1. I racconti di Cechov: una questione di sguardo

Autore:
Acerbi, Clemi
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Secondo un’opinione molto diffusa in Italia, Anton P. Cechov, soprattutto nelle opere della maturità e nei drammi, rappresenta un mondo in decadimento: uomini e donne falliti, delusi o illusi, che rimpiangono il passato, sperano l’amore impossibile o si dedicano a ideali astratti, vivono un soffocante clima di noia e un desiderio di cambiamento irrealizzabile. L’opera dello scrittore russo presenta effettivamente questi temi, ma se si limitasse ad essi non sarebbe attraente e lascerebbe al lettore solo l’amaro in bocca.
Invece molti scrittori contemporanei, per esempio Raymond Carver, ritengono Cechov uno dei maestri assoluti della letteratura, uno da cui imparare a scrivere, a costruire un racconto e perfino a comporre poesie.

Prosa e poesia

Una dote di Cechov è la chiarezza con cui riesce a far vedere al lettore, nel giro di poche frasi (con una rapidità paradossalmente in contrasto con la lunghezza e la lentezza di molti suoi racconti) personaggi, ambienti, scorci di natura. Chiarezza e brevità da sole non bastano a fare grande letteratura, occorre anche comunicare il senso della bellezza.
Nel racconto Nella notte santa, il monaco Ieronìm descrive un suo confratello che componeva laudi. Per comporre laudi la cosa principale, egli afferma, sta
nella bellezza e dolcezza. Occorre che tutto sia armonioso, breve e preciso. Bisogna che in ogni versetto ci sia morbidezza, affettuosità e tenerezza, che non ci sia nemmeno una parola rozza, dura o non adatta. Così bisogna scrivere perché il pregante [il lettore?] si allieti nel cuore e pianga e nella mente rabbrividisca e tremi.
Sembra proprio che Ieronìm descriva lo stile di Cechov stesso. Cechov è un narratore, ma spesso quello che scrive è anche poesia.
Si legga, per esempio, l’incipit di L’onomastico:
Dopo il pranzo di onomastico, con le sue otto portate e gli interminabili discorsi, Ol’ga Michajlovna, moglie del festeggiato, andò in giardino. Il dover sorridere e parlare incessantemente, il tintinnio delle posate, la stupidità della servitù, i lunghi intervalli durante il pranzo e il busto che aveva indossato per nascondere agli ospiti la gravidanza l’avevano spossata fino allo sfinimento. Aveva voglia di stare un poco seduta all’ombra vicino a casa e di riposare pensando al bambino che sarebbe dovuto nascere tra un paio di mesi. Era abituata al sopraggiungere di questi pensieri quando svoltava dal grande viale a sinistra in uno stretto sentiero: là, nella fitta ombra dei susini e dei ciliegi, i rami secchi le graffiavano le spalle e il collo, una ragnatela le si posava sul volto, e tra i pensieri si sviluppava l’immagine dell’esserino di sesso indefinito e dai lineamenti confusi; cominciava allora a sembrarle che non fosse la ragnatela a solleticarle con dolcezza il viso e il collo, ma questo esserino; e proprio quando compariva la rada siepe alla fine del sentiero, e dietro di essa le arnie panciute con i tetti d’argilla, quando nell’aria immobile, stagnante, si cominciava a sentire l’odore sia di miele sia di fieno e si udiva il mite ronzio delle api, l’esserino si impadroniva completamente di Ol’ga Michajlovna. Ella si sedeva sulla panchetta vicino alla capanna di vimini intrecciati e cominciava a pensare.
In questo primo paragrafo del racconto possiamo già immaginare un ambiente signorile, ma non poco soffocante (come il busto che la protagonista indossa), una bella casa con ampio giardino e frutteto, una giovane signora che desta la nostra simpatia. La realtà rappresentata dalla scrittura prende forma gradualmente sotto i nostri occhi, attraversi piccoli, successivi dettagli, per nulla generici: il pranzo interminabile è stato di otto portate, gli alberi sono susini e ciliegi, i profumi sono di miele e di fieno, e così via. E questa realtà (cui Cechov sempre si attiene con grande rispetto e delicatezza) non è fatta solo di particolari concreti, materiali, ma anche di pensieri, di attese, di possibili svolte, di presenze ancora incompiute, come il bambino che Ol’ga Michajlovna porta nel suo grembo: questi, pur non avendo ancora una identità definita, si impone quasi con prepotenza. Così il lettore intuisce che la storia della protagonista non è predeterminata, e potrà, nel corso del racconto, imboccare nuovi sentieri.
Sarebbe anche interessante provare a disporre il testo sopra riportato, con adeguati a capo, in forma di poesia (una poesia, certo, di andamento prosastico, come molta di quella contemporanea occidentale). Sarebbe una operazione non solo possibile, - visto che la prosa di Cechov si compone già di segmenti brevi e armoniosi -, ma anche utile, perché ne lascerebbe scoprire il ritmo, le pause, i silenzi, insomma lo spazio (più ampio di quello che a prima vista può sembrare) di cui è fatta.

