Il dolore del feto

Autore:
Bellieni, Carlo Valerio
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Riassunto

Il dolore del feto è ormai stato riconosciuto dalla fisiologia moderna. Per molti anni lo si è negato così come si è negato che il neonato sentisse dolore al momento di interventi invasivi.. Oggi c'è ancora chi continua a negare l'evidenza del dolore feto-neonatale. Alcuni teorizzando questa negazione, altri riconoscendo la presenza di dolore in questo stadio della vita ma non cambiando per questo atteggiamento clinico. Gli esami invasivi sono altamente dolorosi per il feto; ciononostante vengono sempre più eseguiti. E' tuttavia possibile un atteggiamento rispettoso della dignità del feto e del prematuro a partire dal riconoscimento della loro capacità di soffrire, che con i nostri lavori stiamo mettendo in luce.

Sviluppo del dolore
Parlare di feto o di prematuro è nella pratica la stessa cosa. Esistono feti di 40 settimane e quattro chili di peso ed esistono prematuri di 24 settimane e 500 grammi di peso. Un prematuro solo per uno sventurato caso non continua a chiamarsi feto, cioè per essere precocemente uscito dal ventre della madre, ma ne conserva tutte le caratteristiche, tranne modesti cambiamenti nella circolazione del sangue e l'ingresso di aria negli alveoli polmonari.
Cosa prova un feto lo possiamo vedere per due vie: una sono gli studi sulla sensorialità fetale, l'altra l'osservazione diretta del prematuro. Oggi è evidente che il feto, sente suoni, sapori, odori. Vi si abitua, apprende poco a poco in modo inconscio i messaggi dell'ambiente che nel caso del feto è l'ambiente uterino, nel caso del prematuro quello più freddo della terapia intensiva neonatale.
Quello che non si può negare è che sentano il dolore cui nel caso del prematuro sono sottoposti quotidianamente per scopi curativi e nel caso del feto più sporadicamente e per scopi quasi sempre contrari agli interessi del feto stesso. Interessanti sono gli studi fatti per determinare il livello di certi ormoni indicativi di dolore (beta-endorfine e cortisolo) prima e dopo la puntura della vena epatica del feto in utero, fatta per scopi trasfusionali. L'aumento di ormoni è come nell'adulto indicativo di dolore.
Anand e molti altri dopo di lui hanno portato in evidenza che il feto sente il dolore per l'efficace sviluppo delle vie anatomiche del dolore stesso nel feto. Già a 7 settimane di gestazione sono presenti recettori per il tatto nella regione periorale e può essere evocata una "avoiding reaction" o reazione di fuga nel feto toccandoli.
Per percepire un dolore servono dei recettori, delle vie neuronali funzionanti e una corteccia capace di ricevere e integrare l'informazione. Dalla metà della gestazione questo è già presente. I recettori cutanei coprono tutta la superficie corporea dalle 20 settimane di gestazione. Le vie nervose efferenti sono in sede dalla sesta settimana e numerosi neurotrasmettitori specifici compaiono dalle 13 settimane. Queste vie arrivano al talamo alla base del cervello dalle 20 settimane. Raggiungono la corteccia nel periodo 17-26 settimane. Il fatto che le fibre ancora non siano completamente mielinizzate (ovvero non abbiano la guaina che le isola chiamata "mielina") non inficia il fatto che possano trasmettere stimoli. E' da notare che nel neonato la densità di recettori e di sostanza P (sostanza mediatrice del dolore) è maggiore che nell'adulto. Questo dato ha permesso a taluni di dire che la sensazione dolorosa è maggiore nel neonato che nell'adulto.

Negazione del dolore: un crocevia

Ma se si nega che il feto senta dolore e soffra, si devono trarre le conseguenze. E da una bugia non può che nascere l'assurdo: si negherà prima che gli animali sentano dolore "Sebbene il comportamento del cane suggerisce che abbia dolore, non posso dire se il suo rapporto col dolore è uguale al mio. Non so se il cane è cosciente del suo corpo e può identificare, riflettere e controllare il suo dolore…", si portano poi argomenti per identificare la coscienza del cane a quella del feto spiegando che "non penso che possiamo aver dolore se non siamo coscienti di noi stessi e dei nostri corpi". Ma poi dove fermarsi? Doyal e Wilsher arrivano ad affermare che il portatore di handicap non è persona, così come il bambino nei primi mesi di vita ("anche i neonati sani non posseggono questi attributi e dunque non sono persone"; "alcuni bambini sono così compromessi mentalmente e fisicamente che il potenziale per diventare persone è compromesso"). Derbishyre porta questo limite fino all'anno di vita, legando la capacità di percepire dolore allo status di persona: "La mancanza di autocoscienza e abilità concettuali e simboliche significa che possiamo esser certi che ogni esperienza fetale e neonatale è di scarso significato… L'esperienza del dolore sorge approssimativamente a 12 mesi di età". Engkehard approva su queste basi la pratica di sottoporre il neonato a procedure dolorose senza anestesia.
Ma queste argomentazioni partono da un'idea di uomo precedente all'osservazione, da una teoria. Noi vogliamo partire dai dati e non dai pre-dati: il feto sente dolore, è capace di soffrire. Dunque dobbiamo trarne le conseguenze, visto che, come abbiamo dimostrato, non si può negare che l'interruzione di gravidanza sia dolorosa, né che lo sia anche l'amniocentesi allorché l'ago colpisca il feto. Ci torna la mente al 1874 quando i diritti del bambino furono fatti valere per la prima volta in Gran Bretagna per l'azione della società per i diritti degli animali: è mai possibile che gatti e cavie abbiano delle garanzie in caso di intervento doloroso e non lo abbia un feto? Dobbiamo aspettare che il feto umano venga equiparato ad un animale perché ce se ne occupi? E come non considerare un diritto quello del feto a non ricevere dolore, dimostrabilissimo in caso di interruzione di gravidanza e di amniocentesi di cui non dobbiamo mai dimenticare la pericolosità (deformazione degli arti, nascita prematura, morte fetale)?
Ma di fronte al dolore di un feto, di un neonato, la risposta non può essere solo "il farmaco". E' assolutamente riduttivo chinare la testa di fronte alla presunta ineluttabilità dell'interruzione volontaria di gravidanza o ad altre procedure dolorose e consolarsi con la possibilità di anestetizzare il feto. Lo sguardo umano chiede dignità, il rispetto che gli è dovuto chiede di non infliggere dolore al di fuori di quello necessario per operazioni nel suo esclusivo interesse e gli interventi invasivi in utero (amniocentesi, prelievo di villi coriali, aborto) possono avere varie spiegazioni, ma mai l'interesse di questo "paziente intrauterino".
D'altra parte il soffrire stesso, l'avere cioè un desiderio di benessere, di salute, di umanità compiuta e condivisa afferma la dignità di chi lo porta. La persona che soffre, fosse anche all'alba della vita, non cerca solo il farmaco, ma una presenza che ascolti e accolga il suo dolore. Per l'animale si tratta di analgesia. Per l'uomo si tratta di "rispetto", ovvero di guardarlo tenendo presente che è un valore superiore alla somma delle parti che ad un semplice sguardo vediamo comporlo. Come non arrendersi di fronte alla presenza di "qualcuno che soffre", per quanto nascosto e minuto, di fronte all'evidenza della sua presenza? Come non domandarsi se il dolore sia l'unica via, l'analgesia l'ultima soluzione?