Per un uso creativo dell'informatica a scuola: un’esperienza milanese - 1

La rivista "LineaTempo" nel suo numero 9 di ottobre/novembre 2005 ha dedicato un dossier alle possibilità didattiche dell'utilizzo dell'informatica a scuola. Pubblichiamo un contributo su una significativa esperienza milanese, a cura di Marco Giacobazzi e Paolo Zara.
Autore:
Giacobazzi, M. - Zara, P.
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Insegno Informatica da 20 anni in un IISS (ex ITC) a Milano. In questo periodo sono successe tante cose, non solo nel mondo reale, e si sono succeduti i cambiamenti, a volte migliorando le cose, a volte complicando la vita di chi si trova a usare certi strumenti.
Dopo la laurea in matematica, indirizzo applicativo, con una tesi sulle comunicazioni tra elaboratori diversi, avevo lavorato qualche anno nell’industria, prima come istruttore (linguaggi di programmazione e sistemi operativi) e in seguito in ambito tecnico. Arrivai a scuola nel settembre del 1985, fresco vincitore di concorso, quando l’indirizzo informatico dell’ITC si chiamava “Ragionieri programmatori” e prevedeva lo studio dei principi generali della disciplina e di un paio di linguaggi di programmazione, distribuiti nel triennio finale. Oltre alle tradizionali lezioni “frontali”, erano in orario due o tre ore di laboratorio per ogni classe. In quell’anno, le esercitazioni COBOL erano svolte per le quinte e le quarte in un’aula ricavata da un atrio al primo piano, dotata di sei terminali collegati all’unico computer usato normalmente (e prioritariamente) dalla segreteria per la gestione degli stipendi! Le terze potevano invece fruire di otto PC M20 Olivetti, installati in un laboratorio al piano terra, dotati di interprete BASIC per la programmazione e di Multiplan (il primo foglio elettronico di Microsoft) per gli esercizi di ragioneria e tecnica commerciale. L’organico prevedeva che in laboratorio fossi affiancato da un ITP (Insegnante Tecnico Pratico) per rendere più semplice l’uso delle macchine e per assistere gli studenti. Per i primi due anni, un insondabile capriccio della ministeriale fata delle graduatorie mi assegnò un simpaticissimo ragioniere salentino che in vita sua non aveva mai visto un computer. Ce la cavammo comunque egregiamente, portando la quinta a sostenere con buon esito l’esame di maturità, cui fu presentato anche un programma COBOL per la riclassificazione del bilancio.
L’informatica, nell’indirizzo per ragionieri programmatori, era concepita come una materia autonoma con peso pari alle altre discipline tecniche; erano previste alcune ore settimanali di programmazione da utilizzare per concertare il lavoro comune con gli studenti, le attività di laboratorio e l’esercitazione interdisciplinare che avrebbe coronato gli sforzi degli allievi, come biglietto da visita per la maturità. In quegli anni, alcune delle classi dell’Istituto vinsero il primo premio a un concorso pubblico, riservato agli studenti delle scuole superiori.
In breve, la scuola si adeguò all’evoluzione tecnologica e i PC aumentarono di numero e di capacità. Ai primi spartani M24 furono affiancati i più economici ed evoluti Amstrad, alcuni dei quali con il video a colori. I laboratori di Informatica erano ormai tre: in quello riservato alle quinte i PC erano usati in modo autonomo o come terminali del sistema IBM AS/400, per introdurre i futuri ragionieri programmatori alle ACG, il pacchetto applicativo più diffuso presso le piccole e medie aziende.
Purtroppo le difficoltà tecniche, la necessità di assistenza continua per il sistema e la scarsa flessibilità del software ridimensionarono l’ambizioso progetto iniziale. In quel periodo, oltre agli insegnanti d’Informatica e agli ITP, non c’era a scuola nessuno in grado di intervenire (a un certo livello tecnico) su sistemi complessi come l’AS/400: per fare un semplice confronto, oggi, nel 2005, ci sono almeno cinque aiutanti tecnici che vigilano sul server e sui collegamenti in rete, oltre che sulle periferiche e sul parco PC, arrivato a circa 100 unità, contando solo quelli utilizzati nella didattica.
La scuola si aprì alle esigenze del mondo reale e arrivò a ospitare in alcuni laboratori una discreta offerta di corsi serali di informatica in accordo con il Comune di Milano, rivolti a adulti di tutte le età. Questa tradizione continua ancora oggi, non più con i corsi del Comune, che ormai li ha esternalizzati, ma con quelli post-diploma (IFTS) in collaborazione con Università e associazioni di categoria.
Nel 1994 cominciò anche per la mia scuola la sperimentazione di Internet: in una piccola aula avevamo distaccato un computer collegato alla rete via modem e ci facemmo così le ossa per diventare polo di riferimento per l’aggiornamento di un gruppo di scuole pilota della zona.
I nostri studenti hanno sempre saputo cogliere le occasioni che la scuola ha loro proposto: alcuni sono diventati tecnici e professionisti affermati proprio nel settore informatico, altri hanno scelto strade diverse, ma hanno comunque capitalizzato le esperienze di laboratorio.
Oggi non c’è più l’indirizzo ragionieri programmatori, sostituito dal Progetto Mercurio: ragioneria e tecnica sono state fuse in un’unica disciplina (economia aziendale) ed è sparita la programmazione settimanale. L’informatica è ormai pervasiva e, più che a scrivere programmi, gli studenti sono chiamati ad affinare la capacità di analizzare i problemi e di risolverli con strumenti più avanzati, come Access, o di larghissima diffusione, con le applicazioni Web.
Con la riforma, il destino dell’informatica resta assai nebuloso. Dal mio punto di vista, ritengo che sia poco saggio rinunciare a un corso di studi che ha formato moltissime persone in grado almeno di usare gli strumenti informatici con cognizione di causa. Senz’altro c’è ancora bisogno di personale capace di affrontare un problema di gestione aziendale e di ipotizzare la soluzione con gli strumenti della tecnologia. Se poi è capace di realizzarla, tanto meglio, ma almeno potrà presentare agli specialisti un quadro preciso delle necessità e potrà intervenire per mettere a punto i dettagli finali.