Realtà e mistero

Possiamo allora cominciare a pensare che la realtà rappresentata da Cechov è più ampia di quella che il racconto sembra racchiudere e che noi possiamo vedere: c’è dentro e intorno e al di là lo spazio del non detto, del non dicibile, del mistero.
L’uomo infatti può vedere e capire una parte della realtà, accorgersi di certe connessioni tra gli avvenimenti e di certe motivazioni delle azioni umane: e compito dello scrittore è mettere tutto questo nella maggiore evidenza possibile. Ma l’uomo, e anche lo scrittore, non può afferrare il senso e lo scopo dei singoli avvenimenti, né della vita in generale.
Anche la natura sembra suggerire con forza questo senso del mistero:
Io pensavo, e la pianura arsa dal sole, il cielo immenso, il bosco di querce che all’orizzonte era divenuto scuro e la nebbia lontana era come se mi dicessero: “Sì, a questo mondo non si capisce niente!”
Il pensiero però che a questo mondo non si capisce niente genera in Cechov, di solito, non un senso di disperazione e di pessimismo, come molti commentatori sostengono, bensì la consapevolezza di far parte di qualcosa di grande, che non si può possedere, ma che in qualche modo ci possiede (come in La steppa), oppure genera la scoperta di essere oggetto di scelta e di amore (come ne Il monaco nero).

