Il pensiero di Chesterton - L'uomo naturale e l'enigma del mondo 11 - La Gioia Condizionale

Autore:
Platania, Marzia
Fonte:
CulturaCattolica.it
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La fragilità sottomette la felicità umana, e quindi la positività del reale, ad una condizione. Questo è il secondo principio della filosofia del giardino delle fate, che ci introduce al problema del male.
Eccoci al secondo principio della filosofia delle fate.
Ognuno può verificarlo leggendo le novelle delle fate dei Grimm o le belle raccolte di Andrew Lang. Per il gusto della pedanteria lo chiamerò il principio della Gioia Condizionale. Touchstone parlava della molta virtù racchiusa in un se: secondo l'etica degli elfi tutte le virtù consistono in un "se". La nota saliente di ogni decreto delle fate è sempre questa: "Tu puoi vivere in un palazzo d'oro o di zaffiro, se tu non dirai mai la parola vacca"; oppure "Ti è concesso di vivere felicemente con la figlia del Re, se non le mostrerai mai una cipolla". Tutte le cose vertiginose e colossali che sono permesse dipendono da una piccola cosa che è vietata. Tutte le cose pazzesche e turbinanti che nelle novelle vagano in piena libertà dipendono da una cosa che è proibita
. (GKC., Ortodossia, pag. 76)
Il mondo privo di fatti scientifici del giardino delle fate testimonia così di non essere e non poter essere un mondo privo di leggi, abbandonato al capriccio e alla arbitrarietà assoluta. Anche in esso la felicità non è assoluta, ma sottoposta al peso di una condizione. Chesterton polemizza su questo aspetto con il grande poeta irlandese suo contemporaneo, W.B. Yeats, che in contrapposizione al materialismo imperante era famoso proprio per sostenere la realtà delle fate. Le fate non sono sinonimo di infantilismo e di frivolezza: sono il portavoce di una visione del mondo che è sostanzialmente razionale, sono il paradigma della ragione. Yeats usando le fate per portare avanti le sue rivendicazioni di ordine politico disconosce la loro realtà più profonda, la loro lezione più ricca di suggestioni, proprio perché ne fa degli esseri senza legge:
Pare impossibile ma W.B. Yeats non capisce il paese delle fate. Debbo pur dirlo: è un irlandese ironico pieno di reazioni intellettuali; non è abbastanza stupido per capire il paese delle fate. (GKC, Ortodossia, pag. 77)
Yeats non è abbastanza stupido, vale a dire semplice, per capire il paese delle fate, proprio perché è un intellettuale; manca dell’umiltà necessaria a guardare le cose come sono, a guadagnare il punto di vista sottosopra adeguato.
Yeats scopre nel mondo degli elfi la legittima insurrezione della sua razza; ma l'illegalismo dell'Irlanda è un illegalismo cristiano, fondato sulla ragione e sulla giustizia. II feniano si ribella contro qualche cosa che egli capisce anche troppo bene; il vero cittadino del paese delle fate obbedisce a qualche cosa che egli non capisce affatto. (Id. Ibid.)
Non solo nel paese delle fate esiste una legge, che è la legge della mistica condizione, ma essa è ancora più arbitraria e incomprensibile di quanto siano le leggi umane. Esprime infatti un mistero connesso alla stessa natura umana:
Nelle novelle delle fate una incomprensibile felicità riposa su di una incomprensibile condizione; si apre una scatola e ne traboccano tutti i mali; si dimentica una parola e periscono delle città; si accende un lume e l'amore vola via; si coglie un fiore e delle vite umane sono spente; si mangia una mela e si perde la speranza in Dio. (Id. Ibid.)
Notiamo come qui la tematica della mistica condizione denunci il suo stretto legame con la tematica della caduta, nell'accenno alla biblica mela. Ciò che occorre sottolineare è che il legame che unisce la felicità alla sua condizione è un legame mistico, vale a dire che ha attinenza col mistero, oltrepassa la sfera della semplice ragione.
La felicità dipende dal non fare qualche cosa, che si potrebbe fare in qualsiasi momento e che spesso non si capisce perché non si faccia. (Id. Ibid. , pag. 78)
La natura della condizione è di essere una rinuncia e una rinuncia è per la ragione uno scandalo proprio perché essa concepisce immediatamente il possesso della realtà come una positività. La ragione tende naturalmente verso le cose. La positività del reale promette all'uomo la possibilità di un compimento, che chiamiamo felicità. Ma questa positività è attraversata da una segreta debolezza che è la sua stessa insufficienza e caducità, ed è questa che si esprime nella necessità, illustrata dal mondo paradigmatico delle fate, di una condizione per essere felici. La felicità è frutto di una fatica, di una rinuncia.
La forma più conveniente di ringraziamento consiste nel sapersi umiliare e frenare; noi dovremmo ringraziare Dio per la birra e il Borgogna, non bevendone troppo. (Id. Ibid. pag. 90)