Maria è per noi stella di sicura speranza

Lei che aprì a Dio stesso la porta del nostro mondo; lei che diventò la vivente Arca dell’Alleanza, in cui Dio si fece carne, divenne uno di noi, piantò la sua tenda in mezzo a noi (Gv 1,14)
Autore:
Oliosi, Don Gino
Fonte:
CulturaCattolica.it
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«A lei perciò ci rivolgiamo: Santa Maria, tu appartenevi a quelle anime umili e grandi in Israele che, come Simeone, aspettavano “il conforto d’Israele” (Lc 2,25) e attendevano, come Anna, “la redenzione di Gerusalemme” (Lc 2,38). Tu vivevi in intimo contatto con le Sacre Scritture di Israele, che parlavano della speranza - della promessa fatta ad Abramo ed alla sua discendenza (Lc 1,55). Così comprendiamo il santo timore che ti assalì, quando l’angelo del Signore entrò nella tua camera e ti disse che tu avresti dato alla luce Colui che era la speranza di Israele e l’attesa del mondo. Per mezzo tuo, attraverso il tuo “sì”, la speranza dei millenni doveva diventare realtà, entrare in questo mondo e nella sua storia. Tu ti sei inchinata davanti alla grandezza di questo compito e hai detto “sì”: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che tu hai detto” (Lc 1,38). Quando piena di santa gioia attraversasti i monti della Giudea per raggiungere la tua parente Elisabetta, diventasti l’immagine della futura Chiesa che, nel suo seno, porta la speranza del mondo attraverso i monti della storia. Ma accanto alla gioia che, nel tuo Magnificat, con le parole e col canto hai diffuso nei secoli, conoscevi pure le affermazioni oscure dei profeti sulla sofferenza del servo di Dio in questo mondo. Sulla nascita nella stalla di Betlemme brillò lo splendore degli angeli che portavano la buona novella ai pastori, ma al tempo stesso la povertà di Dio in questo mondo fu fin troppo sperimentabile. Il vecchio Simeone ti parlò della spada che avrebbe trafitto il tuo cuore (Lc 2,35), del segno di contraddizione che il tuo Figlio sarebbe stato in questo mondo. Quando poi cominciò l’attività pubblica di Gesù, dovesti farti da parte, affinché potesse crescere la nuova famiglia, per la cui costituzione Egli era venuto e che avrebbe dovuto svilupparsi con l’apporto di coloro che avrebbero ascoltato e osservato la sua parola (Lc 11,27s.). Nonostante tutta la grandezza e la gioia del primo avvio dell’attività di Gesù tu, già nella sinagoga di Nazaret, dovesti sperimentare la verità della parola sul “segno di contraddizione” (Lc 4,28ss). Così hai visto il crescente potere dell’ostilità e del rifiuto che progressivamente andava affermandosi intorno a Gesù fino all’ora della croce, in cui dovesti vedere il Salvatore del mondo, l’erede di Davide, il Figlio di Dio morire come un fallito, esposto allo scherno, tra i delinquenti. Accogliesti allora la parola: “Donna, ecco il tuo figlio!” (Gv 19,26). Dalla croce ricevesti una nuova missione. A partire dalla croce diventasti madre in una maniera nuova: madre di tutti coloro che vogliono credere nel tuo Figlio Gesù e seguirlo. La spada del dolore trafisse il tuo cuore. Era morta la speranza? Il mondo era rimasto definitivamente senza luce, la vita senza meta? In quell’ora, probabilmente, nel tuo intimo avrai ascoltato nuovamente la parola dell’angelo, con cui aveva risposto al tuo timore nel momento dell’annunciazione: “Non tenere, Maria!” (Lc 1,30). Quante volte il Signore, il tuo Figlio, aveva detto la stessa cosa ai suoi discepoli: Non temete! Nella notte del Golgota, tu sentisti nuovamente questa parola. Ai suoi discepoli, prima dell’ora del tradimento, Egli aveva detto. “Abbiate coraggio! Io ho vinto il mondo” (Gv 16,33). “Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore” (Gv 14,27). “Non tenere, Maria!”. Nell’ora di Nazaret l’angelo ti aveva detto anche: “Il suo regno non avrà fine” (Lc 1,33). Era forse finito prima di cominciare? No, presso la croce, in base alla parola stessa di Gesù, tu eri diventata la madre dei credenti. In questa fede, che anche nel buio del Sabato Santo era certezza della speranza, sei andata incontro al mattino di Pasqua. La gioia della risurrezione ha toccato il tuo cuore e ti ha unito in modo nuovo ai discepoli, destinati a diventare famiglia di Gesù mediante la fede. Così tu fosti in mezzo alla comunità dei credenti, che nei giorni dopo l’Ascensione pregavano unanimemente per il dono dello Spirito Santo (At 1,14) e lo ricevettero nel giorno di Pentecoste. Il “regno” di Gesù era diverso da come gli uomini avevano potuto immaginarlo. Questo “regno” iniziava in quell’ora e non avrebbe avuto mai fine. Così tu rimani in mezzo ai discep0oli come loro Madre, come Madre della speranza. Santa Maria, Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare ed amare con te. Indicaci la via verso il suo regno! Stella del mare, brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino» [Spe Salvi n. 50].