La steppa

Ne La steppa è la natura solitaria e sconfinata a comunicare un profondo senso del mistero; essa sembra qualcosa di estraneo e opprimente che può annientare l’uomo, invece è in stretto rapporto con lui e pare aspirare a fondersi con lui nel desiderio di una comune realizzazione.
Egóruška, un bambino di circa nove anni, compie un lungo viaggio per andare in un’altra città, dove studierà al ginnasio. Dapprima è accompagnato in calesse dallo zio e dal sacerdote del suo paese, che esercitano il commercio della lana; poi viene affidato ad un gruppo di carrettieri che trasportano balle di lana con un lungo convoglio di carri. Il viaggio è lento e attraversa una regione, la steppa appunto, che d’estate sembra l’immagine stessa della malinconia e della monotonia.
Che afa e che desolazione! Il calesse corre, ma Egóruška vede sempre le stesse cose: cielo, pianura, colline… (…) Sull’erba avvizzita, non avendo altro da fare, volteggiano i gracchi; si somigliano tutti e rendono la steppa ancora più monotona.
Vola il nibbio rasente terra, sbattendo adagio le ali, e all’improvviso si ferma nell’aria, come se meditasse sulla noia della vita, poi sbatte le ali e sfreccia sulla steppa, e non si capisce perché voli e che cosa gli occorra.
Ma la vita della steppa è ritmata dal sorgere e calare del sole, dal suo infuriare nel meriggio, dal variare di colore del cielo, dal vento e dalla tempesta, ed ognuno di questi aspetti è animato da Cechov come se fosse una persona, reso pertanto vicino al lettore. Per esempio al mattino si fa avanti il sole:
Il sole aveva già fatto capolino da dietro la città e con calma, senza affannarsi, si era messo al lavoro. Dapprima, di fronte, in lontananza, dove il cielo si unisce alla terra, vicino ai tumuli e al mulino a vento, che da lontano somiglia a un omino che agita la braccia, strisciò sulla terra un’ampia fascia giallo chiaro; dopo un minuto una fascia identica risplendette leggermente più vicino, scivolò a destra e avvolse le colline; qualcosa di tiepido sfiorò la schiena di Egóruška, la fascia di luce, avvicinatasi di soppiatto alle spalle, sgusciò dal calesse e dai cavalli, si precipitò incontro alle altre fasce, e d’un tratto tutta l’ampia steppa si scrollò di dosso la penombra mattutina, sorrise e sfavillò di rugiada.
Oppure, dopo una giornata di afa opprimente, al tramonto può sollevarsi il vento impetuoso:
Ma ecco, finalmente, quando il sole cominciò a calare verso occidente, la steppa, le colline e l’aria non sopportarono più il peso e, perduta la pazienza, estenuate, tentarono di scrollarsi di dosso il giogo. Dalle colline comparve inaspettatamente una nuvola ricciuta grigio cenere. Scambiò un’occhiata con la steppa - «Io sarei pronta!» - e divenne cupa.
La steppa inoltre pullula di infinite forme di vita, ognuna con la sua voce, lamentosa o inquieta o piena di allegria, che tende a unirsi con la voce degli uomini, come nell’attesa comune di una risposta che dia senso all’attesa di tutto il creato.
