3. I racconti di Cechov: il possibile cambiamento

Autore:
Acerbi, Clemi
Fonte:
CulturaCattolica.it
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L’uomo dunque tende a cancellare l’immagine di Dio che ha in sé, ma nonostante tutto essa permane e può riemergere.
Molti personaggi di Cechov, che desiderano una vita nuova, più bella e più piena, arrivano vicini alla possibilità di un cambiamento, ma non sanno cogliere l’occasione, oppure le circostanze si rivelano avverse.
In alcuni casi invece il cambiamento si realizza: non nelle condizioni esterne, ma nella persona, e consiste principalmente nel suo sguardo. Se cambia l’origine dello sguardo, il punto di vista, l’uomo può vedere le cose in modo diverso e vedere anche cose che prima non notava. Basta un momento di attenzione che vinca l’indifferenza, il pentimento per il male compiuto, la capacità di dono e di amore.
L’episodio, prima riportato, che conclude Nel burrone, può sembrare un particolare di poco conto, ma il dono di un pezzetto di torta che Lìpa fa a Grigòrij, verso cui potrebbe provare rancore, dimostra la possibilità di una umanità diversa in un contesto dove l’avidità e la violenza dominano. Lei riconosce, pur da persona ottusa e ignorante, l’amore misericordioso di Cristo e quasi istintivamente lo imita.
Il cambiamento è sempre possibile, anche in una situazione estrema e materialmente non modificabile, come quella del “buon ladrone” crocifisso accanto a Gesù. Continua il Racconto di un uomo in incognito:
Il malfattore appeso alla croce ha saputo farsi tornare la gioia di vivere e una speranza audace, realizzabile, anche se magari non gli restava da vivere più di un’ora.
Anche nell’ultimo momento, quello della morte, si può cambiare.
Anzi, il momento supremo della morte crea una misteriosa somiglianza tra l’uomo e Cristo sofferente e redentore, non solo quando capita nell’imminenza della Pasqua, - caso in cui, secondo la credenza tradizionale, è assicurato il regno dei cieli (si vedano Nella notte santa e L’arciere),- ma anche quando avviene nella solitudine, nell’abbandono e forse nella totale incoscienza, come in Gusev o nella Corsia n. 6.
Ne Il duello Laévskij è un personaggio, come ce ne sono tanti nell’opera del nostro scrittore, pigro e mediocre, intimamente un po’ disonesto, che spera in una vita più bella e soddisfacente, realizzabile non si sa in che modo, visto che si limita a giocare a carte e chiedere prestiti. Nel momento del duello egli vede da vicino la morte e, tornato a casa ferito solo lievemente, comincia a guardare la realtà con altri occhi:
come un uomo scarcerato o dimesso dall’ospedale, osservava gli oggetti che conosceva da tempo e si meravigliava che i tavoli, le finestre, le sedie, la luce e il mare risvegliassero in lui una gioia viva, infantile, che non provava più da tempo immemorabile.
Ed egli effettivamente cambia vita, non nel modo che prima sognava, ma dedicandosi con serietà al suo lavoro, seppure in povertà, e decidendo di sposare la donna con cui viveva e che prima voleva abbandonare.

