L’uomo bicentenario: il robot che voleva morire

Una ricostruzione critica
Autore:
Parenti, Stefano
Fonte:
CulturaCattolica.it


“L’uomo bicentenario” è un film controverso: appassionante e mieloso, semplice e scorrevole, gioioso ma nel contempo perverso. Il sipario si apre con l’entrata in scena di Andrew: un robot umanoide che viene acquistato da una famiglia benestante del prossimo futuro. Da principio l’androide suscita curiosità e stupore: non solamente compie le opere per le quali è progettato, come cucinare, aiutare nei lavori domestici, badare alle bambine, ma mostra in più affascinanti segni di inventiva e di creatività. Costruisce, infatti, alcuni manufatti originali e, ancor più curiosamente, si presta a gesti di altruismo e di carità che sembrano eccedere la comune programmazione robotica. Incuriosito, il signor Martin si reca alla Northern Robotics nella speranza di ottenere un parere dagli esperti. Contrariamente alle aspettative, gli interessi della compagnia sembrano tesi maggiormente ad arginare una pericolosa diversità piuttosto che ad approfondire un interesse scientifico: Andrew viene ritenuto anormale e, soprattutto, unico. Il signor Martin decide allora di educarlo, ossia di accrescere la sua esperienza nel tentativo di incrementare quelle singolarità che più lo avvicinano ad un essere umano. Pian piano il robot accresce le sue abilità: diventa un autonomo pensatore, è in grado di cavarsela da solo commerciando e guadagnando, gestisce un conto personale e persino chiede, ottenendola, la libertà – o per meglio definirla, l’indipendenza – dalla “famiglia di origine”.
L’evolversi del robot incuriosisce ed affascina, a tratti persino commuove per un senso del tempo che scorre senza freno, quasi a velare di malinconia ogni scena, nella consapevolezza che nessun istante può essere catturato, fermato, posseduto. Il senso del tempo che nostalgicamente fluisce ininterrotto costituirà uno degli aspetti più importanti della pellicola.
Andrew rimane stupito dal genere umano, per il quale sembra avere una velata gelosia: mentre gira il mondo alla ricerca di suoi simili, mantiene uno stretto rapporto di amicizia con la più piccola delle ragazze, ormai una donna, che affettuosamente chiama “piccola Miss”. Scopre così che quasi tutti gli altri robot sono stati col tempo riprogrammati o distrutti, tranne un ultimo esemplare, Galatea, un’androide femmina dal temperamento estroverso e spensierato. Ma il suo interesse ben presto si focalizza su Rupert, il padrone umano di Galatea, il quale gestisce un artigianale laboratorio di cibernetica. Grazie a lui Andrew ha la possibilità di render realtà un sogno: poter cambiare il proprio aspetto metallico con un sistema epiteliale simile a quello umano. Al ritorno a casa il robot si presenta con una faccia “vera”. Non per questo motivo non viene riconosciuto: ormai sono passati moltissimi anni dalla sua partenza, la piccola Miss è diventata la nonna di Porzia, una nipote che, se non fosse per la differenza di età, potrebbe essere scambiata con la nonna da giovane. La somiglianza fisica tra le due getta da principio Andrew nel panico: non riesce a capire l’evolversi del tempo, sembra quasi non volerne accettare la fugacità. Lui, del resto, è eterno. Quando anche “piccola Miss” muore, al robot viene meno un’amicizia molto importante. Decide così di instaurare un rapporto significativo proprio con Porzia, la quale, molto curiosamente, sembra corrisponderne appieno l’affettività. Col tempo la relazione si intensifica: Porzia accorda al robot quella preferenza che caratterizza principalmente le storie sentimentali piuttosto che quelle d’amicizia. Dopo varie vicissitudini i due si mettono assieme, forti anche dell’ultimo “upgrade” di Andrew il quale, oltre a mangiare e ad assomigliare anche interiormente ad un essere umano, è in grado di provare qualsiasi sensazione fisica, anche quella sessuale.
Se con le sequenze di corteggiamento la tensione sentimentale del film aumenta, la ragionevolezza delle singole scene perde pian piano di intensità e significatività: come può esservi un rapporto amoroso tra un robot ed un uomo? Come può esservi “vero amore”? Corrispondenza, certo, piacere reciproco, sicuro, ma interesse per l’altro, possibilità di risposta alle esigenze altrui, aiuto nella realizzazione di sé? Bisogna, amaramente, rispondere negativamente a queste domande. L’amore, così come è inteso nel film, è il semplice acuirsi di una tensione affettiva, suscitata da una corrispondenza che non getta nell’amore all’altro, all’altro in quanto diverso-da-sé, le proprie radici. L’amore del film è sentimento, non fascino, è realizzazione di sé con l’altro, non realizzazione dell’altro, amore al destino dell’altro. Del resto è la vita a cui Andrew destina la propria compagna: non un figlio, tanto meno una maternità. Porzia in quanto Porzia, come ciò che più è, come essere umano e quindi come donna, non viene né valorizzata, né apprezzata, né stimata.
Un’idea dell’amore che sposa appieno il concetto antropologico di uomo sotteso al film: per essere umani è sufficiente apparire, e comportarsi, in tutto e per tutto come un essere umano.
