Il padrone del mondo 10 - La Chiesa del futuro di fronte allo scientismo

Fonte:
CulturaCattolica.it
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La Chiesa del futuro di fronte allo scientismo
Spesso nelle recensioni e negli articoli di critica, “Il padrone del mondo” è definito un romanzo di fantascienza. Anche se è sempre difficile collocare in una casella precisa un’opera scritta agli albori del Novecento, ambientata nel futuro (Enrico Reggiani propone per essa questa definizione: “classico proiettato in un futuro che ora è il nostro passato” (8)), è indubitabile che Benson abbia affrontato con chiarezza le tematiche del rapporto tra fede e scientismo. E’ infatti quest’ultimo termine a connotare l’atteggiamento che la nuova religione dell’Umanitarismo assume nei confronti del progresso.
Fin dalla prima pagina assistiamo alla scena in cui uno dei protagonisti, il politico Oliviero Brand contempla estasiato il panorama di Londra: “Oltre la muraglia, trionfanti, facevano mostra di sé il mondo e le possenti opere del progresso.” (pag. 19).
Che queste opere non siano una pacifica e positiva acquisizione dell’ingegno umano sempre curioso e operoso, ma sottendano un sordo spirito di bellicosa “hybris”, è rivelato dal ritratto del “pilota d’acciaio” che guida il velivolo su cui è imbarcato Padre Percy diretto a Roma:
“Guardò alla porta d’ingresso e, per qualche minuto, rimase incantato di fronte al pilota, fermo al suo posto. La figura imponente teneva nelle sue mani la ruota d’acciaio che timonava le ali; i suoi occhi erano fissi sul ventometro che registrava, sul quadrante, la forza e la direzione delle correnti. Ai rapidi movimenti delle mani, rispondevano gli smisurati ventagli, ora innalzando, ora abbassando il convoglio. Più in basso, sempre davanti all’imponente pilota, fissati a una tavoletta rotonda e protetti da campane di cristallo, c’erano diversi strumenti dei quali Percy ignorava l’utilità… Certo! Qui tutto stupisce, pensava Percy. E non è che un semplice aspetto di quell’immensa forza contro la quale il soprannaturale dovrà intraprendere la lotta, l’ultima lotta.” (pp. 127-128)
“Società demiurgica” viene definita da P. Livio Fanzaga quella descritta da Benson: nella quale “le conquiste della scienza e della tecnica hanno reso più che mai agevole la vita degli uomini, i problemi che da sempre affliggono l’esistenza (perfino la morte) sembrano definitivamente risolti, una baldanzosa (e miope) fiducia nel trionfo dell’uomo pervade le moltitudini e ispira i potenti, cancellando – o cercando di cancellare – ogni aspirazione dello spirito al mistero di Dio…” (9)
Solo la città di Roma per volere del Papa conserva un suo carattere peculiare, che non vuole distrarsi dall’essenziale e pertanto ha un aspetto antico, quasi intatto rispetto alle conquiste tecnologiche:
“(Il Papa) aveva detto che tutte le scoperte del progresso tentavano di distrarre l’uomo dalla memoria delle verità eterne: non erano certo di per sé cattive, giacché rivelavano la sapienza di Dio nascosta nella natura; ma al tempo presente, esse servivano solo a infervorare vanamente le menti. Soppresse perciò i tramvai, gli aeroplani, le fabbriche e i laboratori: diceva che tutto questo poteva trovare spazio al di fuori delle mura di Roma…” (pag. 135)
“Il mondo aveva camminato molto: ma Roma non si era mossa… Tutto [a Padre Percy, N.d.r.] sembrava strano; eppure trovava sollievo di fronte a questo panorama: gli ricordava che l’uomo è uomo e non dio, come invece tutti sostenevano. E l’uomo, pur essendo noncurante ed egoista, è attento a qualcosa di più profondo che non la velocità degli aerei, la pulizia e la precisione.” (pp. 129-130)
Retrogrado spirito reazionario dunque, Chiesa nemica del progresso? Non proprio: Padre Percy, divenuto Papa Silvestro III, utilizza con grande libertà tutti gli strumenti che gli servono, soprattutto per mantenere i contatti con quello che resta del Collegio Apostolico:
“Sua santità… già era seduto vicino all’apparecchio. Il papa non si mosse all’arrivo del prete; spinse di nuovo la leva che era in diretto contatto con la lunga asta innalzata a metà del pendio: attraverso questa era possibile trasmettere l’energia viva nello spazio, avvolto dalla semioscurità, tra Nazareth e Damasco. Il buon prete non aveva ancora molta familiarità con quel congegno portentoso, inventato cento anni prima e ormai portato alla massima perfezione. Mediante una verga di ferro, una rocchetta di fili e una scatola di ruote… parlava a un ricevitore, dalla forma di cappello, colle vibrazioni trasmesse.” (pp. 262-263)

NOTE
8. E. REGGIANI, Quel Felsemburgh che sarebbe piaciuto a Hitler, L'Osservatore Romano, 6-7 agosto 2012, pag. 4.
9. P. LIVIO FANZAGA, Dies Irae. I giorni dell’Anticristo, Sugarco edizioni 1997, pag. 79.