6 Giugno. Cavour e la rilettura necessaria del Risorgimento

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Oggi il 6 giugno del 1861 muore a Torino uno dei protagonisti del Risorgimento Camillo Benso, conte di Cavour.
Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Isolabella e di Leri, più semplicemente noto come Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861), è stato un politico italiano, protagonista del Risorgimento nella veste di capo del governo del Regno di Sardegna e successivamente in quella di primo Presidente del Consiglio del Regno d'Italia.

Nella vulgata ormai affermata sul Risorgimento è Cavour il vero artefice dell’unità d’Italia. Vediamo di delineare tale intreccio dominante, seguendo la falsariga dell'esposizione di Rosario Romeo, il suo principale biografo. (cfr. la voce biografica di Cavour su Wikipedia)

a) Le origini del Risorgimento.
Dopo i vivaci dibattiti del passato (non dimentichiamo che una delle questioni aperte della ricerca storiografica in età fascista riguardava proprio la possibilità di vedere nel R. un processo originale e autoctono che si appoggiava alla casa regnante dei Savoia) si e' creata una vera unanimità nel rintracciare le origini del R. proprio nei fermenti introdotti nell'ultimo decennio del XVIII secolo dalla rivoluzione francese, sia direttamente attraverso la propaganda, sia indirettamente attraverso la reazione agli abusi dell'occupazione francese da parte degli stessi patrioti e giacobini italiani.
L'aspirazione alla realizzazione di un'Italia una, libera e indipendente sarebbe cioè nata differenziandosi nettamente "dalle spinte xenofobe antifrancesi a carattere sanfedistico e dai disegni di unificazione politico-diplomatica della penisola che erano stati in varia forma avanzati già durante l'antico regime".

Che tale separazione fosse in realtà netta e visibile lo si può ragionevolmente dubitare proprio in forza dello stesso dibattito storiografico, risoltosi nel secondo dopoguerra non già in forza dell'avvenuta rilettura di documenti e fonti ma per l'imposizione di uno schematismo ideologico che accomunava, contro il fascismo, le varie scuole storiografiche facenti capo alle famiglie ideologiche che avevano animato la resistenza.
Possiamo perciò avanzare l'ipotesi che la consapevolezza dell'idea nazionale, almeno dal punto di vista dell'originalità italiana nel contesto europeo, fosse già viva prima dell'occupazione francese e che quest'ultima abbia costituito l'elemento dialettico che, in unità con l'influsso delle idee romantiche molto presenti a livello europeo, le permise di animare i sentimenti e i progetti della maggior parte degli italiani nella riscoperta delle proprie radici nazionali.

b) Le varie tappe.
- Il primo momento significativo della vicenda risorgimentale e' collocato - perciò - nel periodo che va dal Napoleone ai moti del 1831.
In quegli anni, ma soprattutto nei moti piemontesi (e lombardi) del 20-21, ma anche in quelli napoletani, si deve leggere il momento in cui, per la prima volta con chiarezza, si coniugano le istanze liberali con quelle nazionali.

- Un secondo momento, molto più decisivo, e' dato dai moti del 1830-31 e dall'attività' del Mazzini come grande educatore e maggior artefice della coscienza nazionale. Suo merito fu quello di diffondere il patriottismo anche in quegli ambienti che non si riconoscevano nella sua proposta politica repubblicana e democratica, di far maturare la consapevolezza che l'indipendenza non poteva essere conquistata grazie ad un'azione diplomatica rivolta ad acquisire la protezione delle potenze europee, ma solo per l'iniziativa della nazione italiana intera, che aveva una precisa missione da realizzare nei confronti dell'Europa e del mondo.(cfr. in questo senso l'ideale della terza Roma).

- L'ulteriore momento della vicenda e' dato dalla resistenza che al progetto mazziniano oppone la realtà delle classi dirigenti negli stati italiani, classe di proprietari fondiari che non volevano rompere con la tradizionale società contadina e con le istituzioni sociali e politiche che ad essa erano collegate e che avrebbero voluto realizzare le aspirazioni liberali e nazionali nate dal nuovo contesto, muovendosi entro i confini segnati dalle realtà politiche e sociali esistenti: il momento d'incontro tra le due istanze e' rappresentato, negli anni che precedono il 48, dal moderatismo.

- Sarà il 48 - dunque - che si incaricherà di rivelare da una parte la fragilità del progetto moderato e la sua strutturale impossibilità ad uscire dai ristretti confini di interessi particolari, incapace di muoversi verso un obiettivo unitario e dall'altra il velleitarismo dei democratici, estranei e separati da quel mondo contadino che costituiva la gran parte della nazione italiana.

- Il decennio seguente (chiamato "di preparazione") di conseguenza manifesta la necessità della nuova leadership, quella del conte di Cavour, capace con la sua genialità politica di utilizzare nella realizzazione dell'obiettivo finale della monarchia costituzionale unitaria, sia l'aspirazione egemonica della monarchia sabauda, sia gli interessi di politica estera di Francia e Inghilterra, sia la spinta democratica mazziniana attraverso l'uso abbastanza spregiudicato del garibaldinismo.

