L’Eucaristia Sacrificio: i miracoli di Lanciano e Bolsena-Orvieto

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I miracoli eucaristici in cui, a causa di un sacrilegio o di un forte dubbio riguardo al Mistero, le sacre particole sanguinano o il vino della celebrazione si trasforma in sangue rappresentano, forse, la maggioranza.

Tra i più antichi e famosi si ha quello di Lanciano (Chieti) che si verificò nell’anno 750 nella Chiesa di Legonziano. Il nome sembra derivare da san Longino, il centurione che dopo aver trafitto Gesù con la lancia si convertì. La famiglia di Longino, secondo un’antica leggenda, era originaria di Lanzanum (Lanciano appunto) e si trasferì in Palestina.
Nella Chiesa di San Legonziano dunque, un monaco mentre celebrava l’Eucaristia fu assalito dai dubbi circa la Presenza reale del Signore nelle Sacre Specie e così si accorse, dopo la consacrazione, che l’ostia era divenuta carne e il vino sangue. E’ risaputo che la Sacra Ostia, così trasformata e tuttora conservata in una teca, è parte del muscolo del cuore umano e il sangue appartiene al gruppo AB, il medesimo della Sindone.
Non occorrono laboriose spiegazioni per associare questo miracolo al Sacrificio di Gesù sulla croce e al continuo riattualizzarsi dello stesso sacrificio nelle celebrazioni eucaristiche.
Quasi a compimento e continuazione di questo antico miracolo ne seguì un altro altrettanto famoso in Italia, quello del corporale di Orvieto. Siamo nell’anno 1263, un prete boemo, Pietro da Praga è tormentato dal dubbio ogni qualvolta celebra la Messa. Di ritorno da un pellegrinaggio a Roma sosta a Bolsena, da dove intendeva proseguire fino a Orvieto che, allora, ospitava il papa Urbano IV. Forse quel sacerdote nutriva il segreto desiderio di incontrare il papa e metterlo a parte del suo tormento, ma accadde che mentre celebrava nella Chiesa di Santa Cristina, a Bolsena, invocò lume dal Signore circa la verità del divino sacrificio. All’istante l’ostia si convertì in sangue vivissimo che, nonostante i vani tentativi da parte di don Pietro di nasconderlo, macchiò il corporale posto sull’altare e il marmo del pavimento. I fedeli videro il fatto miracoloso e subito sparsero la voce che raggiunse il papa a Orvieto. Nella macchia di sangue sulla pietra, infatti, e in quelle del Corporale molti asserivano (e asseriscono) di vedere l’immagine del Redentore. Urbano IV mandò il vescovo di quella città a prelevare il sacro Corporale e dopo aver accertato l’evento miracoloso l’11 agosto 1264 promulgò (l’8 settembre 1264) la Bolla “Transiturus” che istituiva la festa del Corpus Domini. Si decise allora di edificare proprio a Orvieto (alla cui diocesi apparteneva Bolsena) un tempio a custodia della preziosa reliquia.


E’ bello pensare come questi due miracoli ci riportano in modo straordinario sotto la croce. Il primo grazie alla memoria di Longino che compì quel gesto caro al Vangelo di Giovanni dal quale una innumerevole schiera di santi trasse ispirazione e forza per la propria fede: dal costato squarciato scaturì sangue ed acqua, simbolo dei sacramenti della Chiesa. Nel secondo il sangue sgorgò a fiotti nel corso dell’elevazione richiamando alla memoria quel passo di citato dallo stesso Giovanni: volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto. Da questo sangue la Chiesa di ogni tempo rinasce a vita nuova, trae ispirazione e forza per il suo agire e percorre i secoli e i tempi in mezzo alle persecuzioni del mondo e alle consolazioni di Dio.
La parola sacrificio oggi non gode di buona fama e la fede cristiana è stata spesso tacciata di stoicismo, quando non di masochismo, a motivo del suo sguardo rivolto al crocifisso. Eppure nel sacrificio di Cristo trovano senso i dolori del mondo e senza la vittoria di Cristo sulla morte e su quella morte infame niente a avrebbe né senso né speranza. Ripensare all’Eucaristia come al frutto di questo sacrificio significa dunque riaffondare le radici nella speranza cristiana che trova la sua certezza proprio in questo cibo di vita che ha gettato un ponte sulla sofferenza e sulla morte.