un Tozzi “bambino” e “aideologico” della prima fase, farebbe riscontro nella seconda un Tozzi “adulto” e “ideologico”. Tale prospettiva è risolutamente respinta, anche sulla scia di recenti contributi, da Luperini, il quale legge nella poetica tozziana un’evoluzione senza rotture; sulla base di precisi rilievi sia storico-filologici che strettamente critici, egli sostiene che in Tozzi è ravvisabile una continuità, ribadita dallo stesso autore all’uscita di Tre croci; non c’è nessuna intenzione di “ritorno all’ordine”, in quanto “alla poetica del periodo romano resta del tutto estranea la tentazione di cedere alle lusinghe del plot o alle istanze di un’ideologia di tipo ottocentesco” (4).

NOTE
1. G. Debenedetti, Il personaggio uomo, cit., p. 95.
2. Id., Il romanzo del Novecento, Garzanti, Milano 1981, p.222.
3. L. Baldacci, Tozzi moderno, cit., p.34.
4. R. Luperini, Federigo Tozzi. Le immagini…, cit., p. 83.