La speranza incompiuta di Virgilio

Autore:
Cottini, Luca
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Per leggere l'Eneide, non occorre soltanto immedesimarsi nello spirito compiaciuto con cui l'imperatore Augusto aveva commissionato al suo migliore poeta una celebrazione delle origini mitiche di quel grande impero che ormai Roma era diventata, ma occorre conoscere e amare l'umanità appassionata di Virgilio. Quando si parla dell'Eneide infatti si rischia sempre di considerarla come una sottomessa adulazione di Roma piuttosto che, quale realmente è, come il vertice di una parabola conoscitiva drammatica. Se fosse solo un'opera "politica" non avrebbe molto senso, dal momento che sulle origini mitiche di Roma Nevio aveva già scritto il Bellum poenicum, sostanzialmente identico nell'impianto epico-storico, e Livio, contemporaneo al poeta, stava intanto dettagliando le sue storie ab urbe condita. E ugualmente, se il poema fosse stato solo un panegirico all'impero, che ragioni avrebbe avuto Virgilio per continuarlo nel 26 A.C., dopo la crisi successiva alla morte del suo più caro amico, Cornelio Gallo? L'Eneide dunque non si esaurisce nel suo giustificare la sostanziale deificazione dell'imperatore: anzi, si pone invece come il culmine di una ricerca personale, iniziata qualche anno prima.
Innanzitutto: la grandezza umana di Virgilio sta nella sua malinconia, ovvero nella sua percezione dell'impossibilità umana di possedere il mistero profondo delle cose. Nelle Bucoliche, questo distacco dalle cose si manifesta nel presagio nostalgico della loro lontananza e nella tristezza per l'inafferrabilità dell'amore, che conduce tutto l'Essere (amor omnia ducit). Allo stesso modo nelle Georgiche, la precarietà del lavoro umano, artefice delle cose (labor omnia ducit) viene segnata continuamente dalla catastrofe e dai rivolgimenti del destino: le guerre civili, la fuga dai campi o la peste degli animali nel Norico, alla fine di primi tre libri. Questa incapacità di possedere il bene amato ha come suo riscontro, nelle vicende dell'Eneide, l'episodio dell'amore infelice tra Enea e Didone.
Di fronte a questa incompiutezza umana e di fronte alla crisi di risposte offerte alla propria attesa, la ricerca conoscitiva di Virgilio si trasforma, come per Enea, in un viaggio verso l'ignoto, affrontato alla cieca, per costrizione tragica del destino: nella sua vicenda biografica, questa imposizione subita ebbe un riscontro nella calda ingiunzione di Ottaviano a che concludesse il suo lavoro e nella forzata pubblicazione postuma dell'Eneide, anche contro l'espressa volontà del poeta di distruggerla.
La vita di Enea-Virgilio si svolge perciò come un rapporto tragico di libertà e di necessità, nel quale, al "non sperare che i Fati si possano piegare pregando" [En. VI, 376] che la Sibilla rivolge a Palinuro nel VI libro, si oppone la strenua ed indomita speranza degli uomini che nella vita si possa compiere una pienezza reale. Questo anelito della libertà, consapevole della propria debolezza, giunge a contemplare l'ipotesi di una rivelazione: nella quarta bucolica, quando Virgilio cantava la nascita di un puer che avrebbe vissuto la "vita degli Dei" ["Il fanciullo vivrà la vita degli Dei, vedrà gli Dei misti agli eroi, e lui stesso sarà visto da quelli e purificato, reggerà il mondo con le patrie virtù"; Buc. IV, vv. 15-17], o nel curioso mutamento di finale delle Georgiche, avvenuto a seguito della morte di Gallo, quando, al posto della lode dell'amico, il poeta inserì il mito elaborato della nascita delle api dalle carcasse dei buoi (alcuni hanno visto in quest'episodio della bugonia l'estrema ipotesi ante litteram della resurrezione). La percezione di questo Destino misterioso che incombe sulla vita, dunque, è la grandezza di Virgilio e si esprime nel poema dentro una serie ininterrotta di preghiere: ed è strano che sia così, dal momento che, come già ribadito, i Fati non si possono piegare pregando. Allo stesso modo, l'ambiguità di Enea, il suo essere un anti-eroe (non un titano, non un guerriero eccelso), insieme all'incompiutezza formale dell'opera (dovuta, ma non solo, alla morte precoce dell'autore), mostrano il senso di smarrimento di un uomo che non abbia incontrato Chi lo possa compiere, l'amarezza di un uomo che all'immortalità infelice degli Dei, a una vita senza senso, preferisce addirittura la morte. Così dirà Diuturna, di fronte alla morte del fratello Turno: "Perché darmi eterna la vita? Perché della morte strapparmi il dono? […] Io immortale? E che cosa per me sarà dolce dei miei privilegi, senza di te, mio fratello?" [ En. XII, vv. 879-883].
La grandezza indomita di questo stare sulla soglia del mistero, nella domanda irrisolta che si compia la promessa di felicità rivolta alla vita dell'uomo, fu ciò che fece entusiasmare Dante per il "suo maestro e 'l suo autore": si tratta della stessa grandezza di tensione con cui Kafka, molti secoli più tardi, scrisse: "Anche se la salvezza non viene, voglio però esserne degno ad ogni momento".