La vita e la morte si scambiano di posto

Fonte:
CulturaCattolica.it
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“… forte come la morte è l’amore …” (cfr Cantico dei Cantici 8,6)
Ripensando al mio lavoro, mi accorgo che, spesso, sono state scritte parole di vita come se questa fosse la conclusione, quasi dovuta, di un impegno, di tanti pensieri e di molte preoccupazioni.
Non è proprio così!
La morte non è presente solo per eventuali insuccessi, e non è, quindi, legata alla negazione arbitraria della vita (l’aborto procurato), è, invece presente come una delle fasi della vita, la fase terminale, che può anche essere, ancora, feconda.
Qualcosa nasce dalla morte, momento ultimo e naturale, e ciò che ne nasce è spesso un dono e lo è per sempre.
Ho immediatamente compreso, stando al Centro di Aiuto alla Vita, che quello era il crinale, il punto di non-ritorno, dove la vita e la morte si incontrano, dove un respiro di incertezza, di fatica, di solitudine, di non-speranza, sono sufficienti perché, le due condizioni estreme, si scambino di posto.
E siamo arrivati all’inconcepibile, all’assurdo: donne che si erano sottoposte a terapie per stimolare gli ormoni, che permettono la gravidanza, venuti a mancare certi punti di riferimento, non se la sono più sentita di mettere al mondo il proprio figlio tanto cercato e sono arrivate anche al pensiero di abortirlo.
Ma abbiamo anche incontrato donne eroiche nelle cui storie la vita e la morte si scontrano ma per incontrarsi, e ciò è per sempre.
Una per tutte, la vicenda di Erminia resta emblematica nella storia del nostro lavoro al Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli.
Venimmo a sapere di Erminia:
Donna di un paese straniero, madre di due figli che “sarebbero dovuti andare a scuola”, trentaquattro anni, lasciata dal padre dei suoi bambini, era arrivata in Italia per poter lavorare.
E del lavoro si riempiva la giornata; faceva di tutto e dovunque, senza tener conto della fatica, delle distanze tra i suoi vari lavori, e festeggiava la domenica frequentando le liturgie della sua comunità cantando nel coro.
Forse fu proprio in una di queste occasioni che incontrò Piero, un connazionale, sposato e senza figli, che le riempì la testa e il cuore di “vento” facendole credere di amarla, di volere da lei un figlio.
Si sarebbe separato dalla moglie con cui non esisteva nessuna intesa, e sarebbero andati a vivere insieme, forse anche sposandosi.
Erminia aveva già avuto un tumore al seno, ma tutto sembrava superato, quasi dimenticato.
Ci fu per lei un breve momento di “felicità” in cui riusciva a trovare il significato delle sue fatiche, prima di tutte, quella di restare lontana dai suoi bambini affidati alla propria madre.
Il lavoro non le mancava; riusciva a raggranellare una somma sufficiente per mantenere la sua famiglia e se stessa.
Piccoletta e magrolina, si presentava come una donna forte, piena di buona volontà e di dignità.
Ecco, infine la gravidanza, forse ricercata nonostante tutto.
“Ti cercano dal reparto di oncologia” mi sentii dire un pomeriggio dalla nostra segretaria “prendi la telefonata?”
Certamente non potevo sapere che insieme alla telefonata avrei preso un carico, quasi insostenibile, di sofferenza alla quale avrei dovuto dare un senso per non soccombere.
Parlai al telefono con la persona responsabile del reparto che mi chiese di incontrare Erminia: “Con la gravidanza il tumore si è riaffacciato, ma non sembra così aggressivo. La paziente vuole interrompere la sua maternità, ma credo che la malattia possa essere tenuta a bada con farmaci blandi anche durante la gestazione per essere aggredita seriamente una volta nato il bambino, sempre che la signora sia d’accordo”.
Così iniziò la mia storia con Erminia; la incontrai una prima volta: la sua posizione era molto ferma, doveva curarsi subito e seriamente per poter continuare a mandare soldi a casa.
La lasciai dire a lungo anche se ripeteva le stesse cose, quasi per convincersene.
Stavo con lei nel suo conflitto interno quasi che il far nascere togliesse la buona vita futura pensata per i figli già nati.
“Possiamo fare un programma insieme per far proseguire la gravidanza e, contemporaneamente, offrirle i soldi che serve inviare a casa per gli altri figli?” riuscii a chiedere quasi travolta.
Erminia con un debole sorriso, cominciò a scuotere la testa: “No, no, io devo guadagnare i soldi, non posso averli da voi!”
Ci vollero alcuni colloqui ravvicinati perché Erminia potesse prendere in considerazione l’idea che suo figlio era qualcuno di molto importante anche per ciascuno di noi; la collaborazione con l’ospedale era di ottimo livello e, finalmente Erminia disse il suo “sì”.
Aveva accettato che le offrissimo accoglienza in una casa materna e che le dessimo la possibilità di mantenere gli altri figli.
Era iniziata anche la terapia farmacologica e a tutti noi dispensava il suo sorriso sempre come indefinito.