Il violino di Rotschild

Ne Il violino di Rotschild la prossimità della morte, prima quella della moglie, poi la propria, genera anche in Jàkov un diverso modo di guardare la vita.
Jàkov, soprannominato Bronzo, è un vecchio costruttore di bare in un paese in cui muoiono pochissime persone: quindi le cose gli vanno da schifo. Suona benissimo il violino e questo gli procura un piccolo guadagno supplementare quando viene assoldato in un’orchestrina di ebrei per qualche festa di matrimonio. Qui suona accanto al flautista, un tipo smunto, che ha lo stesso nome del famoso riccone Rotschild, ma non lo può soffrire. Il fatto è che Jàkov ha un caratteraccio, non è mai di buon umore perché pensa continuamente alle perdite che subisce, cioè ai mancati guadagni dei giorni in cui non lavora o deve fare un lavoro da poco o non viene invitato a suonare.
Un giorno la moglie Màrfa si ammala ed è subito chiaro che sta per morire, la cosa strana è che affronta questo momento addirittura con sollievo. Allora il vecchio si accorge di aver vissuto con lei per cinquant’anni in maniera sbagliata:
Guardando la vecchietta, a Jàkov chissà perché venne in mente che per tutta la vita, a quanto gli sembrava, non l’aveva mai carezzata, non aveva mai avuto compassione di lei, non gli era mai venuto in mente di comprarle uno scialle o di portarle qualcosa di dolce da un matrimonio, ma le aveva solo gridato dietro, l’aveva rimproverata per tutte le perdite, le si era buttato addosso mostrando i pugni…
Màrfa gli parla della figlioletta morta e dei momenti in cui andavano sul fiume, sotto il salice, a cantare canzoni. Ma lui ha dimenticato tutto.
Dopo il funerale della donna, Jàkov è angosciato, comincia a sentirsi male anche lui e caccia via in malo modo Rotschild che lo invitava a suonare nell’orchestrina.
Poi va sul fiume, rivede il salice e i luoghi della sua giovinezza, e sorge nella sua memoria, come se fosse viva, la sua bambina. E pensa a tutte le cose che avrebbe potuto fare in quel luogo: pescare e vendere il pesce, trasportare la gente con un barcone ai vari possedimenti e suonare il violino, allevare oche: che guadagno ne avrebbe tratto!
Ma non c’era stato nulla di tutto ciò nemmeno per sogno, la vita era passata senza produrre utili, senza nessuna soddisfazione, era stata sprecata per niente… Perché la gente fa sempre qualcosa di diverso da quello che ci vuole? perché Jàkov per tutta la sua vita ha imprecato, ringhiato, si è avventato sulla gente con i pugni, ha offeso la moglie e, ci si domanda, che bisogno aveva prima di spaventare e umiliare il giudeo? Perché, in generale, le persone si danno fastidio a vicenda? Questo sì che produce tante perdite! Che perdite tremende! Se non ci fossero l’odio e la cattiveria, le persone trarrebbero un enorme utile le une dalle altre.
Tornato a casa, sentendosi vicino a morire, si mette a suonare un’aria lamentosa e commovente col suo violino. Si presenta ancora Rotschild con molta paura, ma Jàkov, questa volta tenero, lo invita a entrare. Riprende a suonare e Rotschild lo ascolta attentamente, come provando un entusiasmo tormentoso, fino a dire «Vahhh!».
La sera, morente, Jàkov raccomanda al pope che è andato a confessarlo di regalare il violino a Rotschild.
E adesso tutti in paese sono stupiti del nuovo violino di Rotschild, tutti vogliono sempre ascoltare la canzone che ha imparato da Jàkov, e tutti verso il finale dicono «Vahhh!».

Jàkov dunque vede la sua come una vita sprecata, perché ha sprecato tutte le buone occasioni - di amore, di amicizia, di guadagno (cioè di fecondità) -: e vede invece quanto avrebbe potuto essere positiva; ma, nel momento in cui sembra ormai troppo tardi, la sua vita cambia e, attraverso il dono del violino e di una canzone, diventa un bene per tutti.
Infatti, il gemito che la sua musica riesce a strappare a Rotschild e a tutti gli altri in paese testimonia il desiderio indefinibile di ciò che mancava nella sua vita: e questo è un grande guadagno.

