Federigo Tozzi: violenza e desiderio di redenzione 8 - Il podere 2

“Allora, ebbe il bisogno che qualcuno gli volesse bene, qualcuno che si degnasse di rincuorare la sua coscienza”.
Autore:
Bortolozzo, Carlo
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Sinistri presagi si accumulano: il vitellino nasce morto e Remigio ne è turbato; è l’occasione di un nuovo scontro con Berto, che si lascia scappare espressioni di odio verso il padrone. Remigio desidera un riavvicinamento che non viene; anzi, aumenta l’ostilità anche da parte di altri salariati. Stupenda, esce allora l’annotazione dell’autore, dal valore veramente universale: “Allora, ebbe il bisogno che qualcuno gli volesse bene, qualcuno che si degnasse di rincuorare la sua coscienza”. Da qui nasce l’esigenza di un rapporto umano finalmente vero e riposato, dalla confidenza serena. Le pagine finali sono tra le più alte del libro. Affranto, Remigio si chiede il perché di tanta sofferenza: “Egli aveva paura di una cosa ignota, più consistente del suo animo. Ma, benché non avesse più pensato a Dio da tanti anni, non poteva credere che Dio volesse annientarlo in quel modo. Che cosa aveva fatto di male? Perché non poteva esistere anche la sua volontà?”. È domenica mattina e la gente si dirige verso la chiesa, chiacchierando e ridendo: “le ragazze si tenevano per mano, a quattro o cinque per volta; e i giovanotti le facevano sghignazzare”. Anche i salariati di Remigio si recano a messa; Berto, tuttavia, “arrivò, secondo il solito, fino alla chiesa; ma senza entrare”. Il padrone, appoggiato a un pilastro del cancello, riceve l’invito di Picciòlo, uno dei pochi contadini che dimostra un po’ di simpatia e forse di pietà nei suoi confronti. “E perché lei non viene mai? – Remigio si sentì prendere da un sentimento, al quale non aveva mai voluto dare retta; e desiderò di credere. Avrebbe voluto rispondere: ‘aspettatemi’; ma, invece, sorrise impacciato, e basta”. Il protagonista, come il giovane ricco della parabola evangelica, resta sul cancello-soglia, ma tristemente non entra, malgrado le cortesi insistenze del contadino: “Crede che non le farebbe bene venire alla messa? Dopo ci si sente meglio. Via! Non si lasci prendere dalla svogliatezza! Non crede in Dio?”.
Ma cresce l’odio di Berto, apparentemente senza ragioni. La conclusione richiama la tragica fatalità delle novelle verghiane, anche nella lentezza inesorabile degli avvenimenti. Usciti insieme per tagliare un’acacia, Remigio si fa seguire da Berto, il quale, lisciata l’accetta, l’abbatte infine sulla nuca del padrone. Sarà Picciòlo a coprirne pietosamente il corpo.
La scena finale assume il valore di un rito sacrificale, mediante il quale si pone sull’altare il capro espiatorio: il romanzo rappresenta, a detta di Maxia, “un inesorabile processo di colpevolizzazione, che culmina nel sacrificio finale della vittima”. (1) Il critico ha insistito sulla valenza cristologica di questo sacrificio, trovando l’opposizione di altri studiosi. (2)
Sicura è invece l’importanza del tema della violenza che domina il romanzo. Per Maxia “il vero tema de Il podere, e uno dei temi centrali dell’opera di Tozzi, è la violenza di cui la società è impregnata e i modi in cui essa si manifesta” (3); per Luperini Il podere è “il romanzo della cattiveria”, in cui il male assume una rilevanza metafisica, come un peccato originale senza redenzione. (4)
A noi sembra che la pars construensdi Tozzi risieda proprio in questa visione realistica per quanto amara della condizione umana, quasi machiavelliana, potremmo dire; lo scrittore rifiuta soluzioni moralistiche o consolatorie, ma non per questo si può negare la presenza di un elemento religioso, anche nei termini di una domanda di senso, pur introvertita e desacralizzata. Se n’era accorto Baldacci, definendo il protagonista del romanzo un “Giobbe laico, un Giobbe che non conosce o almeno non riconosce Dio nelle prove alle quali è sottoposto”.(5)
Questi segnali diventeranno più fitti nell’ultimo romanzo tozziano, il più significativo da questo punto di vista.

NOTE
1. S. Maxia, Uomini e bestie nella narrativa di Federigo Tozzi, cit.,p.108.
2. Ne dissente R. Luperini, per il quale questo aspetto è secondario. Cfr. R. Luperini, Federigo Tozzi. Le immagini.., cit., pp. 186-7.
3. S. Maxia, Uomini e bestie…, cit., p.122.
4. Cfr. R. Luperini, Federigo Tozzi. Le immagini…, cit., pp. 162-167. Il critico si riferisce in particolare a un saggio di Tozzi su Pirandello, in cui si parla della cattiveria “come una condizione umana che non può essere abolita”.
5. L. Baldacci, Tozzi moderno, cit., p. 51.