Le teorie sul genere 1 - L'approccio medico e il movimento femminista

Presentando su questo sito alcune suggestioni dei testi di F. Hadjadj, ho avuto modo di far sapere che a Friburgo, in Svizzera, c’è l’interessante Istituto Universitario che egli dirige (per saperne di più www.philanthropos.org). Si tratta di un anno aperto alla fascia giovanile dai diplomati liceali in su, impostato sulla vita comunitaria, sulla condivisione, sulla preghiera e sullo studio per declinare la fede (che lì, durante tutto l’anno, vuole essere vissuta concretamente) nella cultura di oggi. Si potrebbe dire che la regola di questo anno universitario è: «prega e studia».
Recentemente ho partecipato a Philanthropos ad un modulo aperto ad uditori esterni sul tema della questione dei genere, intitolato appunto «La teoria del genere» Il docente, il Prof. Thibaud Collin, ha dedicato molto tempo delle due giornate all’analisi attenta del dibattito su tale questione. Mi hanno colpito sia l’attenzione e l’obiettività con cui è stata analizzata questa posizione, sia la capacità di cogliere la portata della sfida, dato che questa teoria ha già permeato la nostra cultura occidentale. A conferma leggo notizie come quelle riportate da Mauro Magatti sul Corriere del 6-4-2014 (l’Alta Corte australiana riconosce il diritto di essere indicati come sessualmente neutri, in una scuola di Stoccolma si propone un modello educativo sessualmente neutro, senza ad es. pronomi maschili o femminili), infine c’è la notizia della decisione della Consulta italiana che liberalizza la fecondazione eterologa. Tutto questo impone una consapevolezza della posta in gioco.
Provo dunque a riassumere gli spunti più interessanti del modulo e li collego con osservazioni e giudizi che ci sono più «geograficamente» vicini (da Carmine De Martino a Francesco Botturi). Trovo infatti commovente che la vicinanza non sia affatto solo geografica, cioè ci sia un interessante convergere di una cultura cristiana d’oltralpe con una cultura cristiana italiana. Complessivamente queste suggestioni sono raggruppate in tre parti:
A) Le diverse teorie sul genere
B) La questione antropologica che è sottesa
C) Come vivere la sfida, alcune indicazioni
Autore:
Laguri, Innocenza
Fonte:
CulturaCattolica.it
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DIETRO AL DIBATTITO SUL GENERE: UNA GRANDE QUESTIONE ANTROPOLOGICA

A- Le teorie sul genere. Tre tappe.

La nozione di genere appare al summit sulle donne di Pechino del 1995 in concomitanza con quelli che l’Onu ha chiamato «diritti riproduttivi » cioè il diritto alla contraccezione e all’aborto. Dunque il termine nasce con un punto di vista militante.
In realtà non c’è LA teoria, nel senso di una sola, ci sono invece più studi sul genere. Ma tutti pongono una grande sfida: la questione della identità umana e di quella sessuale, di come gli uomini si rapportino tra loro e di come gli uomini e le donne hanno organizzato a poco a poco la loro relazione, di cosa voglia dire essere una persona sessuata. In altri termini le varie teorie sul genere ci pongono una questione antropologica, politica ed etica.

La prima tappa: un approccio medico
La prima tappa consiste in un una approccio medico. Nel 1950, davanti a una questione patologica, alcuni medici distinguono tra sesso e genere, si trovano infatti davanti a due casi di ermafroditismo, cioè di dubbio sulla identità sessuale a livello genetico, ormonale, genitale, l’altro a livello psicologico. In ogni caso, essendo in dubbio l’identità sessuale è in dubbio l’identità personale. E dunque la questione educativa. Il secondo caso non aveva nulla a livello fisico, era un individuo che, pur essendo maschio, si sentiva femmina. I medici, considerando queste delle patologie, arrivano a fare una distinzione tra quello che è il dato sociale (per esempio il tipo di educazione) e il dato biologico. Qui intervengono e confliggono diversi approcci disciplinari: la sociologia, la psicologia, la biologia. I medici distinguono tra sesso biologico e genere, dove il nome genere sottolinea la valenza psicologica e sociale nella formazione dell’identità.

La seconda tappa: l’uso della distinzione tra sesso e genere da parte del movimento femminista.
Negli anni ’70 viene recuperata la distinzione tra sesso e genere da parte della sociologia critica che viene utilizzata dal movimento femminista per denunciare e dimostrare l’alienazione, lo sfruttamento delle donne.
Tale dominazione degli uomini sulle donne si appoggia sulle differenze biologiche dei sessi, si ritiene che, poiché c’è una differenza biologica, è normale che vi sia anche una differenza sociale. La differenza viene legittimata con una perfetta continuità tra anatomia, vita psichica e ruolo sociale.
Ora le femministe negano questa continuità e affermano che non è perché la donna ha l’utero che deve occuparsi della casa. I ruoli sociali non sono iscritti per sempre, sono variabili, si possono decostruire e ricostruire (è il costruttivismo).
La cosiddetta norma viene dunque posta sotto accusa: la norma è imposizione, bisogna emancipare gli uomini e le donne dagli stereotipi che li pongono in ruoli di differenza e di potere. Sono differenze costruite, costringenti e contingenti.
Simone de Beauvoir, nel famoso testo Le deuxième sexe, dice che il dato materiale biologico non ha nulla da dire circa i ruoli sociali, il dato va usato come un materiale per fare della propria vita un’opera d’arte.