1 - Il rapporto padre/figlio

L'educazione in alcuni romanzi di Chaim Potok
Autore:
Acerbi, Clemi
Fonte:
CulturaCattolica.it

Così Potok ha detto al Meeting per l'amicizia tra i popoli nel 1999: "Per quanto concerne l'infinito, o il trascendente, tre sono le cose che vorrei evidenziare: innanzitutto che non posso parlarne, sono pochissime le persone che sono state in grado di parlarne con credibilità, che sono state in grado di descrivere esperienze con Dio, che descrivono Dio, l'infinito o il trascendente. Ciò di cui possiamo parlare è il rapporto fra Dio e l'essere umano, è questo l'aspetto di cui possiamo parlare, questo rapporto è un dato di fatto. Se potessi parlare di Dio, significherebbe che io sono Dio, mentre non lo sono: sono un essere umano.

In secondo luogo devo dire che nessuno, assolutamente nessuno, ha il monopolio dell'esperienza con Dio. Infine - ed è la terza cosa - negare la possibilità di quest'esperienza di Dio, equivale a negare uno degli elementi fondamentali della nostra natura umana. Sono uno scrittore, uno scrittore di storie, e come scrittore vorrei raccontare alcune esperienze: i miei incontri con ciò che noi chiamiamo l'infinito o il trascendente..."


Scrittore ebreo americano morto alcuni anni fa, Potok nei suoi romanzi rivolge gran parte della sua attenzione al mondo ebraico contemporaneo, facendolo conoscere anche ai lettori non ebrei. Alcuni suoi romanzi hanno al centro le comunità ebraiche americane, soprattutto quelle chassidiche; altri si occupano della recente storia degli ebrei nell'Europa orientale, con particolare riguardo alla Russia.
Protagonisti di molte sue opere narrative sono bambini che diventano grandi e giovani che devono affrontare le scelte decisive della loro vita, la vocazione. Pertanto è possibile trarre molti spunti sul tema dell'educazione, anche se non viene mai trattato esplicitamente.
In questa occasione l'attenzione sarà rivolta fondamentalmente a quattro romanzi di ambiente comune: Danny l'eletto (1967), La scelta di Reuven (1969), Il mio nome è Asher Lev (1972) e Il dono di Asher Lev (1990).
Le comunità chassidiche, al centro di questi romanzi, nate nel XVIII secolo in Polonia ed emigrate in tempi recenti, sono fortemente coese, legate all'osservanza dei comandamenti e alle tradizioni. Le famiglie abitano vicine (una zona di Brooklin), in quartieri sorti intorno a un rebbe, che non è solo il rabbino capo della comunità, ma la indiscussa guida di ciascuno, venerato come un santo, un tramite con Dio (tzaddik). La carica di rebbe è solitamente ereditaria. I chassidim frequentano la stessa sinagoga; mandano i bambini nelle scuole da loro fondate, in cui si studiano le materie normali (sono in America!), ma l'importanza maggiore è data alla Torah e al Talmud; vanno in vacanza nelle stesse località, ecc. Gli uomini sono sempre vestiti di scuro, con il cappello scuro e le frange rituali sotto la camicia; portano la barba e i boccoli ai lati del capo. Molti nelle festività indossano un colbacco e abiti di foggia antica. Le donne portano sempre abiti con le maniche lunghe e una parrucca per nascondere i capelli. Il sabato e le feste sono un momento fondamentale nella vita delle famiglie e della comunità.
Nel quinto anno dopo la fine della seconda guerra mondiale, il quartiere di Williamsburg a Brooklin, in cui risiedevano molti ebrei ortodossi e alcune comunità chassidiche, cambiò completamente per l'arrivo degli scampati dai campi di concentramento. Si cominciò a sentire il clima, la rigidezza, l'oscurantismo dei ghetti dell'Europa orientale. (cfr. La scelta di Reuven, Introduzione, pp. 188-189, p. 241).
La coesione e l'attaccamento alle tradizioni delle comunità possono essere di grande aiuto per il singolo, che si trova un alveo in cui crescere e vivere, ma anche creare tensioni e problemi.


Il rapporto padre-figlio


I primi punti di riferimento per i bambini che crescono sono naturalmente i genitori, in particolare il padre. È il padre che introduce il bambino nella vita della sua comunità. Il padre si impegna sempre al massimo nel suo lavoro, ma quando può dedica molta attenzione al figlio, in particolare durante il sabato.


Il caso del rapporto più positivo e sereno è quello tra Reuven Malter e suo padre David, nei romanzi Danny l'eletto e La scelta di Reuven. Sono ebrei ortodossi ma non chassidim, aperti alla modernità. Il signor Malter è sempre molto impegnato come professore di talmudismo, scrittore, attivista sionista, ecc., ma dedica sempre un momento della sera a fare due chiacchiere con Reuven. Il sabato lo trascorre a casa e studia il Talmud con il figlio. Lo consiglia di diventare amico di Danny Saunders, perché, come è scritto nel Talmud, l'uomo per il proprio bene deve cercarsi due cose: un maestro e un amico.
Per Reuven le cose si complicano con l'arrivo nella sua facoltà rabbinica di un insegnante proveniente dall'Europa orientale, Rav Kalman, non chassid ma ultraortodosso, rigidissimo, collerico, strenuamente contrario ai metodi moderni di analisi e confronto testuale seguiti per esempio da David Malter. Egli crea nella scuola una situazione di grande tensione e vuole imporre a Reuven di seguire il metodo tradizionalista di studio del Talmud e non quello del padre, se no non gli concederà l'ordinazione rabbinica. Reuven non vuole comunicargli una scelta teorica, ma vuole fargli vedere, durante l'esame, come affronterà l'argomento concreto che gli verrà proposto, usando il metodo più moderno che ritiene più adeguato.
Si può dire dunque che, anche in una situazione ideale di rapporti, indirettamente il padre può creare al figlio dei grossi problemi.