- L'esito finale è quello di uno stato nazionale "debole" rispetto alle aspirazioni dei patrioti, che manifesterà immediatamente le contraddizioni che stanno all'origine ai vari revisionismi (dualismo Nord-Sud, estraneità delle masse popolari contadine e operaie, rottura stato/Chiesa cattolica, ecc..) e che rappresenta però il massimo che si potesse raggiungere nelle condizioni storiche del tempo, dimostrandosi comunque capace di avviare e realizzare il processo di modernizzazione del Paese.

- Il nuovo Stato, espressione della classe dirigente moderata, avrà il merito storico di instaurare e consolidare "una struttura politico-sociale ed economica largamente in anticipo sullo stadio di sviluppo raggiunto dal paese, proponendogli modelli di civiltà moderna che, se non comparabili a quelli realizzati nei paesi più avanzati, erano tuttavia europei e moderni".

- Il massimo dell'eredità che da questo Risorgimento si può avere - una volta miseramente tramontato il sogno fascista di sedere in modo permanente nel consesso delle grandi potenze - è dato dalla "convinzione di poter avere nel quadro del mondo e della civiltà moderna una parte non troppo inferiore a quella dei maggiori paesi d'Europa", perdendo però la consapevolezza dei caratteri originali del nostro paese.

In questa trama narrativa la fine del Risorgimento come concreto ideale etico politico è data dalla crisi dopo la prima guerra mondiale e dal fascismo.
"Con l'avvento del fascismo fu proprio l'antica unione di patria e libertà, di monarchia e parlamento, di senso nazionale e istituzioni liberali, di patriottismo e di solidarietà con la grande corrente della libertà moderna, che era stata caratteristica del Risorgimento ad essere spezzata".
L'opposizione al fascismo (che costituì la separazione netta e definitiva tra momento nazionale e liberale del Risorgimento) rappresenta un nuovo capitolo di storia italiana non potendosi più di fatto ricollegare alla tradizione risorgimentale, ma solo al grande alveo della tradizione europea liberale o marxista.

Trama narrativa alternativa.

La trama sopra accennata, dominante nella manualistica e entrata nella memoria storica comune come consolidata, pur essendo costruita su una certa - e in un certo senso solida - tradizione storiografica mostra ad un'analisi approfondita alcuni punti deboli innegabili.

In primo luogo non potendo dare ragione della forza con cui il progetto neo-guelfo si radicò nella società italiana fino a creare, nell'opinione pubblica, il mito di un papa liberale disposto a porsi come punto di riferimento della lotta politica per la realizzazione di un'Italia unita, è costretta a minimizzare tale momento e a renderlo secondario rispetto agli altri, sottovalutando il fatto che in altri paesi (Belgio, Polonia, Irlanda, Grecia) il ruolo dei movimenti politici facenti capo all'esperienza cattolica fosse stato decisivo per la soluzione positiva della lotta.

In secondo luogo non riesce molto chiaro il motivo per cui la politica di Vittorio Emanuele e di Cavour, pur essendo espressione di gruppi abbastanza ristretti e non avendo nella società italiana del tempo un radicamento vero, prevalse sia rispetto all'alternativa repubblicana sia rispetto alla resistenza che Chiesa cattolica istituzionale e mondo contadino opponevano.
Non e' un caso che l'unico vero dibattito storiografico sia stato quello sollevato dalle tesi di Gramsci, discusse dal Romeo, sul Risorgimento come mancata rivoluzione agraria.

Le domande che seguono ci aprono allora nuovi orizzonti di ricerca e ci permettono di delineare una nuova trama narrativa.

Perché "risorgimento" e non rivoluzione?
C'è un rapporto preciso tra la situazione di oggi e le modalità con cui si e' realizzata l'unità d'Italia? C'è una filosofia dominante sottesa al Risorgimento? E' riconducibile ad una tradizione italiana? Perché la soluzione che si è imposta fu quella di Cavour e di Vittorio Emanuele II?


E' difficile sostenere che il dualismo tra Nord e Sud, la crescente polemica nei confronti dei partiti o l'indifferenza con la quale lo Stato italiano vissuto dalla gran parte dei cittadini non trovino le loro origini in quel momento storico.

Il Risorgimento risulta più comprensibile nella sua attualità se lo si colloca all'interno di quel grande sommovimento cui il diffondersi della Rivoluzione Francese con la sua radicale critica dell'Ancien regime, il contemporaneo affermarsi della cultura romantica che assume in modo nuovo il concetto di nazione e il diffondersi del processo di industrializzazione, della possibilità cioè di applicare al lavoro macchine ad energia non animale moltiplicando la capacità produttiva, avevano dato origine in Europa e nel mondo.

