Il pensiero di Chesterton - L'uomo naturale e l'enigma del mondo 2 - La realtà del reale

Autore:
Platania, Marzia
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Il fatto che il mondo, il reale sia sostanzialmente e irrimediabilmente l'Altro-da-sé è per la ragione uno scandalo difficile da tollerare; nell'ansia, che la costituisce e cui non può abdicare, di ricondurre tutto ad un unico principio che tutto spieghi, la ragione è vittima di due errori opposti: ridurre sé stessa alla materia e alla natura o ridurre la realtà al pensiero; da un lato quindi l'errore materialistico ed evoluzionistico e dall'altro l'errore idealistico e scettico. Invece secondo quel concetto di ragione aperta e vigile, allenata al paradosso, che abbiamo delineato, occorre invece tenere ferma l'intuizione originale di questa alterità fastidiosa, scandalosa, ma reale. Per quanto infatti la ragione, in una immagine di Chesterton, digerisca il duro cibo della realtà, pur rimane sempre una opacità ultima, un residuo che rifiuta di farsi dissolvere e che testimonia questa radicale alterità. Sul suggerimento di quell'intuizione della realtà come sorpresa e per la necessità di trovare le ragioni perché questa intuizione fosse sostenibile, Chesterton fece ricorso al realismo metafisico di S. Tommaso d'Aquino come l'unica filosofia capace di tenere insieme e spiegare i due fattori dell'esperienza, ragione e realtà.

Secondo l'Aquinate, l'oggetto diviene una parte della mente; anzi, secondo lui la mente invero diventa l'oggetto. Ma, come rileva acutamente un commentatore, diviene soltanto l'oggetto, non crea l'oggetto. In altre parole l'oggetto è un oggetto; può esistere, e difatti esiste, al di fuori della mente o in assenza della mente. E pertanto allarga la mente di cui diviene parte. La mente conquista una nuova provincia, come un imperatore; ma soltanto perché ha risposto al suono del campanello, come un servitore. La mente ha aperto le porte e le finestre, perché la naturale attività di chi sta all'interno della casa è quella di scoprire cosa vi sia all'esterno. Se la mente basta a sé stessa, è insufficiente per sé stessa. Per questo occorre che si nutra del fatto in sé stesso; come un organo, ha un oggetto che é oggettivo, Il nutrimento dello strano duro cibo della realtà. (GKC, San Tommaso d’Aquino, pagg. 153-154)

Accettare la definizione di verità come Adaequatio intellectus ad rem non è per Chesterton un atto di omaggio alla autorità, ma un atto dovuto all'uomo, che giustifica anche il suo proprio aderire all'ortodossia cattolica, perché questa è l'unica filosofia che possa garantire all'uomo la possibilità di compiere realmente una esperienza.

La mente non è solo ricettiva, nel senso che assorbe le sensazioni in un modo simile alla carta assorbente, con quella specie di arrendevolezza su cui è basato tutto quel materialismo codardo che concepisce l'uomo come un essere completamente asservito al proprio ambiente. D'altro canto la mente non è solo creativa, nel senso che dipinge quadri sulle finestre e poi li confonde con il paesaggio esterno. Ma la mente è attiva [...] E' questo che dà a tale concezione della vita una qualità indefinibilmente virile e anche avventurosa [..] L'essenza del buon senso tomistico è che due agenti sono all'opera: la realtà e il riconoscimento della realtà, e il loro incontro in una specie di matrimonio.
Difatti è proprio come un matrimonio, perché è fecondo, la sola filosofia ora presente che sia feconda. Produce risultati pratici, soprattutto perché é la combinazione di una mente avventurosa e di una realtà estranea
. (Id. Ibid. pag. 154)

L'importanza che Chesterton riconosce alla filosofia tomistica e alla sua ripresa contemporanea è proprio la possibilità di giustificare l'esperienza normale dell'uomo: S. Tommaso
Nei fatti, come nella maggior parte delle cose, diceva quello che avrebbe detto il senso comune, se nessun eretico intelligente lo avesse mai disturbato. (Id Ibid. pag. 146)