Non si può regolamentare l’arte

Intervista a Vladimir Motyl', regista
Fonte:
Foma - n. 8, 2006

Vladimir Jakovlevich Motyl è nato nel 1927 a Lepel (Bielorussia). Frequenta l’Istituto teatrale di Sverdlovsk, lavora prima come attore e poi come regista a Stalinogorsk. Nel 1955 è primo regista a Sverdlovk. Nel 1963 gira il suo primo film ‘I ragazzi del Pamir’ cui seguono ‘Moglie, Zhenechka e katjusha’, ‘Il sole bianco della steppa’ che segna il suo trionfo, ‘La stella della felicità incantevole’, ‘Una coppia straordinaria’, ‘Lasciamoci, finche siamo bravi’. Ora sta girando il film ‘Il colore purpureo della neve’.

D. Lei per lo più produce dei film a carattere storico. Ci sono dei confini che il regista non può oltrepassare quando si ispira a fatti storici?
R. Io cerco di tener conto concretamente di un dato periodo storico, dei fatti storici, dell’atmosfera del tempo, dell’influsso degli avvenimenti storici sull’eroe del film. Proprio per questo a suo tempo ho deciso di acquisire anche una formazione storica. Semplicemente ho sentito la necessità di addossarmi il carico di studiare la storia. Per alcuni anni ho smesso di dedicarmi al teatro per frequentare l’università ed in seguito, nella sezione per corrispondenza, senza staccarmi dal teatro, in ogni sessione, indipendentemente dal lavoro, mi presentavo a sostenere gli esami.
Di tutti i miei film, il più storico è “La stella della felicità incantevole”. Naturalmente ho dovuto in parte staccarmi dalla storia autentica. Ma ho cercato di esprimerne lo spirito. Anche nella letteratura sono necessari questi aggiustamenti. Come disse Pushkin: “Per la libera strada / va, dove ti attira la libera mente”. Ogni opera d’arte, rispetto al fatto storico, è fantasia. E’ il riverbero del fato storico nell’animo dell’artista. L’artista esprime un determinato fatto storico come gli è vicino al cuore, al suo animo. Altrimenti può creare un’immagine fredda, esteriore, verosimile del passato. E questa immagine sarà molto più estranea alla storia che la libera fantasia dell’artista ‘sul tema’.

D. Lei sta ora preparando un nuovo film “Il purpureo colore della neve” che comprende il periodo dal 1916 al 1926…
R. E’ il tempo dei grandi sconvolgimenti della Russia. “Il purpureo colore della neve” è un titolo immaginario. In realtà il suo contenuto è maggiormente espresso dai versi della canzone di Bulat Okudzhava: “Due strade eterne – amore e distacco / Attraversano il mio cuore”. Amore e distacco attraversano il destino dell’eroina, di Ksenija. La storia si riversa nella sua vita, spezzando il suo destino. Ma Ksenija cerca l’armonia in questo mondo disarmonico. Alla fine questa armonia viene donata dall’alto. Sembrerebbe che avrebbe dovuto terminare la vita infelicemente, ma lei acquista la felicità, senza neppure immaginare come i tutti suoi dolori avrebbero potuto trasformarsi. Perde il suo fidanzato, si sposa poi con un uomo molto più vecchio di lei, un capitano dell’armata imperiale. In seguito le fucilano il marito davanti ai suoi occhi. Dopo aver passato tutte queste disgrazie, nonostante tutto riceve un meraviglioso risanamento spirituale.