Gesù Cristo è la luce per antomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia, la redenzione che ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un po’ presente faticoso, può essere vissuto verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine - di persone, di amici che nell’avvenimento della grazia di un incontro donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata. E quale persona potrebbe più di Maria essere per noi segno, stella di sicura speranza - lei con il suo “sì” aprì a Dio stesso la porta del nostro mondo; lei che diventò la vivente Arca dell’Alleanza, in cui Dio si fece carne, divenne uno di noi, piantò la sua tenda in mezzo a noi; lei glorificata già nel corpo e nell’anima; lei in continuità la più vicina a Dio e la più vicina ad ogni uomo che Dio ama senza misura, fino al perdono? La Scrittura è la testimonianza essenziale per cogliere chi è Maria in relazione a Gesù nella Tradizione, ma la Rivelazione, la Parola di Dio è qualcosa di vivo, inseparabile dal Dio vivo in rapporto con il Suo Popolo e interpella ogni persona viva a cui essa giunge. E quello che il magistero di Benedetto XVI ha proposto nella preghiera è l’essenziale del percorso della Donna dei Vangeli, della Theotòkos dei concili, della Regina della terra, della Vergine in maestà, della nostra Signora delle Cattedrali, della Madonna dei tempi moderni, di una “Dama vestita di bianco”, dell’Assunta e del Concilio: così Silvie Barnay, in un articolo sull’Osservatore Romano di sabato 8 dicembre ha suddiviso il percorso della comprensione di Maria nell’organismo del popolo di Dio, evidenziando la sporgenza della parola di Dio sulla Scrittura: è quel che chiamiamo “Maria nella tradizione”. E noi traiamo liberamente i contenuti da questo articolo.

Donna dei Vangeli
Maria è un personaggio storico che abita la Galilea del primo secolo. Miriam è una giovane ragazza ebrea come tante altre. Le prime fonti a menzionarla sono i racconti scritti degli evangelisti Marco, Matteo, Luca e Giovanni. Si dice poco di lei. Una mattina di visione, secondo Luca, l’angelo è entrato nella sua vita per annunciarle che, vergine, avrebbe partorito un figlio di nome Gesù. La vergine partorisce: è un segno del divino nell’umano, il sacramento originario di tutti gli altri, che lascia trasparire il mistero del Dio vivente, Padre, Figlio, Spirito Santo, che si dà definitivamente a noi nell’incarnazione, nella presenza sacramentale del Figlio. Con l’incarnazione inizia la storia del cristianesimo cioè del Dio sacramentalmente con noi alla cui origine si situa Maria, la creatura più intima della vita trinitaria e la più vicina agli uomini. Gli evangelisti in lei vedono in effetti colei che ha dato alla luce il Gesù della storia riconosciuto come “Cristo” - parola greca che traduce il termine ebraico “messia”- dai primi cristiani.
La figura del messia è al centro della religione ebraica. Profeti e oracoli non cessano di annunciare la venuta di un figlio discendente dalla stirpe di Davide, portatore non di piccole o grandi speranze temporali ma della speranza di vita eterna cioè della salvezza e della pace. Questa attesa, questa speranza si è riaccesa in seno ai movimenti messianici protestatari che pervadono la società ebraica da quando la Paletsina è passata sotto l’occupazione romana nel 63 avanti Cristo.
Per dimostrare la messianicità del figlio che Maria ha appena dato alla luce, verso il 6 prima dell’era cristiana, gli evangelisti narrano il concepimento miracoloso. Nella Bibbia il parto di donne sterili testimonia il rinnovamento della promessa divina fatta ad Abramo di una discendenza numerosa, segno dell’alleanza, della solidarietà fra Dio e l’uomo. Il parto della donna Vergine diviene allora il segno di una nuova alleanza che annunciano coloro che ne sono stati testimoni, a cominciare da Maria.

La Theotòkos dei concili
La storia della Vergine, iniziata con la narrazione dell’annunciazione, è tramandata con una lettura viva del mistero centrale del cristianesimo. “Sposa non sposata”, “toccata senza essere toccata”, continuano a tradurre e ritradurre con afflato poetico nel corso dei secoli inni e omelie. L’organismo vitale e intelligente della fede del popolo di Dio matura nei secoli una teologia della figura mariana cioè una progressiva comprensione del suo volto reso divino poiché abitato da Dio.
