15 maggio. Nasce la dottrina sociale della Chiesa

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Oggi, nel 1891, il Papa Leone XIII pubblica la Lettera Enciclica "Rerum novarum" sulla dottrina sociale della Chiesa.
Nel 1931 - Il Papa Pio XI, nell'anno decimo del suo pontificato, pubblica la Lettera Enciclica "Quadragesimo Anno" sulla ricostruzione dell'ordine sociale.

Con “Le cose nuove” (la rivoluzione industriale, il profondo sovvertimento organizzativo delle società industrializzate, la questione operaia, la misera condizione dei lavoratori salariati, la giustizia sociale, il nuovo compito che gli Stati si assumono) di Leone XIII prende il via quella che già Pio XI chiamerà “la dottrina sociale della Chiesa” con la quale essa si assume “in modo paradigmatico” (dirà in seguito Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus che ne conclude la costruzione) il compito di promuovere, in collaborazione con tutte le forze esistenti, un ordine sociale giusto. Dopo un’ampia disamina della nuova condizione dei lavoratori propone la dottrina sul lavoro, sulla proprietà privata, sulla collaborazione delle classi contrapposta alla lotta, sul diritto dei deboli, sulla dignità dei poveri e sull’obbligo dei ricchi, sul diritto ad avere associazioni professionali.

Quarant’anni dopo, in piena bufera provocata dai regimi totalitari, Pio XI pubblica la “Quarantesimo anno” con la quale ribadisce i principi già richiamati, ammonendo sul mancato rispetto della libertà di associazione: propone inoltre il principio di sussidiarietà nel rapporto tra Stati e società civile, condanna il liberalismo inteso come “illimitata concorrenza delle forze economiche”, riconferma il valore della proprietà privata, richiamandone la funzione sociale.

Per il movimento dei cattolici in Italia, l’Enciclica di Leone XIII segna il passaggio dalla fase difensiva e polemica conseguente al “non expedit” a quella propositiva capace di delineare linee di sviluppo precise per tutta la società italiana.

Compendio online della dottrina sociale

E' lo stesso Giovanni Paolo II a riassumere in modo magistrale la vocazione del politico cristiano secondo la dottrina sociale della Chiesa.
Discorso del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II a un gruppo di parlamentari austriaci, 
del 22-3-1997, nn. 1-4, in L’Osservatore Romano, 23-3-1997.

I disegni di Dio per gli uomini si riflettono nel "Vangelo dell’amore di Dio per l’uomo", nel "Vangelo della dignità della persona" e nel "Vangelo della vita", che formano "un unico e indivisibile Vangelo" (Evangelium vitae, n. 2). 
L’unico Vangelo è anche il manuale che ciascun cristiano ha per contribuire, secondo la propria vocazione, a edificare la "cultura della vita" cosicché la "cultura della morte" non prevalga.
Questo compito non è soltanto proprio della Chiesa in quanto essa è "Popolo della vita e per la vita" (cfr. Evangelium vitae, n. 78-79), ma di tutte le persone di buona volontà che sono pronte a servire la vita e in tal modo ad apportare un cambiamento culturale.
Ciò concerne in particolare i politici il cui compito consiste nel divenire portatori della cultura della vita nella società.
Ci si preoccupa della cultura della vita anzitutto quando concerne l'ambito personale. "Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere?" (Gc. 2, 14). Fra i più preziosi elementi costitutivi di questa cultura vi è perciò il buon esempio. Chi vuole servire la vita, deve avere un atteggiamento di rispetto e di tolleranza nei confronti di coloro con i quali desidera intrattenere in proposito un dialogo.
Ciò vale anche per i rapporti con quanti la pensano diversamente, anche se ciò può richiedere al singolo molti sforzi, pazienza e soprattutto una grande perseveranza.
Ciò nonostante non è sufficiente proclamare la verità se nello stesso tempo non si "mette in pratica la parola" (Gc. 1, 23).
In tal modo le parole divengono degne di essere credute e ciò deve essere tutelato nella vita dalla veridicità: "la veridicità nei rapporti tra governanti e governati, la trasparenza nella pubblica amministrazione, l’imparzialità nel servizio della cosa pubblica, il rispetto dei diritti degli avversari politici" (Veritatis splendor, n. 101).
Saldamente ancorato alla verità e sostenuto dall’attenzione per l’altro, il politico cristiano è al servizio della vita quando fa del Vangelo il criterio del proprio operato come Pietro ha raccomandato alla sua comunità: "pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza" ( 1 Pt. 3, 15-16).
Il politico deve superare una particolare prova quando intende contribuire all’edificazione della cultura della vita in quanto si trova esposto alle numerose voci di una democrazia pluralistica, nella quale sono all'ordine del giorno la messa in discussione e l’opposizione.
Purtroppo oggi si tende a sostenere che il relativismo scettico e l’agnosticismo costituiscono la filosofia e l’atteggiamento di fondo propri delle forme politiche democratiche.
Tutti coloro che invece ricercano onestamente la conoscenza della verità e a essa si attengono sono considerati dal punto di vista democratico non degni di fiducia perché non vogliono accettare il fatto che la verità sia quella determinata dalla maggioranza.
Certamente è una politica molto lontana dallo spirito cristiano quella di imporre ad altre persone la propria opinione circa ciò che è vero e buono, tuttavia essa osa nello stesso tempo di affermare che, se non esiste alcuna verità ultima, le idee e le convinzioni di diversi individui e gruppi possono essere usate strumentalmente a fini di potere.
In un mondo senza verità la libertà perde il suo fondamento. "Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia" (Centesimus annus, n. 46).
Per questo uno dei compiti più urgenti del politico cristiano è quello di far risuonare il Vangelo della vita "su tutte le strade del mondo" (Christifideles laici, n. 44), in particolare nei mezzi di comunicazione sociale, dei quali non bisogna sottovalutare il potere.
Il politico non rappresenta in primo luogo sé stesso, né mette in evidenza la sua persona, ma la verità alla quale si sente obbligato. Come la filosofia classica si attribuiva il compito di far nascere la verità, così il politico cristiano è chiamato a far nascere il Vangelo della vita.
Egli passa in secondo piano quando quest’ultimo ha la parola.