Fra Galdino e l’“insopportabile” Manzoni

Fonte:
CulturaCattolica.it
Vai a "Ora della bellezza"
Clicca per ingrandire

C’è (sempre) qualche collega che storce il naso di fronte al programma ministeriale che prevede, al biennio, la lettura dei Promessi Sposi. Non è per noia, no. Chi ama la letteratura non si annoia a leggere e rileggere le stesse pagine; a spiegare e rispiegare gli stessi autori. Non si annoia perché in quelle pagine, in quegli autori, o lui o i suoi studenti trovano sempre qualcosa di nuovo, di diverso, di straordinariamente contemporaneo. Quando ami qualcuno ogni incontro è come la prima volta.
Non è per noia, dunque.
Molti vorrebbero sostituirlo con un testo più “moderno”, più vicino alla sensibilità (?) dei tempi. Vogliamo rimanere sul romanzo storico? Vogliamo restare sull’Ottocento? Bene. Allora leggiamo Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, dicono. Più progressista, più risorgimentale. Laico, finalmente!
E basta con ’sta storia della Provvidenza! Homo faber fortunae suae. Questo deve insegnare la scuola del Duemila. E aboliamolo, dunque, una buona volta, questo Manzoni “paternalista” che sbacchetta la folla scomposta di Milano, anticipatrice degli odierni indignados, e fa riflettere, invece, sulla forza dirompente che può avere un popolo spinto all’azione non dalla rabbia, non dall’istinto, ma da un Ideale.
E così, facendosene un baffo dei programmi ministeriali e trincerandosi dietro la “libertà di educazione”, alcuni docenti ne saltano in blocco la lettura e propongono Benni, o Moccia, definendoli più “appetibili”, più vicini ai problemi, al parlare e al sentire dei “ggiovani”.
Altri si turano il naso e spiegano qualche capitolo dell’opera manzoniana perché “si deve”, senza però risparmiare frecciatine a destra e anche a manca. Praticamente su ogni personaggio e in ogni capitolo. Lucia, tanto per fare un esempio. Giurassica. Nessuna rivendicazione femminista; neanche una-volta-una (e sì che il romanzo è lungo!) che se ne esca – che so – con la frase, urlata: “l’utero è mio e lo gestisco io”, ma che in compenso – horribile dictu – nell’epoca giustizialista in cui viviamo ha la sfrontatezza di ricordarci che “Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia”. Politicamente scorrettissima e quindi in-sop-por-ta-bi-le! Aberrante. Anche se Manzoni l’ha chiamata Lucia, che vuol dire “luce”. Anche se è stata lo strumento di cui si è servito Dio per far cambiare vita all’Innominato (“convertire” non si può dire. Puzza troppo di Chiesa. La vulgata di moda è: “prima” era cattivo, “poi” è diventato buono). Sic est... sic! (Che non è singhiozzo).
Dato, però, che nelle mie classi ci sono io, di quel che accade nelle mie classi racconterò. E cioè del gusto che proviamo nel leggere I Promessi Sposi e nell’incontrare tutti i personaggi di quest’opera straordinaria e, oggi, di una cosa bella accaduta, a dimostrazione che è proprio vero ciò che ha scritto Manzoni: “La c’è, la Provvidenza!
La c’era” nel Seicento (epoca in cui il romanzo è ambientato), “la c’era” ed agiva nell’Ottocento (epoca in cui Manzoni è vissuto e si è convertito – lo dico perché è letteralmente, indiscutibilmente vero: è diventato cattolico, non “buono”), “la c’è, la Provvidenza” oggi: mercoledì 23 novembre 2011. Testimoni i miei studenti.