I vangeli non canonici che fanno seguito ai Vangeli canonici senza essere una Rivelazione danno avvio ad elementi della storia del culto mariano propriamente detto. A partire dal II secolo, questi scritti chiamati apocrifi donano alla vergine la nascita, la vita e poi la morte di cui gli Evangelisti non hanno parlato. Anna la sterile, sua madre, incontra Gioacchino, suo padre. Gli angeli la nutrono nella sua culla. Bambina di tre anni, danza sugli scalini del tempio.. Poi dà alla luce il bambino Gesù in una grotta. Gli apostoli circondano il letto della sua dormizione mentre dodici nubi portano in cielo l’anima e il corpo di colei che nel linguaggio non è più l’anonima Maria di Nazareth ma la madre di Dio.
A Efeso il 22 giugno 431 i vescovi riuniti in concilio professano la loro adesione alla definizione di Maria come Madre di Dio, Theotòkos, alla lettera “genitrice di Dio”.
“Dio ha una madre?” si chiedono i Padri della Chiesa nelle controversie. Il secolo precedente ha visto nascere il conflitto dei credi fra cristiani e pagani circa il concepimento e la nascita verginale di Gesù. E’ stato necessario distinguere il Figlio di Dio dagli uomini divinizzati o dai semidei nati dall’amore fra un dio e una mortale. Pullulano le eresie che cercano ancora di negare la duplice natura di Cristo, al contempo umana e divina, il nato da Maria è lo stesso generato dal Padre, per farne sia un Dio senza un corpo o un corpo senza un’anima, una intelligenza, una volontà umana, sia un corpo senza Dio, in breve, un fantasma o un superuomo, una persona umana accanto ad una persona divina.
Il dogma della maternità divina risalta, donando a Dio una madre nella natura umana come ha un Padre nella natura divina dell’unica Persona del Figlio, la cui affermazione ha forza di Rivelazione, di Parola di Dio, una sporgenza sulla Scrittura nel senso stesso del termine dogmatico. La sua formulazione contribuisce a favorire l’avvio di un culto universale alla Vergine verso la seconda metà del V secolo. Così culturalmente feste, inni, epiteti come matricolare, monete, immagini contribuiscono a universalizzare progressivamente la figura di Maria in relazione al Verbo incarnato. Nel VI e VII secolo, la venerazione del suo volto si diffonde in tutto l’Impero d’Oriente relativizzandolo in rapporto all’unica regalità di Cristo e poi in modo progressivo in quello d’Occidente.
I suoi santuari accolgono folle sempre più numerose venute ad implorare soccorso e rimedio di piccole speranze in rapporto alla grande e unica speranza di cui lei è segno di meta sicura e di consolazione. La fiducia conseguente a miracoli e apparizioni testimonia che è proclamata santa, lei, la benedetta fra tutte le donne che bacia con le labbra “colui il cui braciere fa indietreggiare gli angeli di fuoco d’amore”. Sulle icone, immagini visibili dell’invisibile, il bambino Gesù la tocca con la sua divinità, lei lo tocca con la sua umanità.

Regina della terra
Regina della terra, Maria regna a Bisanzio. Fra il Seicento e il Settecento, le feste della Vergine conquistano l’insieme ancora poco cristianizzato del mondo latino quando arriva al potere la dinastia dei carolingi nel 751.
Mentre al servizio della regalità di Cristo diviene Regina della terra, Maria è proclamata Regina dei cieli. Gli angeli gioiscono nel cielo, come dicono gli inni che proclamano il suo concepimento immacolato, avvenuto prima della creazione dell’aurora. E’ un altro paradosso per indicare l’inaudito mistero cristiano dell’’incarnazione attraverso una vergine.
All’interno dell’atto continuo di rivelazione di Dio verso chi l’ascolta con fede, nella comprensione della fondamentale testimonianza biblica da parte del Popolo di Dio, sotto la preminente e decisiva azione continua dello Spirito del Risorto sacramentalmente presente nelal Sua Chiesa, la rilettura ininterrotta dei Vangeli conduce all’approfondimento del paragone fra la Vergine e la Chiesa. Questo parallelismo, così diffuso tra i Padri greci e latini, ha la sua origine nel paragone delle maternità di entrambe: Maria è la madre di Cristo, la Chiesa la madre dei figli nel Figlio cioè dei cristiani.