Lo studente

Il racconto Lo studente è, su questo tema, quello più esplicito e nello stesso tempo più sorprendente.
È venerdì santo. Il tempo, che la mattina era bello, tranquillo, verso sera peggiora: sembra tornare l’inverno, con un vento freddo penetrante. Ivàn Velikopòl’skij, studente dell’accademia spirituale, tornando a casa dalla caccia, affamato per la giornata di digiuno, pensa
che proprio lo stesso vento soffiava ai tempi di Rjùrik, e ai tempi di Ivàn il Terribile, e ai tempi di Pietro, e che a quei tempi ci doveva proprio essere la stessa povertà spietata, la fame, gli stessi tetti di paglia bucati, ignoranza, angoscia, lo stesso deserto intorno, buio, senso di oppressione: tutti questi orrori c’erano, ci sono e ci saranno, e anche quando saranno passati altri mille anni, la vita non sarà migliore.
Oppresso da queste tetre considerazioni, si ferma a scambiare qualche parola con le due vedove, Vasilìsa e la figlia, presso il loro orto e si riscalda un poco al falò che hanno acceso. Le circostanze, - il venerdì santo, la notte buia e fredda, il falò, - gli richiamano alla mente che proprio in una notte come quella, una notte angosciosa, l’apostolo Pietro si scaldava a un falò. Egli ripercorre allora con le due donne la narrazione dei Vangeli dall’arresto e l’interrogatorio di Cristo, al rinnegamento di Pietro, al suo amaro pianto di pentimento. Vasilìsa scoppia a piangere e la figlia rimane visibilmente confusa. Lo studente, augurando loro la buona notte, riprende il suo cammino verso casa e si mette a pensare.
Ora lo studente pensava a Vasilìsa: se si era messa a piangere, allora voleva dire che tutto quello che era successo a Pietro quella notte terribile aveva una qualche relazione con lei…
(…) Evidentemente quello che aveva appena raccontato, che era successo diciannove secoli prima, aveva relazione con il presente, con entrambe le donne e, verosimilmente, con questo villaggio deserto, con lui stesso, con tutte le persone. Se la vecchia si era messa a piangere, non era perché lui fosse capace di raccontare in modo commovente, ma perché Pietro le era affine e perché lei con tutto il suo essere era interessata a quello che era successo nell’animo di Pietro.
E la gioia d’un tratto si agitò nel suo animo, e lui si fermò addirittura un momento per tirare il fiato. Il passato, pensava, è legato al presente da una catena ininterrotta di eventi che discendono uno dall’altro. E gli sembrava di avere appena visto i due capi di questa catena: come aveva toccato un capo, l’altro si era subito messo a tremare.
E mentre stava riattraversando il fiume sulla chiatta e poi, salendo sulla collina, guardava il suo paese e verso ovest, dove splendeva la stretta striscia del freddo crepuscolo purpureo, pensò che la verità e la bellezza che avevano mosso la vita umana là, nel giardino e nel cortile del sommo sacerdote, si estendevano senza soluzione di continuità fino a oggi e, evidentemente, avevano sempre costituito il fulcro della vita umana e della vita sulla terra in generale; e un senso di gioventù, di salute, di forza – aveva solo ventidue anni – e l’attesa inesprimibilmente dolce della felicità, di una felicità inaudita, misteriosa, si stavano impadronendo di lui a poco a poco, e la vita gli sembrava entusiasmante, meravigliosa e profondamente piena di senso.

Risulta evidente in questo racconto che il passaggio da una visione tetra della vita a una profondamente piena di senso è prodotto dal cambiamento del punto di vista del protagonista.
Gli orrori antichi e attuali della vita (il freddo, la povertà spietata, il deserto intorno, ecc.) sono dati reali, che non si possono trascurare e sono destinati a durare forse per sempre, ma altrettanto reale è la catena ininterrotta di avvenimenti che lega tutti gli uomini a san Pietro e ai fatti della Pasqua. Questi non annullano quelli, ma li investono di una luce nuova, splendente.

Al termine del nostro percorso, vorremmo tornare alle considerazioni iniziali per domandarci: è dunque vero che Cechov rappresenti un mondo senza speranza?
Forse il giudizio dipende ancora dallo sguardo, questa volta del lettore.