Vorremmo caratterizzare l'Ottocento come l'età in cui il continente europeo, preso atto della irreversibilità del processo di superamento del vecchio assetto sociale e politico, percorso dal più rilevante processo di trasformazione culturale, sociale ed economico della storia mondiale noto come "rivoluzione industriale", vive la ricerca di nuovi equilibri economici, e di nuovi assetti sociali e politici, durante i quali le diverse comunità etniche, regionali o nazionali impostano in termini nuovi il loro rapporto con le istituzioni politiche e statuali.

In questo contesto le vicende della penisola italiana e della nazione che in essa vive, divisa tra diverse realtà istituzionali e sotto la dominazione di dinastie straniere, rappresentano un'esperienza originale e per certi versi ricca di insegnamenti.
In essa infatti, a partire da un risveglio della coscienza nazionale che appartiene a pochi, si realizza un processo di unificazione politica ad opera del Regno del Piemonte e della sua classe dirigente (Cavour) sotto la spinta determinante delle potenze europee (Francia prima e Inghilterra poi) in una situazione di estraneità sostanziale delle classi popolari contadine e urbane, con la guida di una filosofia (liberalismo moderato) che, in quanto dialettica rispetto alla visione del mondo proposta dalla Chiesa Cattolica da una parte e dai nascenti movimenti operaio e contadino dall'altra, rende molto difficile quella saldatura tra nuovo stato e società, la cui mancata attuazione sta all'origine di molti problemi ancora vivi nella realtà odierna.

Poniamoci dunque nell'atteggiamento di rintracciare in questi avvenimenti non solo i "caratteri originali" in bene e in male della nostra storia, ma anche gli elementi di specificità della situazione italiana nel contesto europeo, considerando con attenzione il come e il perché si siano realizzate alcune soluzioni e non altre.
L'Italia dell'800 è in movimento sotto la spinta dei tre fattori sopra ricordati a partire da un'estrema frammentazione politica ed economico-sociale cui fanno da contraltare come elementi centripeti da un lato il senso dell'appartenenza ad una cultura nazionale in un'élite ristretta e dall'altro nella maggior parte il senso di appartenenza alla Chiesa cattolica, quella Chiesa, che nella sua più alta autorità, non poteva essere favorevole al processo di unificazione della penisola che pure il desiderio di indipendenza alimentava.

Il tratto caratteristico della situazione italiana potrebbe essere dunque sintetizzato in questi termini.
Lo sviluppo economico della penisola, caratterizzato, fino alla fine degli anni 80, dal prevalere dell'esigenza delle produzioni agricole e della loro commercializzazione (equilibrio agricolo-commerciale) rappresenta un fattore positivo nella direzione dell'unificazione del mercato semplicemente tesa ad eliminare gli ostacoli doganali; di conseguenza la coscienza politica dei gruppi dirigenti locali, soprattutto negli stati sottomessi all'Austria, sotto l'influenza decisiva della cultura liberale e del Romanticismo, si esprimeva in una sempre più avvertita richiesta di indipendenza, che si traduceva al massimo in un progetto di lotta per la Costituzione e per una Federazione di Stati, che doveva estendersi nella parte settentrionale e centrale della penisola, lasciando da parte lo Stato pontificio e il Regno di Napoli.
Il vicino Piemonte, unico regno che le ragioni della politica internazionale prevedevano autonomo dall'influenza di Vienna, era così destinato a diventare punto di riferimento naturale per tutte le lotte per l'indipendenza e per l'unità.
Non c'è dunque da meravigliarsi se scelte di protagonisti e avvenimenti interni ed internazionali portarono al prevalere dei progetti che facevano riferimento al Piemonte dei Savoia.
D'altra parte la lontananza dalle aspirazioni nazionali degli strati sociali più numerosi (i contadini) e il loro di fatto riconoscersi nella cultura cattolica, ancora drammaticamente impegnata a fare i conti con le idee e le concezioni politiche e ideologiche nate dalla rivoluzione francese e dall'età' napoleonica e identificata per una sua buona parte con le soluzioni legittimiste della restaurazione, rende il processo di realizzazione dell'unità politica fenomeno di pochi, sottoposto con maggior facilità all'influsso dei vertici politici locali e ed europei.
Il prevalere di una cultura liberale ostile al cattolicesimo come ideologia guida del Risorgimento e la sua subordinazione (cfr. Cavour) alle posizioni anglosassoni e francesi favorì la lontananza tra paese legale e paese reale che condizionò gli sviluppi successivi della nostra storia. (Estraneità del paese reale al paese legale, dualismo economico tra aree industrializzate e aree periferiche, forte caratterizzazione in senso ideologico dello Stato, ruolo indispensabile dell'istruzione statale ai fini dell'acculturazione del popolo, lontananza del mondo cattolico, che pure costituisce uno dei punti di riferimento culturali della nazione italiana, dalle istituzioni statuali).

Per la bibliografia essenziale e i prinicipali link vedi il file seguente.

Bibliografia essenziale e link utili