Definita, quindi giustamente, come mediatrice fra il cielo, fra la grande speranza di vita, di vita eterna già comunicata nel Battesimo, e la terra, con le piccole e grandi speranze temporali verso la metà, nel nono secolo, la Vergine può ormai inclinare il proprio volto verso gli uomini dell’alto medioevo che l’invocano come Madre. Fra Dio e gli uomini, ella tesse il legame che permette il loro incontro. E’ il ponte fra l’universo umano e l’universo divino. Così alla soglia dell’anno mille, la cristianità nel suo insieme si volge a poco a poco sempre più verso la Sovrana. Mentre le strutture politiche crollano in Occidente e si consolidano in Oriente, a Costantinopoli, la Madre di Dio è sul punto di imporsi da una parte e dall’altra del Mediterraneo come elemento di unità nel momento della rottura fra cattolici e ortodossi.

Vergine in maestà
Gli sguardi latini dell’inizio dell’XI secolo contemplano ora Maria sul suo trono di legno scolpito. Vergine in maestà, è discesa dal cielo, come discenderà in continuità in tutta la Tradizione della Chiesa, per colmare il vuoto della regalità, dell’autorità terrena il cui esercizio si diluisce in quello della feudalità. Le nuove strutture di potere, fra le quali l’ordine monastico di Cluny, ricorrono, di fronte a inediti problemi e possibilità, a questa nuova immagine per consolidare la propria autorevolezza di servizio al bene comune.
Appare allora come Dama delle dame incaricata di eliminare qualsiasi disordine provocato dai laici desiderosi di appropriarsi, ad esempio, delle terre cluniancensi su cui contavano anche molti poveri. Forte della sua inviolabilità, ella regna interamente sui monasteri presentati come terre “vergini”, liberate dal peccato e popolate da uomini con una vocazione spirituale, i monaci, che puntavano con i loro voti ad essere simili agli angeli per guidare gli altri, gli uomini carnali, verso la salvezza di tutti.
La Purissima è ormai in grado di imporre la su autorevolezza di Chiesa agli insorgenti paganesimi che la Riforma gregoriana si è incaricata in parte di sradicare. Con il bambino Gesù sulle ginocchia, presenta un Dio incarnato per la salvezza, la speranza agli uomini che continuano a interrogarsi sul senso del mistero del Figlio incarnato che continua la sua presenza nella Chiesa e attraverso di essa per tutti, fino al punto da metterlo in discussione. “Perché Dio si è fatto uomo?”, riassume sant’Anselmo, che risponde tramite Maria. Per andare a venerare il bambino Gesù, il popolo cristiano si mette in cammino verso i santuari mariani come i re Magi, peregrinando verso la Gerusalemme celeste, la grande speranza affidabile, in virtù della quale era possibile affrontare un presente faticoso, vissuto e accettato sicuri della meta così grande da giustificare la fatica del cammino.
I pellegrinaggi alla Vergine vivono verso il 1100 l’inizio del loro sviluppo. Hanno luogo principalmente nel centro e nel nord dell’Europa. A Laon, a Soissons, a Chartres, sono in migliaia a voler andare a toccare le presunte reliquie di Maria: chi la sua bianca camicia, chi il suo calzare, il suo latte o i suoi capelli, ultime tracce relative della sua presenza corporea della fase terrena ora viva in anima e corpo in cielo.
La fede nell’Assunzione che si fissa nelle menti del XII secolo situa, in effetti, in cielo il corpo incorruttibile di Maria, elevata con la sua anima nella luce di Dio. A Puy i pellegrini s’inginocchiano dinnanzi alla Vergine nera, il cui colore testimonia il mistero dell’Annunciazione descritto dai teologi come il passaggio di Maria dalla tinta bianca alla tinta nera di madre. Le narrazioni dei miracoli della Vergine, scritte spesso da monaci o da canonici, cercano di far nascere in ognuno anche piccole speranze, come una guarigione, di cui si ha bisogno di giorno in giorno per mantenerci in cammino versa la grande speranza, che può essere solo Dio, che abbraccia l’universo e che può proporci e donarci ciò che da soli non possiamo raggiungere. Aumentano le narrazioni degli innumerevoli favori della Madre di Dio.
Riunite presto in collezioni, queste narrazioni raccontano dgeli innumerevoli favori della Madre di Dio. Qui ha reso la vista a un pellegrino. Lì ha permesso a un paralitico di camminare. Altrove ha cacciato i demoni da un posseduto. I miracolati del medioevo sembrano usciti direttamente dai Vangeli. Vivono la stessa parte di sofferenze e malattie attinte da una storia comune, che è quella dell’umanità sottratta, dopo la caduta, all’ordine stabilito da Dio.
Le raccolte di miracoli raccontano il suo percorrere di luogo in luogo sempre ricominciato. E’, ad esempio, la storia di Teofilo che ha venduto la sua anima al diavolo o ancora quella dle chierico dalla gamba tagliata, quella della donna incinta caduta negli abissi della perdizione o ancora quella della giovane madre disperata dinnanzi al figlio che sta morendo. Nostra Signora interviene, opera il miracolo donando una soluzione divina a una situazione umana senza uscita. Mostra ad ognuno il volto della sua grazia, del suo amore, anche quando non può donare quanto è richiesto, lei che “piena di grazia” E’ per questo che trabocca di grazia.