Essendo spesso in ospedale, veniva frequentemente ai colloqui e, così, presto venimmo a conoscenza del fatto che il padre del suo bambino, non avendo lei abortito, l’aveva lasciata completamente da sola.
In casa materna, Erminia si era conquistata la simpatia generale: non faceva pesare la sua situazione, stava volentieri con le altre ospiti e si occupava della cappella delle suore disponendo con gusto i fiori.
Passarono così circa tre mesi e la data del parto si faceva prossima. Il suo tumore non veniva sufficientemente aggredito dalla terapia e il futuro non si presentava roseo.
Un giorno chiese di potermi parlare con una certa disponibilità di tempo e, da subito, realizzai che avremmo parlato di cose gravi.
La lingua diversa non facilitava la situazione, ma riuscivamo a comprenderci: “Ho pensato tanto” mi disse subito “forse non sono una buona mamma perché ho deciso di dare a un’altra famiglia mio figlio.”
Piangeva Erminia, e piangeva sul suo bambino e su di sé.
Mi disse di aver parlato con i medici del suo futuro e di aver saputo che sarebbero state necessarie cure per cui avrebbero dovuto isolarla perché irradiata e che la chemioterapia sarebbe stata pesante.
Angosciata continuava a ripetere che lei non era una buona madre e non c’era modo di consolarla.
Davvero le parole consolatorie non servono quasi a nulla; avevo un bel dire che il lasciare in adozione il bimbo era proprio il gesto più gratuito, che avrebbe fatto a lui il dono della vita senza chiedere per sé il suo profumo di bimbo, il suo pianto, le sue piccole smorfie, i suoi sorrisi; sembrava accettare il mio dire ma poi ritornava a ripetere letteralmente: “Non sono una brava madre”.
Disperante e probabilmente disperata!
Ricordo di aver chiesto anche un’interprete per essere certa di capire e che lei capisse, ma non era un problema linguistico, era il problema del cuore.
“Che cosa penserà mio figlio quando gli diranno che l’ho abbandonato?”
La cosa sembrava senza soluzione finché ebbi l’illuminazione di parlarne con il Tribunale per i Minorenni ed ottenni l’autorizzazione di far scrivere da Erminia una lettera al bambino che, nato da lei, sarebbe stato il figlio di altri genitori, con l’impegno di raccontare al figlio ricevuto in dono, la storia tragica della sua mamma naturale.
Erminia fu apparentemente contenta di questa soluzione e confidò a un foglio da lettera tutta la tenerezza che provava.
La malattia, però, progrediva e, per iniziare la terapia il più presto possibile, il parto venne anticipato di un paio di settimane.
Ai primi del mese di febbraio, è nato Andrea che Erminia ha anche fotografato per avere, nel tempo, qualcosa di lui, guardato per un attimo, l’attimo di tutta la vita.
Si sa come vanno queste cose, i neonati lasciati in adozione vengono immediatamente assegnati alla loro famiglia; Erminia lo sapeva, glielo avevamo detto in tanti, ma, nonostante ciò, ogni tanto sostava sotto una certa finestra che, secondo lei, era quella della camera di Andrea.
Per qualche tempo dovette rimanere isolata, iniziarono anche i vari cicli di chemioterapia, i medici erano ottimisti: forse avevamo acciuffato il bandolo della matassa.
In estate le organizzammo un viaggio a casa, dai suoi due figli; i medici le avevano fatto tradurre la cartella clinica, erano riusciti ad ottenere il permesso di portare i flaconi del medicamento in aereo, e noi le avevamo procurato qualche regalo per i ragazzi.
Ma, dal 28 agosto, giorno del suo ritorno in Italia, le cose cominciarono a peggiorare.
Erminia aveva portato “souvenirs” per noi operatori e, ad ogni costo e nonostante tutto, volle scrivere una lettera a Matteo, il nostro presidente, per offrire la sua opera di volontaria.
Veniva a trovarci, lavorava un po’, sorrideva, ma sembrava sempre più piccola.
Un giorno volle che toccassi “il suo male”; ritrassi la mano sconvolta con un grosso nodo alla gola.
A novembre cominciò a dire che sarebbe stata meglio a casa, con i suoi figli e la madre.
I suoi occhi sorridevano sempre meno, e, quando veniva ai colloqui, si voleva sedere vicina.
Le parole, le parole, come suonavano inutili!
Venne a salutarci ai primi di dicembre e, per la prima volta, parlò della sua morte: “… è più bello che vada a morire a casa, sulla mia terra davanti al mare e con i miei figli.”
Facendole tutte le raccomandazioni che sapevamo vane per restare in contatto con il nostro ospedale, l’abbracciammo tutti; l’ultimo, tenerissimo abbraccio fu per me, che fui solo in grado di stringerla forte.
Se ne andò, infine, tra quella falsa allegria dei saluti e le ciglia umide.
E’ morta il 28 dicembre, nel giorno dei “Santi Innocenti”, sulla sua terra, davanti al suo mare, spero tra le braccia della madre, baciata dai suoi figli.
Non ti dimenticherò, Erminia, madre coraggiosa.
A volte sfioro la collana di sferette di legno colorate che volesti regalarmi e sento che il mio cuore, si fa culla per te.