Mentre Egóruška guardava i volti addormentati [dello zio e del pope che riposano in un prato nel primo pomeriggio], inaspettatamente si udì un debole canto. Da qualche parte, lontano, una donna cantava, ma dove precisamente e da quale parte era difficile capirlo. La canzone sommessa, monotona e malinconica, simile a un canto funebre e appena percettibile, proveniva ora da destra, ora da sinistra, ora dall’alto, ora da sottoterra, come se uno spirito invisibile si librasse sulla steppa e cantasse. Egóruška guardava attorno e non capiva da dove venisse questo strano canto; poi, quando si mise in ascolto, gli parve che fosse l’erba a cantare; nella sua canzone, essa, mezza morta, ormai spacciata, senza parole ma con voce lamentosa e sincera, persuadeva qualcuno di non essere colpevole di nulla, che il sole l’aveva bruciata ingiustamente; assicurava di nutrire un ardente desiderio di vivere, di esser ancora giovane e che sarebbe stata ancora bella se non fosse stato per la calura e la siccità; non aveva nessuna colpa, tuttavia chiedeva comunque perdono a qualcuno e giurava di aver un dolore insopportabile, di esser triste e di provar pena per se stessa…
La steppa, insomma, è bellissima: ha solo bisogno di essere guardata e ascoltata e di diventare oggetto di racconto e di canto:
Si viaggia un’ora o due…Ci si imbatte in un vecchio silenzioso, un ponticello, o in una donna di pietra posta sa Dio da chi e quando; un uccello notturno vola silenziosamente sopra la terra, e a poco a poco riaffiorano alla memoria le leggende della steppa, i racconti delle persone incontrate, le fiabe della bambinaia natia della steppa e tutto ciò che si è visto con i propri occhi e che si è capito con l’anima. E allora, nel crepitio degli insetti, nelle figure e nei ponticelli sospetti, nel cielo profondo, nella luce della luna, nel volo di un uccello notturno, in tutto ciò che si vede e si sente, cominciano ad apparire il trionfo della bellezza, la giovinezza, il rigoglio delle forze e l’appassionata sete di vita; l’anima fa eco alla magnifica, severa terra natia, e viene voglia di volare sopra la steppa assieme all’uccello notturno. E nel trionfo della bellezza, nell’eccesso di felicità, si avvertono la tensione e la tristezza, come se la steppa riconoscesse di essere sola, che la sua ricchezza e la sua ispirazione muoiono invano per il mondo, senza esser celebrate da nessuno e a nessuno necessarie, e attraverso il lieto rombo si sente il suo appello malinconico, disperato: poeta! poeta!
Il viaggio di Egóruška è la storia del suo vedere e ascoltare la vita della steppa, incontrare tanti personaggi, ognuno con il suo aspetto e il suo carattere ben definiti, la sua storia, il suo destino, i suoi racconti magari fasulli:
La croce presso la strada, le balle scure di lana, lo spazio aperto e il destino delle persone riunite attorno al falò, tutto ciò era di per se stesso così meraviglioso e terribile che il carattere fantasioso di una menzogna oppure di una fiaba impallidiva e si fondeva con la vita.
Al termine del viaggio, lo zio e il pope si ricongiungono con Egóruška e lo affidano a una signora, un’amica della mamma del bambino, che si occuperà di lui durante il periodo della scuola. Quando i due uomini si accomiatano per tornare al loro paese, Egóruška li guarda svoltare l’angolo della strada e si pone la domanda che sembra aleggiare in tutto il racconto:
Egóruška sentì che con queste persone era per lui scomparso per sempre, come fumo, tutto ciò che aveva vissuto sino ad allora; si lasciò cadere, spossato, su una panchina e salutò con lacrime amare la nuova vita, sconosciuta, che stava ora cominciando per lui…
Come sarebbe stata questa vita?