San Bernardo utilizza l’immagine dell’acquedotto per indicare quel flusso di amore divino che scorre verso ogni uomo che leva la sua preghiera a Maria: se insorgono i venti delle tentazioni, se urti negli scogli delle tribolazioni, guarda alla stella, invoca Maria. Tutte queste narrazioni di miracoli traducono la credenza nell’intercessione della Vergine: ella ascolta le implorazioni degli uomini, poi le presenta a suo Figlio affinché tutti siano salvati. Il catechismo essenziale del XII secolo è allora quello dell’Ave Maria, preghiera che unisce il saluto dell’angelo a Maria e il saluto di Maria ad Elisabetta.

Nostra Signora delle cattedrali
A partire dalla fine del XII secolo, si assiste al suo coronamento accanto a Cristo, al contempo giustizia e amore, giudice e re. Lei è l’avvocatessa dei peccatori e la Regina delle regine. Maria è vestita con un mantello che con le sue mani di bellezza dischiudono per accogliere, sotto il suo manto, la cristianità sulle soglie delle Chiese che rimandano alla porta del Paradiso. Si identifica la Gloriosa con la Donna dell’Apocalisse vestita di sole e coronata di dodici stelle, un tutt’uno con la Chiesa, corpo di Cristo. Viene accentuato il suo ruolo nella storia, come anticipo significativo di consolazione e di forza nel quotidiano in attesa della fine dei tempi, del compimento della storia, della speranza per l’anima e per il corpo, per il rapporto uomo - donna, io - comunità. Il suo grembo di madre con la madre Chiesa si arrotonda conformemente alle nuove maternità spirituali.
Verso il 1200 l’ordine cistercense la proclama fondatrice e madre dei monaci che puntano ad una totale assimilazione a Cristo, crocefisso e risorto. Sull’esempio di san Bernardo, “neonato di Nostra Signora” a detta del suo agiografo Pierre de Celle, i novizi sono presentati come fratelli di latte del Bambino Gesù. Essi bevono il latte spirituale che scorre dal seno della madre di Dio nella madre Chiesa. Sull’esempio dell’ordine cistercense, i nuovi ordini religiosi di san Francecso e di san Domenico rivendicano il suo patronato. L’iconografia li mostrerà rannicchiati sotto le pieghe del grande mantello della Madre della misericordia.
La figura mariana da quel momento dispiega tutta la sua magnificenza. Il corpo di Maria si ritrova al centro di una teologia centrale. Ha dato vita al corpo di Cristo che è al contempo memoria del corpo di carne nella fase terrena, definitivamente in cielo e in terra corpo del crocefisso risorto, corpo dell’Eucaristia e corpo della Chiesa, ossia di tutti i battezzati e in prospettiva missionaria di tutti gli uomini. Per questo l’immagine mariana è anche metafora usata per designare la cristianità stessa che è la Chiesa. Ognuno dei suoi membri o delle corporazioni che la costituiscono - dal popolo al Papa - vede dunque in Maria la sua più eminente figurazione per assimilarsi a Cristo, al suo modo divino di amare o carità.
All’indomani del Concilio Lateranense (1251), la Vergine, modello di obbedienza al Padre (teocentrismo), di assimilazione a Cristo (cristocentrismo), si vede dunque proposta come modello di normalizzazione del vissuto di comunione ecclesiale (ecclesiocentrismo), per divenire quello che si è per creazione e ciò a cui si è destinati come figli nel Figlio (antropocentrismo). Spetta a lei dare l’esempio agli odierni religiosi, guidare le anime alle scoperta del mistero del Dio vivente, Padre, Figlio e Spirito Santo, datoci a noi nel suo grembo nell’incarnazione, invitare i cristiani a lasciarsi amare da Dio sposo come lei sposa, in breve, far rispettare il programma ecclesiale del Concilio di sradicamento dell’eresia catara, di inquadramento del credo dei fedeli laici e di costruzione dell’unità della cristianità d’oriente e d’occidente.