Ecco la cronaca. Càpita, oggi, che mi trovi a leggere, con i ragazzi, il capitolo terzo e l’episodio di Fra Galdino (a cui rimando, proponendo l’acuta analisi di Maria Vittoria Pinna). Bene. Mentre sto leggendo il suo racconto relativo al “miracolo delle noci” e la conclusione, splendida: “Noi siamo come il mare, che riceve acqua da tutte le parti e la torna a distribuire a tutti i fiumi”, penso che sabato 26 ci sarà la “XV giornata nazionale della Colletta alimentare”. Niente di “calcolato”, davvero. E’ capitato e basta. Provvidenzialmente, direbbe Manzoni. Sottoscrivo: capitolo giusto al momento giusto.
Arrivata al termine del racconto del miracolo delle noci, siccome o la letteratura, la scuola, c’entra con la vita, o non interessa a nessuno, non solo mi aggancio al presente ed approfitto per spiegare agli studenti le caratteristiche e il significato del gesto concreto di solidarietà che avrà luogo il 26, ma, insieme, ci chiediamo - partendo da ciò che abbiamo letto - se c’è una peculiarità nel “volontariato” cattolico o se generosità, filantropismo e caritas sono, in fondo, la stessa cosa.
Non do la risposta. Ciascuno, per le esperienze di volontariato viste o vissute, prova a dire la sua. Ascoltati loro ed appuntate alcune riflessioni alla lavagna, riassumo, per come le ricordo, le parole che Papa Benedetto ha rivolto il 10 novembre nel corso dell’incontro con i volontari cattolici europei promosso dal Pontificio Consilium Cor Unum, che, qui di seguito, riporterò invece alla lettera, nei suoi passaggi più significativi.
“Per i cristiani, il volontariato non è soltanto espressione di buona volontà”, aveva esordito il S. Padre. “È basato sull'esperienza personale di Cristo. Fu il primo a servire l'umanità, diede liberamente la sua vita per il bene di tutti. Quel dono non si basava sui nostri meriti. Da ciò impariamo che Dio dona se stesso a noi. Inoltre: Deus caritas est - Dio è amore, per citare una frase della Prima Lettera di Giovanni (4, 8) che ho scelto come titolo della mia prima Lettera Enciclica. L'esperienza dell'amore generoso di Dio ci sfida e ci libera per adottare lo stesso atteggiamento verso i nostri fratelli e le nostre sorelle: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10, 8)”
“Di certo”, aveva aggiunto nel corso dell’udienza Benedetto XVI, “il lavoro dei volontari cattolici non può rispondere a tutte le necessità, ma ciò non ci scoraggia. Né dovremmo lasciarci sedurre da ideologie che vogliono cambiare il mondo secondo una visione puramente umana. Il poco che possiamo riuscire a fare per alleviare i bisogni umani può essere considerato come il buon seme che germoglierà e recherà molti frutti. È un segno della presenza e dell'amore di Cristo che, come l'albero del Vangelo, cresce per dare riparo, protezione e forza a tutti coloro che ne hanno bisogno.”
E così aveva concluso: “Oggi, il lavoro di volontariato come servizio di carità è divenuto un elemento universalmente riconosciuto della nostra cultura moderna. Ciononostante, le sue origini sono ancora visibili nella particolare sollecitudine cristiana per la tutela, senza discriminazioni, della dignità della persona umana creata a immagine e somiglianza di Dio. Se queste radici spirituali vengono negate o oscurate e i criteri della nostra collaborazione divengono meramente utilitaristici, quel che c'è di più caratteristico nel servizio che offrite rischia di andare perduto, a detrimento della società nella sua interezza.”
Abbiamo aggiunto anche le riflessioni del Papa, alla lavagna, e come sempre sono servite per “chiudere il cerchio”, per fare chiarezza e ricordarci il senso del tempo che dedichiamo agli altri; delle opere di carità che compiamo non per “buona volontà”, non per “generosità”, ma per sovrabbondanza di bene ricevuto, nel desiderio di imparare a guardare gli altri come sentiamo di essere guardati ed amati noi.
Sabato nuovi ragazzi parteciperanno per la prima volta al gesto della Colletta alimentare.
Grazie al tanto vituperato Manzoni. Grazie alla Provvidenza (“La c’è!”), che, oggi, ci ha fatti incontrare fra Galdino: personaggio semplice ed umilissimo che, nel terzo capitolo, ci ha ricordato chi siamo e qual è il nostro compito. “Siamo come il mare, che riceve acqua da tutte le parti e la torna a distribuire a tutti i fiumi.

File allegato