Eutanasia 1: Welby e le emozioni...

Proponiamo queste acute riflessioni a partire dalla vicenda di Piergiorgio Welby, per poter giudicare quanto accade al di là di schemi, sentimentalismi o moralismi.
Autore:
Cavallari, Fabio
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Il caso di Piergiorgio Welby ha aperto una discussione che è bene non si arrestasse, anzi sarebbe intelligente e sensato che una riflessione ampia e approfondita prendesse corpo in tutto il paese proprio man mano che la "vicenda" mediatica tenderà a scemare.
Partiamo da un dato di fatto. I Radicali, impegnati in prima persona, hanno condotto una battaglia politica. Senza ipocrisia o finzione hanno parlato chiaramente di "eutanasia" e (solo) in un secondo momento di "accanimento terapeutico". Il partito di Pannella, non ha però condotto una battaglia politica tradizionale, ma ha immesso nella discussione un elemento emozionale. In più occasioni è stato ripetuto che Welby era un loro amico, che conoscevano e frequentavano da molto tempo. Il secondo elemento emozionale è stato immesso attraverso l'uso delle immagini. Il volto sofferente di Welby, il suo corpo immobile, sono stati il corollario imponente per giorni e giorni. Non mi permetto di speculare sul concetto di amicizia e parto dalla convinzione che il sentimento espresso fosse assolutamente vero e genuino. I Radicali, infatti, non hanno agito per malvagità o per cinismo ma solo per il "bene" del loro amico. Era il bene che volevano raggiungere e non uno stato di prevaricazione. Per giungere a questo "bene", ad un certo punto, hanno iniziato a pensare che l'unica soluzione possibile, perché le pene e le sofferenze di Welby terminassero, si potesse raggiungere attraverso la cessazione della sua vita. Hanno esposto questo concetto pubblicamente e hanno poi richiesto a gran voce che lo Stato si preoccupasse di questo problema. Eutanasia per legge il mezzo richiesto.
L'immagine del sofferente, la sua richiesta esplicita, la martellante esposizione mediatica hanno prodotto negli italiani un giudizio che ha avuto nell'effetto "emozione" un ruolo determinante. Molte persone, infatti, senza alcuna propensione all'eutanasia, senza alcuna mira radicaleggiante, hanno subito inevitabilmente l'effetto emotivo e sensibile di questa vicenda. E' così che si è fatta strada la teoria della "dolce" morte ("Se non si può fare più assolutamente niente….").
E' bene però sottolineare che tutti noi abbiamo assistito ad un'immagine del dolore, ad una rappresentazione della sofferenza. Per nessuno di noi era possibile immaginarsi nello stato mentale di Welby o dei suoi amici. In tutto questo, nulla centra il cinismo perché, in realtà, non ci si può immedesimare nell'amico e tantomeno nell'ammalato. Non esistono condizioni oggettive per poterlo fare. Non sappiamo come noi stessi agiremmo se improvvisamente fossimo calati in quella particolare realtà. Ipotizzarlo è solamente un azzardo. Quanto invece è assolutamente certo è che da "spettatori" abbiamo subito l'effetto emozionale. Attenzione "emozionale" e non affettivo. E questo è il primo punto fondamentale di questa situazione. I Radicali con la loro battaglia, hanno generato un senso comune forzando sull'aspetto delle emozioni. Nella realtà hanno cercato e trovato consenso esplicitando un pensiero anafettivo. E questo pensiero anafettivo ha prodotto una tendenza di massa.