La Regina si presenta allora anche come serva di questo piano pastorale. La figura della “serva” dei Vangeli è ravvivata e messa in evidenza nelle riletture del testo sacro. La Rivelazione, la Parola di Dio - pur essendo unica, conchiusa e non superabile nella testimonianza normativa della Scrittura - sotto la continua e preminente azione guida dello Spirito non è cosa morta di fronte a inediti problemi e nuove possibilità, ma è viva e vitale nella Tradizione del Popolo di Dio. E’ così che compaiono, verso la metà del XIII secolo, i primi servi e serve di Maria, siano essi chierici o laici, ad esempio l’ordine dei serviti di Maria. Maria è per loro una Madre di tenerezza che s’inginocchia e che sorride per giungere ad amare e far amare in modo divino, come Gesù, come Dio ama tutti, con preferenza i poveri. I suoi “figli” e le sue “figlie” trovano nell’avvenimento, nella grazia dell’incontro con Lei, per incontrare la Persona di Gesù Cristo, una santità imitabile nella tensione di giusti comportamenti in ogni ambito. L’imitazione della Vergine per l’imitazione di Cristo schiude nuovi cammini spirituali alle donne mistiche dell’inizio del XIV secolo che si scoprono incinte dello Spirito Santo, partoriscono il bambino Gesù nella loro anima per cui non sono più loro ma fraternamente diventano “uno in Cristo” e cuciono per Lui, come madri premurose, una piccola tunica di Ave Maria.
Nel suo Dialogo, Caterina da Siena invita ogni viaggiatore in cammino lungo il sentiero di Maria a divenire madre del Signore. La devozione mariana fa parte di questo processo di inserimento, di incorporazione in un unico soggetto nuovo, con il proprio io liberato dal proprio isolamento, destinato integrare ogni corpo individuale o collettivo nel corpo della Chiesa, grande corpo mariano dall’abito splendente con sfumature blu. Dalle Fiandre all’Italia, uno stesso movimento annovera confraternite, terzi ordini, città, università. Così quando la tunica si lacera, è la cristianità a perdere la sua unità.
All’indomani del grande scisma (1378), il Figlio martirizzato disceso dalla Croce succede al Bambino Gesù sulle ginocchia della Madre. Le Pietà mostrano la Vergine addolorata dinnanzi a tutti i mali del tempo mentre lo Stabat Mater e lamenti si levano dai cuori trafitti. Le sofferenze sostituiscono le gioie nelle litanie e i teologi commentano la comunicazione della Passione fra la Vergine e suo Figlio.
In Maria, chiave di volta della Cristianità, la fine del medioevo cerca di trovare il suo ultimo sussulto di comunione. Si ricorre ai suoi miracoli e alle sue apparizioni, in particolare nelle controversie circa la sua Concezione Immacolata che minacciano più che mai l’unità della Chiesa. Il suo volto senza macchia irradia la sua bellezza pura sui quadri che presentano un giardino mariano, promessa di paradiso offerti a tutti gli inferni vissuti.

Madonna dei tempi moderni
La Vergine dei tempi moderni è anche la Madonna della riforma cattolica. Poiché la Riforma luterana sospetta la devozione a Maria d’idolatria, le conferisce un posto strettamente evangelico, solo biblico senza la continuità della tradizione viva e vitale della Parola di Dio nel suo popolo. La predicazione protestante magnifica la figura della Serva per farne un modello di fede e non rimedio all’interno della realtà sacramentale della Chiesa. La Vergine non salva, si ripete e le guerre di religione portano via con sé le statue e i miracoli. La Riforma cattolica le conferisce, invece, una visibilità tanto più grande in quanto reazione di difesa.
Dopo il Concilio di Trento (1545 - 1563), la Vergine assume il volto della donna forte dell’Antico Testamento. Si adorna di alloro per mostrare i colori di una fede cattolica sicura. Le chiese della Vergine delle Vittorie e la Vergine del Lauro\Loreto si diffonde in tutta l’Europa cattolica.
L’Immacolata legittima i tentativi di far fronte a chi vuol ridurre la speranza cristiana a puro individualismo nella salvezza dell’anima, abbandonando il mondo alla sua miseria e rifugiandosi in una salvezza eterna soltanto privata, oltre la morte. La vita vera, verso la quale sempre cerchiamo di protenderci, è legata all’essere esistenziale con un “popolo” e può realizzarsi per ogni singolo solo all’interno di questo “noi”. I movimenti mariani dell’Immacolata spingono all’esodo dalla prigionia del proprio “io” attraverso concrete esperienze di vissuti fraterni, perché solo nell’apertura a questo soggetto universale della speranza cristiana si apre lo sguardo sulla fonte della gioia, sull’amore stesso - su Dio per ogni persona. La Vergine addolorata accoglie il voto di Luigi XIII che pone la Francia sotto la sua protezione alla vigilia della sostituzione della speranza cristiana con l’ideologia del progresso idolatrando “ragione” e “libertà” in contrasto con i vincoli della fede e della Chiesa, come pure con i vincoli degli ordinamenti statali di allora. Ambedue glie elementi sono carichi di un potenziale rivoluzionario di enorme forza esplosiva.
