Altre piccole e grandi delusioni da Venezia 2007

Fonte:
CulturaCattolica.it

Altre piccole e grandi delusioni da Venezia. La ragazza tagliata in due di Claude Chabrol (Voto 5) non è un horror come lascerebbe intendere il titolo ma un melodramma in cui la relazione tra un uomo maturo e una bella figliola deve forzatamente essere interrotta. Il veterano Chabrol, un po’ come aveva fatto Woody Allen con Cassandra’s Dream, non vola per niente alto, ma ricicla sia da un punto di vista visivo sia da un punto di vista contenutistico parecchi dei propri film precedenti e più riusciti. Peccato, ma comunque non gareggiava nel Concorso principale dove invece ha fatto il botto l’ultimo film di Abdellatif Kachiche, il regista de La schivata. Il suo ultimo film, La graine e le moulet (voto 7,5) è un film che ci ha colpiti sia da un punto di vista tecnico, con un lavoro di montaggio straordinario, sia dal punto di vista interpretativo. La storia, ambientata nei dintorni di una città portuale francese, vede un ex portuale, licenziato in malo modo, cercare di farsi una nuova vita mettendo in piedi un ristorante sul mare, rimettendo a nuovo una vecchia nave in demolizione. Film mediterraneo e tragico, ma con un finale di speranza, sembra a tratti l’illustrazione visiva de I Malavoglia di Verga. Ed è una grande e positiva immagine di una famiglia in lotta.
Così così l’ultimo film di Wes Anderson, il regista de I Tenembaum. Il film si intitola The Darjeeling Limited (voto 6) e vede come protagonisti tre giovani fratelli che dopo la morte del padre desiderano incontrare la madre, da tempo diventata suora e rifugiatasi in India. Film divertente, anche se spesso un po’ troppo sopra le righe, che conferma il talento di un regista che, da un punto di vista visivo ha parecchie carte da giocare. Grossi i temi in gioco: la famiglia, l’incomunicabilità, il mistero dei sentimenti. Il limite sta in un certo narcisismo che a volte stanca. Male invece il film di Todd Haynes su Bob Dylan, I’m not There (voto 4). Non l’abbiamo capito e ce ne scusiamo. Forse dovremmo essere dei profondi conoscitori dell’opera di Dylan per poterlo apprezzare e non lo siamo, ma l’operazione, che coinvolge un cast notevole alle prese con diversi aspetti del mondo dilaniano, sa troppo di intellettualismo per potere essere compresa e amata da un pubblico non d’élite. Ma forse, dopo così tanti film, abbiamo soltanto preso un abbaglio.