Il monaco nero

Il monaco nero
sembra appartenere al genere dei racconti fantastici dell’Ottocento: il protagonista, Andréj Vasìl’ič Kovrin, professore universitario, era affaticato e aveva i nervi fuori posto, quasi come un personaggio di Poe. Kovrin trascorre allora un periodo di riposo nella tenuta del suo ex tutore Pesóckij, frutticoltore famoso per i suoi metodi razionali e innovativi e ristabilisce con lui e sua figlia Tania il rapporto di familiarità che aveva avuto nell’infanzia. Durante il soggiorno gli viene in mente la leggenda di
un monaco vestito di nero che mille anni fa camminava per il deserto, in Siria o in Arabia… Ad alcune miglia da dove camminava, dei pescatori videro un altro monaco nero che si spostava lentamente sulla superficie del lago. Questo secondo monaco era un miraggio.
Il miraggio si trasmette all’infinito, vaga per l’universo intero, e ora, dopo mille anni, dovrebbe ricadere nell’atmosfera terrestre ed essere visto ancora dagli uomini.
Un giorno Kovrin passeggia in un luogo solitario e, assorto nella contemplazione della natura, pensa:
“Che spazio, che libertà, che silenzio! … E sembra che tutto il mondo mi guardi, che si sia nascosto e aspetti che io lo capisca…”
Il mondo dunque, pur essendo grande (spazio, libertà, silenzio) e misterioso (nascosto), chiama ad un rapporto personale.
Ed ecco che con un fruscio arriva una specie di vortice: sfreccia il monaco nero, che si volta a guardare Kovrin con un sorriso tenero e giocoso. Si tratta di un’apparizione nello stesso tempo terribile e lieta, tanto che il professore ne resta piacevolmente turbato.
Dopo qualche giorno, il monaco nero compare ancora, si siede accanto a lui su una panchina e si dichiara, sempre con aria tenera e giocosa, un prodotto della sua immaginazione eccitata, un fantasma.
Gli chiede Kovrin:
«Ma perché mi guardi con tanto entusiasmo? Ti piaccio?»
«Sì. Sei uno dei pochi che si possono giustamente chiamare eletti da Dio. Sei al servizio della verità eterna. I tuoi pensieri, le tue intenzioni, i tuoi studi sorprendenti e tutta la tua vita portano un’impronta divina, celeste, poiché sono dedicati al razionale e al bello, ossia a ciò che è eterno.»
«Hai detto: verità eterna… Ma è accessibile e necessaria, agli uomini, la verità eterna, se la vita eterna non esiste?»
«La vita eterna esiste» disse il monaco.
«Tu credi nell’immortalità degli uomini?»
«Sì, certo. Un grandioso brillante futuro aspetta voi uomini. E più sulla terra ci sono uomini come te, prima si realizzerà questo futuro.»
Kovrin, razionalista miscredente, vede dunque scardinata la sua nozione di realtà, si sente chiamato a servire la verità eterna (una strana mescolanza di cristianesimo e messianistica fede nel progresso dell’umanità) che non pensava nemmeno esistesse, si sente incluso
tra quelli che renderanno con alcune migliaia d’anni d’anticipo l’umanità degna del regno di Dio, ossia eviteranno agli uomini altre migliaia d’anni di lotta, di peccato e di sofferenze.
Ne è felice, ma si preoccupa di essere malato di mente, visto che parla con un miraggio. Il monaco lo rassicura: la sanità è mediocrità, il genio, utile all’umanità, è affine alla follia.
Kovrin è pieno di gioia.
Decide di sposare Tania e, tornato al suo lavoro, vi si dedica con febbrile passione, continuando periodicamente le esaltanti conversazioni con la sua allucinazione.
La moglie e il suocero, però, preoccupati per le sue stranezze, lo spingono a curarsi.
Le visioni scompaiono, ma Kovrin è profondamente insoddisfatto e depresso. Tornato in campagna per rimettersi ulteriormente, egli prova rancore verso la moglie e il suocero e li accusa di crudeltà, perché le cure a cui si è sottoposto per loro insistenza l’hanno sì guarito dalle manie di grandezza e dalle allucinazioni, ma l’hanno costretto a una vita mediocre e noiosa.
Un paio di anni dopo ritroviamo Kovrin malato di tubercolosi, separato da Tania, in viaggio verso Jalta per sottoporsi a un periodo di cure. Durante una tappa, dal balcone dell’albergo sente un canto e il suono di un violino, che lo riportano con la mente alla tenuta dei Pesóckij: prova grande malinconia e, insieme, la gioia miracolosa, dolce che aveva ormai dimenticato da un pezzo.
Con le stesse modalità della prima volta, il monaco nero ricompare e, ripetendo il contenuto dei precedenti incontri, lo rimprovera dolcemente di non avergli creduto.
Kovrin ha un grave sbocco di sangue, cade a terra e nella sua mente si fondono i ricordi delle conversazioni con il monaco, di Tania, della sua giovinezza, del suo lavoro.
Vide sul pavimento vicino alla sua faccia una grande pozza di sangue e dalla debolezza non riusciva più a dire nemmeno una parola, ma una felicità inesprimibile, senza limiti riempì tutto il suo essere.
Anche dopo la morte, rimane impresso sul suo viso un sorriso beato.

Il monaco nero
è dunque un racconto fantastico? A ben guardare mancano i caratteri tipici del fantastico: non ci sono confini incerti, ambigui tra realtà e irrealtà, così come non ci sono dubbi sulla natura allucinatoria della apparizione e sulla malattia mentale di Kovrin. Il rapporto con il mistero, inoltre, non comporta un contatto pauroso con un soprannaturale terribile, ma è un rapporto che comunica la certezza di essere oggetto dell’amore divino e quindi grande felicità.
Questo racconto invece pone altri interrogativi.
Se c’è la pazzia all’origine della vicenda, vuol dire che tutto ciò che vi si svolge è necessariamente folle?
Il protagonista ha la rivelazione di essere scelto da Dio e di conseguenza concepisce la propria vita come lavoro per corrispondere a questo dono: è follia questa?
Quale concezione della vita e del mondo corrisponde maggiormente al desiderio di felicità e di pienezza dell’uomo, quella che comprende la possibilità di un Altro o quella che la esclude? Non è meno “sana” la vita dei Pesóckij, tutti definiti e come rinchiusi nel loro frutteto?