4. Omosessualità e sovrappopolazione: il seme inquieto

Il futuro è già oggi

La letteratura "di anticipazione" fra utopia e immaginazione
Autore:
Gulisano, Paolo
Fonte:
Centro Culturale Talamoni - Monza

Agli inizi degli anni Sessanta, però, sempre in Inghilterra – e non è indifferente il motivo per cui tutto questo accade sempre in Inghilterra, un paese che, a mio avviso, è sempre stato un laboratorio culturale, anche d'avanguardia – emerge un nuovo scrittore, un nuovo personaggio: Anthony Burgess. Egli realizza due bei libri, sicuramente significativi: il primo, il suo capolavoro – "Arancia a orologeria" - ha avuto un grande successo, ancora una volta, nella sua trasposizione cinematografica, ossia "Arancia meccanica", un film che fece discutere, tra gli anni '60 e '70, per il suo grande impatto emotivo e violento. In sostanza esso riprende il romanzo di Burgess che, ancora una volta, è un inno alla libertà umana, alla quale non si può imporre nemmeno di essere buoni. Che cosa racconta questo romanzo? Parla di un gruppo di ragazzi, poco più che adolescenti, nell'Inghilterra degli anni Sessanta. Notiamo, fra l'altro, che anche Burgess aveva avuto un allontanamento, per motivi di lavoro, dall'Inghilterra del dopoguerra. Ebbene, egli vi torna nel '59 e, come dice in una sua lettera, quasi non la riconosce più: è l'Inghilterra delle prime bande di quelli che sarebbero diventati, anni dopo, gli hooligans, e che allora venivano chiamati teddy boys. Il romanzo parla, appunto, di una di queste bande di giovani, che si divertono a commettere atti di teppismo 'per il gusto di farlo'. Una delle scene più famose del film è quella in cui questi teppisti fanno irruzione in una casa di anziani, i quali vengono malmenati con una violenza cattiva, assolutamente gratuita, quasi sadica. La polizia finisce col mettere le mani sul 'capetto' di questa banda di teppisti, e lo sottopone ad un esperimento, che potremmo definire di "condizionamento psico-sociale". Ora, il libro risente, naturalmente, delle idee in voga negli anni Sessanta, quando la psicanalisi, il freudismo erano diventati ormai dominanti nella scena culturale, affermando una sorta di determinismo scientifico, per il quale, in fondo, l'essere buoni non è l'esito di una scelta personale guidata dalla propria coscienza, ma può essere indotto socialmente. Il ragazzo, infatti, viene sottoposto ad un esperimento che consiste nel costringerlo, con particolari strumenti che gli mantengono aperti gli occhi, a guardare per ore scene violente – un vero e proprio condizionamento, come per i cani di Pavlov – allo scopo di indurre in lui il fastidio, l'orrore, la repulsione per tutto ciò che è violenza e male. L'esperimento ha successo: a forza di vedere tutta questa violenza, il ragazzo ne diventa intollerante, non la sopporta più; ma non diventa buono: diventa, semplicemente, un individuo meccanicamente condizionato. Vi è poi un esito paradossale, quasi comico, nel film, che però fa pensare: il ragazzo, a un certo punto, incrocia quelle che erano state le sue vittime in precedenza, e questi vecchietti lo sottopongono ad un pestaggio…! Lui, però, non reagisce, perché ha subito questo condizionamento di tipo psicologico che l'ha impossibilitato a difendersi in alcun modo. Si tratta, dunque, di un romanzo per certi versi grottesco, per altri paradossale, ricco, comunque, di questa immaginazione, di questa proiezione utopistica in un futuro non molto avanti negli anni (come ci fa capire Burgess, pur non dando connotazioni cronologiche precise alla vicenda). Il senso di quest'opera, solo apparentemente grottesca e violenta – tanto che qualcuno cercò di censurarla – scritta, ancora una volta, da uno scrittore cattolico inglese, è di costituire, in realtà, un richiamo profondo al fatto che l'uomo deve scegliere se essere buono. È, ancora, un grido di libertà quello che si leva da parte di Burgess: la bontà non può essere imposta dalla società. L'esser buono o cattivo è l'esito della libertà, è una scelta della coscienza del singolo. Non si ottiene l'uomo buono costruendolo: infatti, più che buono, sarebbe solo un essere che non nuoce, perché condizionato a non farlo.
Burgess, però, oltre ad "Arancia a orologeria", pubblicò nello stesso anno un altro romanzo che, probabilmente oscurato dal successo del primo, non ne ebbe altrettanto, come avrebbe invece meritato; esso aveva in sé una carica di 'profetica' intuizione del futuro, che forse solo ora possiamo capire. È stato tradotto in italiano solo da pochi mesi ed è stato pubblicato da noi nel corso del 2004 col titolo "Il seme inquieto". È un romanzo ancora più fantastico del precedente e rivolge la propria attenzione non tanto ai dinamismi di controllo della società, bensì ad aspetti ancora più pericolosi, in quanto essa qui non si limita a volere esseri buoni e disciplinati, ma programma addirittura la stessa dimensione della popolazione. Le questioni poste in questo libro, all'inizio degli anni Sessanta, erano al loro stadio iniziale di discussione: il tema principale del romanzo è, infatti, la sovrappopolazione e, di conseguenza, i tentativi di risolvere il problema. Si immagina un'Inghilterra che, alcuni decenni dopo il 1962, anno in cui il romanzo fu scritto – Burgess colloca la vicenda nel 1995 – ha il problema della sovrappopolazione, così come il resto del mondo. Bisogna trovare una soluzione radicale, disincentivando in tutti i modi la riproduzione, facendo sì che la gente non abbia figli, penalizzando, di conseguenza, chi ha figli. Questa intuizione immaginaria di Burgess fa pensare: fra i vari espedienti che il governo inglese mette in opera per cercare di ridurre in tutti i modi la natalità vi è l'incoraggiamento della omosessualità: essa viene promossa, sostenuta a livello di film, di romanzi, di immagine pubblica; viene proposta come modello ideale negli spot, ecc. Si rimane fortemente impressionati, leggendo il romanzo, se si pensa all'evoluzione del nostro costume societario negli anni più recenti: in esso sono incoraggiate in tutti i modi forme di convivenza omosessuale, proprio perché sono quelle che danno maggiori garanzie di sterilità. I protagonisti accendono la TV e vedono continuamente propugnate queste forme di convivenza, nei film, negli sceneggiati, negli spot… Non si può davvero non guardare con stupore e ammirazione a questi scrittori che prefiguravano con grandissimo anticipo problemi, situazioni, scenari che sarebbero venuti molto tempo dopo. E, anche in questo caso, chi si oppone a tutto questo? È una cosa strana - forse un elemento di pessimismo in questi scrittori - ma non troviamo quasi mai forze organizzate in grado di opporsi all'interlocutore utopistico: non ci sono in Orwell né in Huxley… in Benson c'è sì la Chiesa che si oppone, ma è un gregge sempre più minuto, nascosto, clandestino. Anche nel cattolico Burgess sono dei singoli personaggi che si oppongono a queste situazioni e che cercano di rivendicare, almeno alla propria vita, alla propria coscienza, uno spazio di libertà. Apparentemente se ne trae un messaggio pessimistico, perché questi romanzi sembrerebbero dire che non c'è nulla, non c'è alcuna forza organizzata che si possa schierare in campo contro l'avanzata di questo pensiero e potere unico, qualunque esso sia, da quello più duro immaginato da Orwell a quello più soft di Huxley; in ogni caso questa realtà avanza e non si può far nulla per fermarla, se non innalzare la bandiera della propria libertà, della propria dignità…