Ricominciamo dallo stupore - 3 - Educare il proprio sguardo

“…Cadde una goccia sul melo ed un’altra sul tetto; e cinque o sei baciarono le gronde, e ne risero i tegoli… altre andarono a crescere il ruscello, che andò a crescere il mare. Ed io pensavo, se fossero perle che collane verrebbero…”

Solo i poeti, (in questo caso Emily Dickinson) riescono a trovare le parole adeguate per comunicarci il Mistero celato dietro la bellezza dell’universo; probabilmente bisogna ricominciare da qui, cioè dall’imparare da chi mantiene intatto uno sguardo capace di abbandono, di semplicità di fronte allo straordinario spettacolo che la realtà ci offre tutti i giorni.
Autore:
Mocchetti, Giovanni
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Ogni tanto, sarebbe necessario fare un giro in qualche scuola materna per carpire di nascosto gli occhi spalancati di qualche bambino, per ricordare l’atteggiamento di meraviglia che ci prende ogni volta che, imprevedibilmente, senza che lo cerchiamo, si fa incontro a noi un frammento di realtà che ci riempie il cuore di commozione e la ragione di domande. Dovremmo, ogni tanto, ricordarci del giovane volto stupito di Maria di fronte all’Angelo che Le annuncia la futura maternità di Dio, espressione di cui è disseminata a piene mani un’arte secolare, frutto del genio creativo dell’artista, nel quale si riverbera sempre un’eco del divino, di cui ciascuno di noi è intessuto.

Come vivere tale sguardo nel lavoro quotidiano a scuola?
- Vivere quotidianamente una passione impetuosa, aperta, curiosa e cordiale verso la totalità del reale: in classe non si parte mai dalla disciplina che s’insegna, ma dal proprio “io” che comunica la propria umanità investita dal reale. La didattica è solo il canale di quell’avvenimento costituito dalla lezione, avvenimento di un rapporto condiviso tra maestro e discepolo, di un sapere che viene consegnato, affinché l’alunno sia introdotto alla totalità del reale. Un docente, uscendo di casa al mattino, porta in classe le nuvole rosate che ha visto in cielo, le prime gemme che ha scorto sugli alberi, i pensieri, le emozioni, gli ideali del suo cuore: così l’alunno comprende di avere davanti un “corriere dell’anima…un complice di possibilità trascendenti”. (Steiner)
- Il docente porta in classe uno sguardo capace di fare memoria della realtà come dono, come Grazia. Cesare Pavese, prima di cadere nel vortice tenebroso della sua pulsione autodistruttiva, diceva ne “Il mestiere di vivere”: “…non dovrà sorprendermi, in qualche mattina di nebbia o di sole, il pensiero che quanto ho avuto è stato un dono, un grande dono?…che ci dovrebbe talvolta umiliare nel chiedere una grazia e scoprire in tal modo la dolcezza del regno di Dio?”. Non si va a scuola con in mente l’elenco dei problemi da risolvere o delle preoccupazioni che già mortificano un nuovo inizio, si va con la consapevolezza che è sempre bello ricominciare, è un’avventura straordinaria entrare in classe, prendere in mano il libro, raccontare, ascoltare, discutere, accogliere, richiamare con dolcezza o severità, fare una lezione che sia espressione di tutta la passione che hai per la vita e per l’umano che c’è di fronte a te, per il tuo e il suo destino.
- Il docente educa lo sguardo del discente a stare di fronte al reale contemplato nella totalità dei suoi fattori. Quindi lo educa ad osservare, lo addestra alla fatica di attendere che l’oggetto di fronte a sé si riveli (come quando le stelle compaiono ad una ad una nel cielo della sera) e all’impegno di usare tutti i suoi cinque sensi affinché quel frammento di reale possa essere incontrato. Così il discepolo può cogliere tutte le sfumature colorate o le nervature di una foglia. Il ragazzo potrà stupirsi di fronte alla grandiosità del mosaico di Sant’Apollinare in Classe e individuare le tessere colorate che lo compongono. L’alunno capirà che una metafora creata dal poeta comunica, con un’immagine, cose che non sapremmo esprimere, ma essa è solo il frammento di un tutto, di un intero componimento poetico. Si tratta di attuare l’attenta analisi dell’oggetto dello sguardo, mai il suo spezzettamento razionalistico teso a dimostrare che nel creato non c’è Mistero, ma solo ipotesi da verificare e dimostrare scientificamente (questa è la riduzione ideologica della scienza a scientismo illuminista).
- Non esiste stupore senza silenzio, ascolto e cordiale attenzione verso il reale che hai di fronte a te. La chiacchiera spesso è vana, quello che pensi o quello che senti rischia di essere un cannocchiale personale che filtra il reale come piacerebbe a te. Quello che dice l’alunno magari è più interessante di quello che stai dicendo tu, i suoi occhi forse sono meno sazi dei tuoi; allora, forse, è meglio ricordare la faccia di Marcellino di fronte al Crocefisso nel famoso film spagnolo degli anni ’50, cioè la faccia di un bambino per il quale l’ignoto non genera paura, perché si trova di fronte a un Mistero che genera lo stupore.
- I docenti navigati di lungo corso dovrebbero guardare gli “young boys and girls teachers” che entrano in classe pieni di timore, di curiosità e desiderio, in quanto per la prima volta compiono il misteriosissimo gesto dell’educare, cioè del far venire fuori un’anima, un “io”, una ragione, un cuore, gesto che loro (i navigati) sono abituati a compiere da anni. A loro volta, questi giovani insegnanti guardino come i loro colleghi non si sono trasformati in questi anni in mestieranti, in istruttori: infatti entrano in classe come se fosse sempre il primo giorno di scuola.