D. Perché ha scelto proprio questo periodo della nostra storia?
R. Mi è facile rispondere a questa domanda. Il secolo ventesimo ha macinato il destino dei miei antenati. Mio nonno, contadino della Bielorussia, padre di sette figli (fra i quali mia madre) venne dekulakizzato. Durante il tempo della NEP, come contadino si era rimesso in piedi, si costruì una casa, possedeva una piccola mandria di cavalli che adorava. In seguito lo dekulakizzarono e la famiglia fu deportata nell’estremo Nord. La sorella di mia madre impazzì, un fratello morì di cancro. Due fratelli andarono volontari al fronte. Uno morì al fronte, l’altro ritornò senza gambe. Anche mia madre partecipò come crocerossina alla guerra civile, dalla parte dei rossi. Pure la mia eroina è una crocerossina. Qualche cosa ho preso anche dai racconti di mia madre, ma nel film il destino è totalmente diverso, altro ambiente: la mia eroina è crocerossina nel 1916, mentre mia madre ha preso parte alla guerra civile
Mio padre era un emigrante polacco. Era un convinto uomo di sinistra, aveva preso parte alle dimostrazioni in Germania ed era stato arrestato, non gli era permesso di ritornare in Polonia. Venne a trovarsi in Russia che egli immaginava come un paradiso terrestre. A San Pietroburgo incontrò mia madre. In seguito mio padre venne arrestato e mandato nel lager delle Solovki, dove perì, e mia madre deportata per quindici anni negli Urali. Questa epoca è rimasta molto viva in me grazie ai racconti dei nonni, della zia e di mia madre. La storia della Russia fin dai primi anni dell’infanzia ha lasciato in me profonde tracce. E così sono giunto al soggetto del mio film, che sotto molti aspetti è frutto della mia fantasia, ma si ispira a molti destini reali.

D. Negli ultimi anni sono apparsi molti film che si ispirano agli avvenimenti dei primi trenta anni del secolo scorso. Perché questo tratto di tempo interessa tanto la nostra gente?
R. Il soggetto del mio film è stato pensato già cinque anni fa, quando ancora non esisteva questa moda. Ho raccolto documenti dell’epoca e li ho studiati. Poi nel coso di un anno e mezzo scrissi il soggetto. Che poi la gente si interessi seriamente di questo periodo della storia del paese, non è un caso. Durante i tempi della deformazione ideologica della storia si forniva un quadro, una trattazione ben definita degli avvenimenti dell’epoca, trattazione del tutto falsa. Ed ora nella società si sente l’esigenza di poter guardare al passato in modo più oggettivo. In realtà anche noi oggi guardiamo al passato in modo soggettivo. Questa epoca mi ha agitato per tutta la vita. Ma solo ora sono riuscito a comprenderla in modo maturo.

D. Il suo film “Moglie, Zhenechka e katjusha” un tempo fu attaccato dai critici per un approccio poco serio nei confronti della guerra. Oggi esiste una serie di soggetti e di fatti sugli avvenimenti della guerra che possono essere rappresentati nei film?
R. Una volta vigeva la norma del ‘realismo socialista’, ove tutto era catalogato, ciò che era permesso nei film di guerra e ciò che non era permesso. Ora non esiste la censura, ma spesso i destini del cinematografo vengono decisi dai produttori. Ed essi lo fanno con non minor insolenza dei dipartimenti ideologici del comitato regionale comunista, dei comitati partitici, del CC del PC dell’URSS. La maggioranza dei produttori sono persone attive, ma poco elevati sul piano umanistico. Con successo si sono dedicati al businnes, hanno guadagnato molti soldi ed hanno deciso di investirli nel cinematografo. Una volta che l’uomo ha investito i suoi soldi, incomincia ad introdurre i suoi gusti anche nel cinema.
“Moglie, Zhenechka e katjusha” è uno sguardo molto soggettivo sulla guerra. Ero molto amico di Bulat Okudzhava. Abbiamo scritto insieme lo scenario del film. In quel tempo ambedue avevano uno sguardo abbastanza ironico su i film falsi che rappresentavano la guerra in colori pomposi, esclusivamente eroici, vittoriosi. E noi in opposizione a tutta questa ufficiosità abbiamo elaborato il nostro film tragicomico. Per miracolo è giunta sullo schermo. All’inizio, dopo aver letto lo scenario, non permisero di iniziare le riprese. In seguito, con l’aiuto di Dio, sono riuscito a cavarmi d’impaccio. Quando il film era pronto fu messo nel cassetto. Poi, ancora per un miracolo, il film apparve su gli schermi. Ma io fui obbligato a smettere la mia professione. Non accettavano nessuna delle mie proposte. Nel corso di quattro anni, dopo l’uscita del film ci furono almeno cinque tentativi inutili di poter iniziare un lavoro