Il volto “vergine” di Maria spinge in quel momento ala atensione missionaria di evangelizzare il nuovo mondo, vasto terreno vergine di cristianesimo. L’immagine della Vergine di Guadalupe, ad esempio, trova posto persino nei più umili oratori messicani attorno ai quali si cementano l’unità e la comune identità di questa nuova cristianità.
E’ nelle immagini mariane che i sacerdoti di Maria trovano gli strumenti dell’evangelizzazione profonda delle campagne europee nel XVIII secolo. Si chiamano Pierre de Brulle, Jean Etudes, Louis-Marie Grignon de Monfort. Il voto a Maria, l’imitazione delle sue virtù, la santa schiavitù mariana costituiscono allora forme di devozione più diffuse. La sua statua ha il rosario in mano - tutta la sua vita riassunta nei suoi misteri gioiosi, dolorosi, gloriosi meditati dai devoti - e mostra il suo cuore unito al cuore di Cristo.
Tuttavia il secolo, l’Europa dei Lumi, che in un primo momento ha guardato con simpatia la rivoluzione borghese del 1789 come accelerazione nel passaggio dalla fede ecclesiastica alla fede razionale, dalla speranza cristiana del Regno di Dio alla sua secolarizzazione nel regno dell’uomo attraverso la scienza e la tecnica, con una ragione non più contemplativa della realtà in tutti i fattori o verità che libera dalla schiavitù dell’ignoranza, idolatrando solo l’uso strumentale scientifico e tecnico della ragione, mette nuovamente in discussione il significato sacramentale dell’incarnazione che continua nella Chiesa per tutti e per tutto. La rivoluzione del 1789 manda la Madre di Dio in esilio. La dea Ragione troneggia sull’altare a Notre - Dame di Parigi.

“Una donna vestita di bianco”
E’ sotto forma di una statua dai colori bianco e blu che la Vergine riemerge in un XIX secolo pervaso dai più rischiosi sincretismi religiosi. Le immagini dei testi di catechismo di via Saint - Sulpice a Parigi conferiscono a Maria il volto della donna - fiore propria del momento romantico di cultura. Le immagini pie profumano di rosa e di violetta. I “figli di Maria” e le giovani donne vanno in processione vestiti di bianco e blu. Le loro madri coraggio si riconoscono nei tratti della Madre di questa Santa Famiglia di Nazaret esemplare che il nuovo cattolicesimo sociale punta a promuovere.
Nostra Signora di Grazia, di Carità, di Pietà, della Salute o del Buon Soccorso sostiene la massa silenziosa delle masse operose e lavoratrici al tempo dello sviluppo dei socialismi, delle rivoluzioni proletarie alternative alla rivoluzione borghese. Gli anni 1830 - 1840 vedono una grande ripresa dei pellegrinaggi mariani, il ripristino delle feste patronali, la riscoperta di statue miracolose portate solennemente sugli altari. La Medaglia miracolosa nel 1830, le apparizioni alla Salette nel 1846 e soprattutto nel 1858 le apparizioni dell’Immacolata - più visibile che mai - fanno accorrere a Lourdes folle oranti. Quattro anni prima, nel 1854, Papa Pio IX proclama l’Immacolata Concezione di Maria, concepita senza il peccato e le conseguenze di tendenza al male del peccato originale che ferisce tutta l’umanità..
Dopo il 1870 con la presa di Roma, di fronte alle dottrine ideologiche del liberismo radicale anticlericale, è di nuovo la Donna forte, questa volta vestita con l’abito dell’Apocalisse, ad essere invocata.