Andrew, in un finale sempre più cupo, chiede ad un tribunale planetario di essere riconosciuto come uomo. Con quali motivazioni? Per il fatto che è completamente simile ad un individuo: ha l’aspetto di una persona, vive come una persona, è in grado di comportarsi come una persona lavorando e persino provando sentimenti. Dapprima la sua richiesta viene respinta, non per un’evidente diversità di forma, di sostanza e di origine, ma con un pretesto ancor più grave: Andrew non può essere ritenuto un uomo poiché non assomiglia completamente ad un uomo. Possiede, infatti, ancora un cervello positronico e, cosa ancor peggiore, una vita immortale. Due elementi “estetici” (in realtà, la caducità dell’essere è un tratto tutt’altro che superficiale dell’identità, ma così viene affrontato dal film, come elemento di diversità e non come segno di spiritualità dell’uomo). Ad Andrew non rimane quindi che compiere l’ultimo passo: diventare completamente umano, diventare mortale. Nella terribile scena finale, nel momento in cui viene “finalmente” riconosciuta la sua identità umana, Andrew si spegne nel letto accanto alla propria amata. Di lì a pochi istanti anche Porzia, a conferma di una volontà totale di controllo della propria esistenza, decide di lasciarsi morire, sussurrando al “marito” un ghiacciante e conclusivo “Ci vediamo presto”.
Lasciando da parte il difficile discorso sulla parte divina dell’essere umano, ossia l’ipotesi che il robot avendo un’anima – anima intesa come ragione, consapevolezza di sé – possa intendersi come un essere anche spirituale, risulta quanto mai evidente una spiacevole e fastidiosa filosofia positivista che permea una pellicola dai toni gradevoli e dalla trama interessante. Cosa vi può essere di più terribile di un uomo che sceglie di non stare alla propria vita, al proprio destino, alla propria realtà ma di decidere di sé e per sé del proprio futuro? Ma cosa ancor peggiore, quale persona, se non la più crudele, può permettersi di modificare la vita di un altro e di “usarlo” per la propria felicità a discapito della sua natura, e quindi, della sua felicità? Poiché è proprio questo il punto: si può accondiscendere ad un desiderio di controllo sul proprio avvenire che da sempre si annida nel cuore dell’uomo, come ci hanno testimoniato i più terribili totalitarismi dell’umanità, nazismo e comunismo, e come nel piccolo della vita quotidiana possiamo constatare giorno per giorno anche noi stessi. Il desiderio di controllo totale del nostro destino possiamo tollerarlo, pensarlo, ammetterlo: è il peccato per eccellenza, è il peccato a noi più vicino e a noi più affabile (anche se, di fronte ad alcuni esempi della storia, non si può non rimanere sbalorditi per la totalità di obbedienza e di abbandono di Cristo!). Di sicuro però non possiamo tollerare una violenza così palese e gratuita quale l’annullamento dell’altro per l’appagamento del proprio sentimento: il completo coinvolgimento di Porzia nella vita di Andrew a discapito del suo compimento, della sua felicità. L’idea che nel film la coppia sia felice è facilmente obiettabile con esempi “umani” dell’esperienza reale, ma anche all’interno della finzione cinematografica appare curioso ed estremamente indicativo uno scambio di battute tra i due: quando Porzia ammette che la sua vera felicità è “morire” - morire nel senso di compiere il proprio destino in quanto donna, in quanto essere umano - riporta alla ribalta il desiderio di essere nient’altro che sé stessa. Tenendo presente questo passaggio, risulta quanto mai evidente quale sia l’aspetto più negativo ed al contempo più importante del film: è assente un’idea completa di uomo, una visione complessiva di ciò che la realtà è. Non solo biologia, tanto meno apparenza o sentimento, ma mistero, fascino per la diversità (quella che non si capisce e tanto meno si conosce, come il futuro, la vita, il perché ultimo di tutte le cose!), curiosità per il divenire! Non a caso, nonostante i temi di umanità, persona, genere ed appartenenza lo richiedano, mai si accenna all’esistenza di Dio, mai trovano spazio affermazioni di coinvolgimento in una realtà più grande di sé, di un Mistero che permea la realtà e nel quotidiano manifesta i suoi innumerevoli segni. Ma in un mondo “senza Dio”, senza principio ultimo e soprattutto senza felicità, senza appagamento per l’esperienza delle cose e del loro significato con quello che le circonda, ogni singolo momento sembra vano e vuoto, fuggevole, triste, malinconico. Ed anche la vita, quella vera, quella per la quale si è disposti a cambiare ed a soffrire, si risolve con un semplice “clic” di interruttore, nella speranza di una felicità futura, lontana, desiderata e costruita. Dalla pellicola è completamente rimossa l’ipotesi che la risposta al desiderio totale di appagamento presente in ogni essere umano (il desiderio di Bellezza, di Felicità, di Giustizia) si possa trovare nella vita stessa, nella realtà stessa, nella quotidianità.
“L’uomo bicentenario”: uno strepitoso film di sentimenti, di passione, di tenerezza e di volontà, nel più terribile degli scenari possibili, quello in cui anche un robot si fa da sé, e decide in sé e per sé del proprio destino. Nulla di più lontano dal vero essere umano.