D. Nei tempi sovietici si affermava che il cinema deve assolutamente educare, sia moralmente, ma soprattutto ideologicamente. Ora invece si tende a dire che la funzione del cinema si riduce a divertire. Quale è l’ideale?
R. Vi sono alcuni generi di film che richiedono anzitutto di divertire, e in questo non c’è nulla di male; e vi sono altri film dove il primo posto è occupato dai compiti educativi. Nel numero dei film puramente divertenti si possono inserire i film in serie. Non ne ho alcuna stima. E questo si può riferire alla maggior parte della produzione, perché i produttori perseguono principalmente scopi commerciali. Nei film in serie la qualità artistica della produzione, fatta eccezione per pochi casi, è molto bassa. Ma ripeto l’arte non si può regolamentare. Da noi non c’è più la censura, sia ringraziato Dio, Il guaio sta che da noi manca una critica cinematografica mordace, autorevole. Pensate, se in televisione inizia la presentazione di un film in serie, che è difficile annettere alla categoria dell’arte, e sulla stampa non si trova nessuna critica. Ma se con la censura viene meno anche la critica, è finita. Al posto della censura ci deve essere la critica, per denunciare l’immoralità di certe produzione, la loro indifferenza professionale verso i compiti morali della società.

D. Esiste un’opinione secondo la quale la censura sarebbe benefica alla creatività: l’uomo crea indipendentemente dagli ostacoli. In realtà, durante il regime sovietico si producevano opere insuperate nel nostro ‘libero’ secolo. Lei è d’accordo?
R. Sono d’accordo: Ma io non sono sostenitore della censura. L’opposizione dell’artista si può esprimere in forme diverse. Incominciando dalla crisi interiore, quando l’artista sente che in un determinato tema non è in grado di esprimersi. E quando incomincia a cercare la libertà di esprimere il suo stato d’animo attraverso la storia o qualche fatto della vita attuale. Certamente quando esistono delle difficoltà, l’artista autentico non può non cercare di superarle. Ma fra le difficoltà si può annoverare anche la moda. Hanno inchiodato con la loro critica tutti i film storici ad un solo stampo, ma per superare questa ‘moda’ occorre introdurre nel progetto la propria anima ed il proprio cuore.
Posso dire che non mi è stato possibile produrre nessuno dei miei film del secolo scorso, senza aver superato insuperabili difficoltà. Se l’artista è convinto del suo tema, se arde di poterlo esprimere, sa trovare tali forze in se stesso che neppure si aspettava. I miei film più importanti furono creati nell’atmosfera di assoluta mancanza di speranza. Furono proibiti. Fu un tormento, soprattutto per la mia famiglia, per i miei cari che venivano a trovarsi in condizioni economiche critiche. Ma proprio in questo momento mi è giunto uno slancio indicibile: nonostante tutto decisi di realizzare ciò che pensavo. Il film più pesante per me fu ‘Il bianco sole della steppa’. Un giorno alla televisione chi conduceva il programma mi apostrofò pieno di meraviglia: “Lei dice che questo film è stato girato con indicibili difficoltà; guarda un po’, sembra che l’abbia fatto scherzando”.
C’è una storia che è diventata un a leggenda: un detenuto condannato a morte riuscì a scappare da una prigione americana. Con un salto superò un fosso larghissimo. Quando la guardia si accorse gli gridò: “Ritorna, sarai graziato”. Con il suo salto aveva superato tutti i record olimpionici. Questo detenuto voleva vivere e il desiderio appassionato di vita gli aveva infuso tali forze da riuscire a fare l’impossibile. Ma in seguito, quando incominciarono ad esercitarlo in una squadra olimpionica, non riuscì a ripetere il suo record.

D. Che rapporti ha con la fede?
R. Sono credente, ma non frequento la chiesa. La mia fede corrisponde a quella ortodossa. Se non ci fosse in ballo l’arte, alla quale appartengo totalmente, con le mani, con i piedi, con la testa, con l’anima, io certamente frequenterei regolarmente la chiesa, osserverei tutte le regole e i digiuni, ma in quella tensione in cui io giro i miei film, io vivo in una sensazione di una forza divina che mi salva in tutti i momenti più sinistri e spaventosi della vita.