All’indomani della prima guerra mondiale la Dama del cielo entra nel discorso di un percorso cattolico intransigente di fronte alle scienze naturali che pretendevano di abbracciare con le loro conoscenze tutta la realtà rendendo superflua non solo la fede nel Verbo incarnato in Maria ma la stessa “ipotesi di Dio”. Quindi, apparentemente non c’era più nessun ambito aperto per un’intesa positiva e fruttuosa, e drastici erano i rifiuti da parte di coloro che si sentivano i rappresentanti dell’età moderna. Culturalmente dileguata la verità dell’al di là tutto si punta sull’al di qua non più semplicemente dalla scienza e dalla tecnica della rivoluzione borghese ma dalla politica - da una politica atea pensata scientificamente dalal classe operaia e che si è verificata nel modo più radicale in Russia. E dalle apparizioni di Fatima viene lanciato un segnale severo, che va contro la faciloneria imperante anche tra cristiani, un richiamo alla serietà della vita e della storia, ai pericoli che incomobono sull’umanità. E’ quanto Gesù Cristo stesso, presente risorto, riannuncia nella Chiesa, non temendo di dire: “Se non vi convertite, tutti perirete” (Lc 13,3). La conversione, e Fatima con tutte le ulteriori apparizioni riconosciute o presunte tali lo ricorda in pieno, è un’esigenza perenne della vita cristiana, ma soprattutto oggi con l’urgenza di un’autocritica della modernità da parte dei laici e dei cristiani. Non è la scienza o solo la cultura, la politica che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore. Ciò vale nell’ambito puramente intramondano. Quando uno nella sua vita fa l’esperienza di un grande amore, quello è un momento di “redenzione” che dà un senso nuovo alla sua vita. Ma ben presto egli si renderà conto che l’amore a lui donato non risolve, da solo, il problema della sua vita. E’ un amore che resta fragile. Può essere distrutto dalla morte. L’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: “Né morte né vita, né angeli né principati(demoni), né presente né avvenire, né potenze, né altezze né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,38-39). Se esiste questo amore assoluto con la sua certezza assoluta, allora - soltanto allora - l’uomo è “redento”, qualunque cosa gli accada nel caso particolare. E’ questo che si intende, quando diciamo: “solo Gesù Cristo ci ha “redenti”, ci dona, ci può donare quella speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente che senza l’aldilà dell’aldiqua non sarà mai quello che il nostro cuore desidera: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato con i luoghi della speranza cioè la preghiera come scuola della speranza, l’agire e il soffrire come luoghi dell’apprendimento della speranza, il Giudizio finale (purgatorio, inferno, paradiso, comunione tra vivi e defunti) come luogo di apprendimento della speranza. Il messaggio delle apparizioni di Fatima, riconosciute, e gli attuali messaggi più, sviluppati di presunte apparizioni, ci ripropongono quello che tutta quanta la Scrittura ci fa conoscere e la Parola di Dio annuncia.
Nessuna apparizione è indispensabile alla fede, la rivelazione è terminata con Gesù Cristo, egli stesso è la Rivelazione e nella Tradizione del suo popolo, in continuità, Parola di Dio cioè Dio che parla qui e ora come ha parlato allora. Ma non possiamo, come è avvenuto nei duemila anni, impedire a Dio di parlare e oggi di parlare a questo nostro tempo, anche attraverso persone semplici e anche per mezzo di segni straordinari che denuncino l’insufficienza delle culture che ci dominano, marchiate di razionalismo e di positivismo. Le apparizioni che la Chiesa ha già approvato ufficialmente o che approverà - innanzitutto Lourdes e ancora Fatima - hanno un loro posto preciso nello sviluppo della vita della Chiesa nel momento contemporaneo. Mostrano tra l’altro che la rivelazione - pur essendo unica, conchiusa e dunque non superabile - non è cosa morta, è viva e vitale.

Dall’Assunta al Concilio Vaticano II
Dopo il 1945 uomini di Stato cattolici hanno dimostrato che può esistere uno Stato moderno laico, che tuttavia non è neutro riguardo ai valori, ma vive attingendo alle grandi fonti etiche aperte dal cristianesimo. La dottrina sociale cattolica, via via sviluppatasi, è diventata un modello importante tra il liberalismo radicale e la teoria marxista dello Stato. Le scienze naturali, che senza riserva facevano professione di un proprio metodo in cui “Dio non aveva accesso” (ateismo), si rendevano conto sempre più chiaramente che questo metodo non comprendeva la totalità della realtà cioè la verità e aprivano quindi nuovamente le porte a Dio, sapendo che la realtà in tutti i fattori o verità è più grande del metodo naturalistico e di ciò che esso può abbracciare. In questo clima di possibile intesa positiva e fruttuosa, dopo la seconda guerra mondiale, fioriscono tanti tentativi di pensare la figura mariana fra tradizione e modernità. La definizione dogmatica dell’Assunzione (1950) segna una tappa meravigliosa della teologia. Il Concilio Vaticano II, con la nuova definizione del rapporto tra la fede della Chiesa e certi elementi essenziali del pensiero moderno, ha rivisto o anche corretto alcune esperienze storiche del culto mariano, ma in questa apparente discontinuità ha invece mantenuto e approfondito il culto mariano. C’è uno sguardo rinnovato alla Vergine affinché si schiuda una nuova forma di contemplazione umana del suo volto la cui bellezza manifesta la bellezza di Dio. La rilettura di fede della testimonianza della Scrittura nella parola di Dio del suo popolo è viva e vitale.
Miriam l’ebrea, Madre di Gesù divenuta Madre di Dio, Regina dei cieli, Nostra Signora, Serva del Signore, Madonna nella gloria, Vergine dei poveri, Immacolata Concezione, Assunta in cielo, porta i nomi che hanno delineato i suoi duemila anni di storia. Nomi di colei, scrive Peguy, “che è la più vicina a Dio, poiché è la più vicina agli uomini”.