Danny Saunders, l'altro protagonista dei due romanzi citati, è un chassid, anzi, è il figlio del rebbe della sua comunità ed è destinato a succedergli nella carica (per questo nel titolo è l'eletto). È intelligentissimo, impara tutto con sorprendente velocità ed ha la irresistibile esigenza di uscire dai ristretti confini della cultura della sua comunità, dedicandosi a studi da essa proibiti, considerati pagani, come per esempio la psicologia.
Il rabbino Saunders ha scelto un modo particolare di educare il figlio, seguendo la tradizione della sua famiglia: il silenzio. Gli parla solo il sabato, solo del Talmud, quando lo studiano insieme. Reuven trova detestabile questo sistema e dirada i rapporti con la famiglia Saunders.
Tra padre e figlio Saunders si crea una forte tensione: con il passare degli anni Danny sente di non avere la vocazione di rebbe, ma quella di psicologo, non può parlarne con il padre e teme la sua collera. Decide comunque di fare domanda di iscrizione ad alcune Università e le lettere di risposta non possono non essere notate dal padre.


Ne La scelta di Reuven c'è un'altra coppia padre-figlio: Abraham e Michael Gordon. Il padre, Abraham, è un diverso tipo di ebreo americano: era stato educato nell'ortodossia, ma aveva poi smesso completamente di prendere sul serio la sua religione.
E nondimeno, strano a dirsi, scoprì che gli era impossibile abbandonare i rituali della tradizione. L'intera struttura teologica su cui si basavano i rituali si era disintegrata, ridotta a uno scherzo: la creazione in sei giorni, la Rivelazione, i miracoli, un Dio personale – tutto quanto, insomma. Ma i rituali – in particolare la preghiera, la kasheruth, lo Shabbat e le altre festività – possedevano ai suoi occhi un valore intrinseco (…). Poi abbandonò anche i rituali. Dopo la shoà però, raccontava, «Giocai d'azzardo. Scommisi che nella tradizione c'erano forza e profondità sufficienti a consentirmi di trasformarla in qualcosa di più di un raccontino biblico ad uso della scuola domenicale. Il fondamentalismo non mi faceva gola. Volevo che l'ebraismo americano diventasse tale che una persona intelligente avrebbe dovuto prenderlo sul serio; tale che, lungi dal riderne, avrebbe desiderato amarlo [1]».
Sceglie dunque di diventare professore di pensiero ebraico al Seminario Zachariah Frankel, considerato eretico dagli ultraortodossi. Ogni suo libro o articolo è oggetto di violenti attacchi da parte dei critici ortodossi. Egli raccoglie tutti quegli articoli in quello che chiama l'album dell'odio. Rav Kalman è uno dei suoi più strenui avversari. Michael, il figlio adolescente, soffre di gravi disturbi psichici, viene ricoverato e curato anche da Danny, che sta iniziando la sua professione. Durante l'analisi emerge che una delle cause del suo male è proprio il conflitto del padre con altri ebrei: egli pertanto si trova ad amare e odiare l'ebraismo, amare e odiare il padre che lo mette in questa situazione di tensione (i critici infatti condannano Gordon, senza specificare il nome, è dunque come se condannassero lui).


In Il mio nome è Asher Lev il piccolo Asher sente prepotentemente la vocazione di pittore (un misterioso dono). Nella sua comunità chassidica la pittura è tollerata al massimo come arte decorativa, ma è considerata un'attività pagana. Anche a scuola il bambino trova un'aperta ostilità. Il padre Arieh lavora per conto del rebbe, di cui è il principale collaboratore: viaggia indefessamente per fondare e sostenere comunità e scuole in Europa e far emigrare ebrei dalla Russia sovietica. Egli non capisce e non può condividere la vocazione del figlio: dopo aver tollerato nell'infanzia il suo continuo disegnare, poi lo rimprovera di perdere tempo o addirittura di dedicarsi ad una attività che viene "dall'altra parte", dal demonio. La madre cerca di mediare, ma la tensione è molto forte.


Come si vede da questi esempi, padri e figli si causano reciprocamente difficoltà e sofferenze, seppure involontariamente e indirettamente. Ma il compito dell'educazione è evitare le sofferenze e i problemi? La sofferenza nasce da una colpa del genitore o del figlio, o è qualcosa di indipendente e di inevitabile? I genitori si sentono spesso quasi artefici o responsabili della "felicità" o almeno della serenità dei figli e quando sorgono dei problemi sono subito pronti a sentirsi in colpa, a chiedersi: dove ho sbagliato?
In questi romanzi invece emerge che la funzione educativa del genitore non sta nell'evitare al figlio i problemi, ma soprattutto nel vivere fino in fondo la propria vocazione e di essere in questo un esempio.


Note


[1] Chaim Potok, La scelta di Reuven, Garzanti, 1992, p. 280 – 281.